CHI HA RAGIONE

di Anonimo Toscano

Oggi non è un giorno come un altro. E’ il 15 maggio, il giorno della Nakba, la Catastrofe. Quello che nei libri di storia del “nostro” Occidente è descritto come un giorno felice, quello in cui 63 anni fa un popolo ottenne il suo stato dopo anni di persecuzioni e sofferenze. Lo stesso giorno in cui un altro popolo fu cacciato dalle proprie case, privato della propria terra ma non della dignità, quella dignità che gli permette ancora, dopo tutto questo tempo, di combattere perché un giorno l’ingiustizia termini. No, non è un giorno come gli altri a Gaza. Una striscia di terra minuscola in cui è compressa una quantità di gente difficile da immaginare, gente rinchiusa nella propria terra come tra le sbarre di una prigione. Gaza vive sotto assedio, e non è una metafora: ovunque ti volti, in mare, in cielo e in terra vedi i muscoli del nemico, e il suo ghigno, travestito da aereo, da motovedetta, da torretta, ti ricorda chi è il più forte, ti ammonisce di non provarci neanche a sfidarlo, che tanto lo sai che fine fai se ci provi, te lo abbiamo già fatto vedere molte volte…

Da queste parti fare conflitto vuol dire anche uscire di casa per coltivare l’orto, o uscire in mare per pescare, e neanche questa è una metafora: ti sparano, se sei in un punto in cui non devi stare, in cui secondo loro non devi stare, ti sparano. Nei giorni scorsi abbiamo toccato queste situazioni di lotta quotidiana, ma oggi è il giorno più importante, oggi è fondamentale far vedere all’oppressore e al mondo intero che siamo ancora qua, che chi ha ragione non si stanca mai, nemmeno di fronte alla barbarie.

Oggi c’è il corteo. Si va al valico di Eretz, il confine con Israele, ad invadere quella che Israele ha deciso essere la “zona cuscinetto”, dove non si può entrare, a gridare fin sotto a quello schifo di muro che rivogliamo la nostra terra. E’ una manifestazione pacifica, simbolica. D’altra parte contro le torrette, le mitragliatrici e i carri armati o ci vai altrettanto armato o ci vai con la forza della ragione, le nostre tanto care vie di mezzo, casco bastone sampietrino, qua non servono: di fronte c’è l’esercito israeliano, mica i blindati facilmente combustibili del 14 dicembre! Con questa militarizzazione, manco più la buona vecchia Intifada può funzionare, dove li tiri i sassi, contro un muro?

E chissà che effetto faceva là in mezzo quella buffa carovana, quasi tutta di italiani, “attivisti” secondo la definizione buonista, “antagonisti” o “no global” per i detrattori. Compagne e compagni, sempre la definizione migliore. Venuti a ricordare Vittorio, a dire che se uccidono un compagno ne arrivano altri cento. Un corteo un po’ particolare, non c’è dubbio. Finché tutto è tranquillo dimostriamo anche di saper stare in piazza: vista la situazione, serve massima disciplina, nessuno si può perdere, occhi aperti e pronti a dar retta ai referenti palestinesi. Teniamo i cordoni, alziamo i cori, teniamo alte le bandiere, ci passiamo acqua, il caldo è bello tosto…ce la caviamo bene, quasi meglio di alcuni dei compagni del posto, i più giovani, emozionati e irrequieti. Ma la musica cambia presto, arrivati al cancello: qui inizia la “zona cuscinetto”, da qui in poi possono sparare, <Voi non venite, non è proprio il caso>. Non possono farci prendere rischi, e poi dopo quello che è successo a Vittorio…restiamo là ad aspettarli, col cuore che vorrebbe proseguire e il cervello che dice <Vabbè zì, in caso prima imparamo a nun scappà davanti a 20 celerini e 2 camionette, poi magari la prossima volta annamo pure a imbruttì all’israeliani>…e poi anche gli amici palestinesi lo sanno, non siamo abituati a questi livelli. E così restiamo là, in preda al rincorrersi delle voci, un po’ come ai cortei da noi, o meglio, la modalità è quella, il contenuto delle voci è un altro: <Dicono che hanno iniziato a sparà> <Ci sono dei feriti>…ambulanze che arrivano a tutta velocità…<Ma come a sparà, nse sente niente> <Semo troppo lontani pe sentì gli spari>…<Regà, m’hanno detto che ce stanno quattro morti>…ti guardi intorno in cerca di conferme, speri di veder tornare qualcuno dei ragazzi di GYBO che dopo tre giorni passati là sono già tuoi fratelli…<Pare che i morti so due, ma sui feriti non si sa, ce ne sono di gravi>.

A un certo punto i “nostri”, le ragazze e i ragazzi dei gruppi giovanili di Gaza, tornano, le facce stravolte da un misto di dramma e eccitazione. Ci raggiungono sotto un grande gazebo e ci mostrano due bandiere israeliane, sottratte dalle recinzioni sotto il fuoco dei cecchini. Si canta e si balla, si piange, ci si abbraccia e si ride. Le bandiere israeliane fanno la fine che meritano.

Fuori le ambulanze continuano a sfrecciare, gente che torna indietro e gente che va avanti, è un popolo intero che invade una terra rapita, la stessa cosa sta succedendo nelle altre parti della Palestina, in Libano, in Siria, e un popolo in marcia è uno spettacolo maestoso.

E’ pomeriggio, il sole è già un po’ meno aggressivo, è l’ora di tornare a Gaza City. La stanchezza, lo spaesamento e soprattutto il calo di adrenalina non permettono di realizzare bene, di mettere a fuoco la situazione. Non si capisce quanti sono i morti, i feriti, che dobbiamo fare adesso, andare agli ospedali a dare una mano? Farci i cazzi nostri per non essere d’intralcio? E se stanotte questi bombardano Gaza per rappresaglia? Non si capisce niente, o forse sono io che sono più rincoglionito degli altri, chissà.

Nel pullman che ci riporta a Gaza City una delle più giovani tra le compagne palestinesi ci mostra le foto che ha fatto là davanti. Avrà si e no 16 anni, o forse di più ma ha l’aria da ragazzina, una tipa tosta, si veste come le pare, niente velo, alla faccia delle autorità. Dalle foto non si capisce molto, non sono le classiche foto di scontri, e infatti le commenta sapientemente: <Lo vedete qui, è il momento che hanno iniziato a sparare…questo qui, a terra, era ferito a un braccio> <Ah guardate, guardate: qui ci siamo buttati tutti a terra, ci sparavano addosso, sentivi le pallottole che fischiavano sopra la testa, era figo, non potete capire che emozione…>. Una voce squillante e sicura e la malcelata soddisfazione di stupirci tutti quanti con un racconto che parla il linguaggio di una vita in guerra. E con un sorriso appena accennato pensi a quanto te la credi a casa tua quando tiri 3 serci alle guardie, per settimane non parli d’altro… ti senti stupido forse, ma anche orgoglioso di stare sullo stesso lato della barricata, di condividere quella che è una lotta che unisce, che crea legami.

Ma adesso c’è altro a cui pensare, che tocca fare? Un gruppo di persone competenti va a dare una mano negli ospedali, <almeno se ci sono presenze internazionali forse questi bastardi evitano di bombardare gli ospedali>, così magari capiscono anche se ci sono stati morti, quanti feriti, vabbè che siamo straniti, ma cazzo siamo preoccupati!

Alla fine un morto c’è stato davvero: un ragazzino di 14 anni colpito alla testa da un cecchino, che dalla torretta lo ha individuato e ha preso la mira. La rabbia arriverà dopo, è un sentimento che richiede energia, per adesso è solo torpore e confusione. Chi era all’ospedale dice che il padre abbia gentilmente respinto i tentativi di essere consolato, con il dolore e l’orgoglio stretti in un legame indissolubile. La coscienza di un popolo che lotta rende più debole il confine della tragedia individuale, o almeno, questo mi viene da pensare.

La sera siamo seduti a un tavolo, fumando il narghilè con gli occhi stanchi che fissano il vuoto. Ahmed mi chiede cosa ho, se va tutto bene. <Tutto bene fratello…però insomma…quello che è successo oggi…> <Sei triste?> <Sì sono triste, insomma cioè sono anche sconvolto, certe cose finché non le vedi…e te, voi, come state?> <Come vuoi che stiamo? Siamo tristi, distrutti, ma questa è la nostra vita tutti i giorni, ognuno di noi sa che potrebbe essere lui il prossimo a non tornare più dalla manifestazione, qui non è come da voi, ci sono stati tanti giorni molto peggiori di questo…ma se ci lasciamo sopraffare, se ci chiudiamo nel lutto, allora si che abbiamo perso>.

Cerco di spiegare, in un inglese reso ancora peggiore dalla stanchezza, che è vero, che capisco quello che vuole dire, gli racconto dell’ultimo morto che abbiamo avuto noi in piazza, sono già passati 10 anni, gli racconto delle altre stragi che si compiono da noi, delle migliaia di migranti lasciati morire in fondo al mare, in qualche modo sembra che ci capiamo, e basta uno sguardo a confermare che siamo dalla parte del giusto, e sappiamo riconoscerci a vicenda.

Mentre il narghilè passa di mano in mano, un sacco di pensieri si rincorrono per la testa, ma con un punto che resta ben fermo: di fronte a tutto questo, combattere è l’unico modo per restare umani.

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