Clandestina

di Alessandra Amitrano

Quando sono arrivata ero una clandestina. Mio fratello aveva preso una stanza in affitto e io dormivo lì, in un angolo piccolo, su una rete piccola e sgangherata.

Mi sono messa a cercare lavoro come badante, anche se le cose che avrei voluto fare erano altre. Mi sarebbe piaciuto lavorare con i bambini, sono sempre stata brava con i bambini, ho cresciuto i miei fratelli. Oppure mi sarebbe piaciuto fare la decoratrice, sono sempre stata brava a disegnare, nonostante mio padre sostenesse il contrario.

Era completamente ubriaco la sera che tornò a casa e mi trovò seduta al tavolo della cucina. Stavo riproducendo una Madonna del Mantegna.

«E la cena?», mi chiese, «ancora non è pronta la cena?».

La cena era già pronta. La cena erano gli avanzi del pranzo. Cucinavo sempre di più la mattina, per non dovermi rimettere a cucinare durante il pomeriggio, ma lui non l’aveva mai capito, il fatto di non trovare il suo posto apparecchiato significava che la cena non era pronta e basta.

Si avvicinò e si mise a rovistare tra i miei disegni. Le immagini di tutte quelle madonne dovevano averlo veramente irritato perché sollevò la Madonna che stavo copiando e fece una faccia disgustata. Dopodichè scoppiò a ridere. Una risata che si disperdeva nell’aria come le scorie di una mina.

«È così che ti piace perdere il tempo, eh?», mi disse con l’alito che sapeva di birra e denti marci. Poi accartocciò il foglio e lo lanciò per aria, come se la cucina intera fosse un grandissimo bidone dell’immondizia. Mi prese per le spalle e mi costrinse ad alzarmi.

«Vammi a preparare il bagno, piuttosto, e poi… insomma tanto già lo sai quello che devi fare no?».

Avevo tredici anni e tutto quello che volevo era vederlo crepare.

Dopo poco tempo che sono arrivata in Italia ho trovato lavoro in uno studio dentistico, facevo le pulizie ogni sera, dalle otto alle dieci. Prendevo settanta euro alla settimana, in nero. Per vivere, i soldi erano pochi, così mi misi a cercare un altro lavoro e fui fortunata, perché in quella città c’era una grande richiesta di badanti. Tre pomeriggi a settimana ero impegnata in una casa dei quartieri alti, aveva cinque stanze e ci abitavano in due, marito e moglie. Mi piaceva lavorare in quella casa, le stanze erano spaziose, i soffitti erano quasi tutti affrescati. Mi piaceva stirare i vestiti della signora e le camicie di suo marito. Mi piaceva fare la pipì in quel bagno che sapeva di sandalo e lavanda. E così guadagnavo altri sessantatre euro a settimana che, sommati ai settanta, facevano in tutto centotrentatre euro a settimana. Non mi potevo permettere chissà che, ma a pagare la mia quota d’affitto e a contribuire alle spese ci arrivavo.

Siccome avevo tutte le mattine libere, decisi di frequentare l’Accademia di Belle Arti. Ero una clandestina, quindi non avrei mai potuto iscrivermi, ma ci andavo da irregolare, ad ascoltare le lezioni.

Un giorno, nel corridoio principale dell’Accademia, il professore di scultura mi chiamò:

«Scusi, signorina», mi disse, e io temetti il peggio. Temevo che mi avrebbe chiesto la tessera d’iscrizione, che avrebbe scoperto che non ero iscritta, che ero rumena, che ero clandestina. Pensai che sarei stata costretta a tornare in Romania, maledetta me e la mia mania per il disegno, aveva ragione mio padre.

«Lei frequenta il corso di scultura, vero?», mi chiese.

«Sì, ma solo come uditrice… veramente… non sono iscritta», era fatta, addio Italia.

«Non importa, non è questo che m’interessa», mi rispose, non preoccupandosi neanche del fatto che non parlassi bene l’italiano. «Volevo proporle un’altra cosa. La modella del corso di scultura sta per lasciarci, che ne direbbe di posare per noi? L’ha mai fatto?».

Il mio cuore cominciò ad andare velocissimo. Modella io? Ma mi aveva visto bene? Ero magra da far spavento e poi quel naso, per non parlare del mio mento. Mah, proprio non lo capivo. Comunque gli dissi che ci avrei pensato.

A lui dissi così ma ero felice da morire, nel tragitto dall’Accademia a casa, sull’autobus, m’immaginai nella sala di scultura, completamente nuda, con tutti quegli occhi addosso, e proprio non riuscivo a crederci, ma sì, avrei accettato eccome, anche gratis, per l’arte avrei fatto questo e altro.

Daniel non era in casa quando rientrai, faceva l’aiuto carpentiere e a quell’ora lavorava sempre. Neanche il nostro inquilino c’era mai a quell’ora, in genere pranzavo da sola, dopodichè, verso le tre, uscivo per andare al lavoro oppure, qualche volta, al cinema, altre volte a fare la spesa. Di amiche non ne avevo ancora nessuna, Daniel insisteva a portarmi con lui la sera ma io rifiutavo sempre. Daniel frequentava solo rumeni e a me la cosa non andava per niente, non che avessi qualcosa contro i miei connazionali, ma ero convinta che se avessi cominciato a frequentare loro poi mi sarebbe stato più difficile conoscere gli italiani.

Appena misi piede in casa, feci per togliermi la giacca e correre in bagno per fare la pipì che Giovanni mi chiamò: «Bianca?».

«Ah, sei in casa? Non pensavo di trovarti», gli dissi.

«Hai mangiato? Ho fatto i bucatini. Se ti va, ce n’è un piatto anche per te».

Gli dissi che prima dovevo correre in bagno, ma dopo avrei accettato volentieri.

Mentre mangiavo, Giovanni mi guardava con un’aria strana. Gli chiesi se c’era qualcosa che non andava ma lui mi disse che era tutto apposto. Poi mi alzai per sparecchiare, portai via il mio piatto e il suo, andai a svuotarli nell’immondizia e li misi nel lavello, feci scorrere l’acqua e insaponai la spugnetta.

Avevo le mani sotto l’acqua calda quando mi afferrò da dietro, mi strinse i fianchi e cominciò a sussurrarmi delle cose nell’orecchio. Mi diceva che mi sarebbe piaciuto, che mi dovevo lasciar andare, che non dovevo gridare perché tanto avrebbe fatto quello che voleva in ogni caso… in fondo, secondo lui, doveva essermi già successo no? Voi rumene siete tutte delle grandi puttane.

Feci come mi disse, non fiatai e, a un certo punto, smisi anche di opporre resistenza, era arrivato qualcosa di molto più grande di me a portarmi via tutte le forze.

Non fiatai neanche il giorno dopo, con nessuno. Non potevo farlo, d’altronde chi avrebbe dato retta a una puttana rumena e clandestina?

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