DEBITO PUBBLICO

di Giusi Palomba

Una foto di te, sul retro la scritta febbraio 1977, nemmeno vent’anni. Indossi un camice rosa, uguale a quello delle altre venti donne, ordinate in due file. A sinistra tre uomini, i padroni. Rettangoli di intonaco steso a più riprese, sovrapposti e irregolari, fanno la storia del muro spoglio alle vostre spalle; al centro un finestrone, tessuto di sbarre di ferro arrugginito. Sei nel cortile di una vecchia fabbrica di jeans. Sei innamorata e sorridi, quasi non senti la fatica delle ore di lavoro quotidiane. Qualche anno dopo, il matrimonio. E diventare madre. Il tempo di dare il necessario e ti rimetterai al lavoro. Altri e diversi lavori.

Un’altra immagine ancora incorrotta è in piena estate, vent’anni dopo. Prendi a secchiate d’acqua un terrazzo bollente di quaranta gradi. I piedi scalzi e una risata, scagliata contro le sfortune. Quelle previste, messe in conto, assunte a tempo indeterminato e quelle imprevedibili, inverosimili. Stai per fare le tue scoperte, il cedimento delle strutture è imminente, crollerai, ma solo per poco.

Dieci anni ancora, stavolta il set è tra le mura di un ospedale scampato a una guerra, ma non ai tagli alla sanità. Giornate che si affollano di guai, tua figlia ricoverata in una stanza sterile h24 per mesi 2. Per tornare a casa, ogni giorno, un tunnel tappezzato di blister semivuoti e pareri medici svogliati. Un senso di debito che comincia a farsi strada come acqua nelle intercapedini.

Perdi il tuo lavoro, tuo marito l’ha perso già da qualche anno. Ma il Paese è solido, le banche sono liquide, e la famiglia italiana è stabile e ricca.

Viene quasi da ridere a pensarla dentro casa, la crisi. Vicinissima, quasi un parassita, mentre alla televisione, è solo un fastidioso alone sui tessuti, che non impedisce a chi la annuncia, la nega, la esalta, la umilia, la sfida o la sfrutta, di continuare nella solita insultante routine. Si tratta in ogni caso di prove attoriali. Nella tua realtà, invece, sono quasi banali le sue manifestazioni. Il frigo vuoto, la luce rossa della benzina sul cruscotto, l’imbarazzo nelle conversazioni col vicinato.

Preoccupazioni nere, cose che ti prendevano in ostaggio. Poi la storia ricomincia dal punto di partenza. Ora più che immagini, sono suoni.

Il motore di una macchina da cucire che parte alle sette, smette a mezzanotte, e rimette insieme i pezzi dispersi. Ricuce gli strappi delle separazioni dei beni, delle cartelle esattoriali, dei questa è la tua ultima possibilità delusi.

Il fruscio di pagine di quaderno, quello dei conti. Segni più battono numeri negativi, una microeconomia ostinata si riattiva. Le voci, fuori e dentro casa, persone a decine che ora ti girano intorno.

Il lavoro lo inventi da zero, e se non basta a debellare la burocrazia/bestia, almeno riesce a distrarla un po’.

Se parliamo di pensione ti viene da ridere, ma ridi.

Ottobre 2011. Guardi il telegiornale, e mi telefoni, ma non sorridi come nelle fotografie: «Quattro operaie rimaste uccise nel crollo di una palazzina a Barletta. Lavoravano a nero in un laboratorio di maglieria». Ti soffermi su dettagli secondari, chissà che articoli trattavano, quanto era ampio lo scantinato, a che ora attaccavano al mattino. Vuoi collocarle nelle cose di tutti i giorni. Poi rimani in silenzio. Come per te, nessuna traccia è uguale a nessuna tutela. Come la tua, la loro storia percorre canali e traiettorie invisibili. Lavori, di nuovo, ma sommersa. L’unico modo.

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