IL CASALE INFESTATO

con questo racconto chiudiamo “La trilogia del patricidio” di Duka.

Questa storia mi è stata raccontata da Antonio, un amico che era sceso a Roma dal Peglia, una notte d’inverno in un pub di San Lorenzo.

C’era una volta un suonatore di tamburello, per nostra sfortuna c’è ne sono ancora.  Abitava in un casale abbandonato sul monte Peglia. Per svoltare aveva deciso di aprire una scuola di pizzica per i figli dei freakabbestia  che abitavano nelle cascine della zona. Ora, devi sapere Duka, che, negli anni Novanta del secolo scorso, lo stesso casale del suonatore di tamburello era occupato da un malvagio freakettone, un vecchio avaro morto lasciando tutto il denaro nascosto da qualche parte dentro la casa. Soldi accumulati negli anni del boom del biologico, che tanti danni afflisse al fegato del movimento, vendendo formaggella prodotta in assenza di norme igieniche, marmellate che non sapevano di nulla, vasetti di sott’olio rancidi, frutta, verdura e carne, che spediva mensilmente nelle mense dei centri sociali di tutta Italia, un vino rosso così buono che al primo assaggio sembrava di degustare il Tavernello. Tutti gli hippy che in seguito erano andati a vivere nel casale avevano tentato di trovare il tesoro, ma nessuno ci era riuscito e le credenze new age dicevano che nessuno ce la poteva fare, a meno che il fantasma del freakettone avaro, un giorno, non avesse preso in simpatia uno degli occupanti tanto da rivelargli il luogo segreto del nascondiglio. Mino, così si chiamava il nostro suonatore di tamburello, era un materialista e non credeva nel sovrannaturale, non diede molta importanza alla storia e la prese come una leggenda da bolliti. Non riteneva possibile che un soggetto del genere avesse accumulato tanto denaro, eppure non riusciva a levarsi dalla testa l’idea del tesoro. Una notte, quando il suo orologio suonò l’ultimo rintocco della mezzanotte, Mino si svegliò di soprassalto, completamente fradicio di sudore. Non riuscendo più a riprendere sonno, si mise seduto e si guardò intorno. Ai piedi del suo letto, un Malm di legno plasticoso comprato all’Ikea di Roma stagliava un’ombra sul pavimento. Mino stava immobile e all’improvviso notò la figura di un vecchio hippy incartapecorito, con i pantaloni a zampa di elefante, scalzo, i campanelli attaccati alla caviglia e i capelli più lunghi dei suoi. Si ricordò della leggenda del tesoro del freak avaro e pensò: “È venuto a mostrarmi dov’è nascosto”. Il fantasma del freakettone avaro si mosse verso la porta, Mino si infilò i jeans, si mise una maglietta di batik, calzò i sandali in cuoio e lo seguì. L’apparizione scese in cucina, il tamburellista gli stava alle calcagna. Arrivati daventi al focolare sospirò e disse: ” È qui”, poi scomparve.
La mattina seguente Mino pensò di chiamare due muratori, ma poi decise di risparmiare e fare da solo. Aprì la stanza degli attrezzi e cercò un piccone, l’impugnò e iniziò a buttare giù il camino. Demolì l’intera parete ma non trovò nemmeno un centesimo. Cominciò a rosicare come un cane.
La notte seguente il freakettone apparve di nuovo, e il tamburellista, incazzato nero, gli urlò: “Testa di cazzo, mi hai fatto sfondare il camino, mi hai detto che era lì”. Lo spettro rispose: “Non mi hai fatto finire la frase, io volevo dirti: è qui che ti sbagli”. Mino si scagliò contro il fantasma, attraversò il suo corpo e si schiantò contro il muro.  Con il sangue che colava dalla fronte, disse: “Non pensare che vengo dalla montagna del sapone, solo perchè sono nato a Melendugno”. “Dove cazzo sta Melendugno”, chiese il fantasma. “In Salento, la terra del sole e del vento”, rispose tutto fiero Mino. “Ora si spiega, perchè ci prendi con il tamburello”. “Modestamente ho suonato anche a Torre Paduli alla festa di San Rocco”, disse Mino. “Miei coglioni”, rispose il fantasma, “quando hai iniziato a suonare?”, gli chiese. “Ero bambino quando ho cominciato, con mio nonno e i suoi amici, sul palco del paese durante la sagra della cozza piccina”, rispose Mino. “Cazzo! Tutti palcoscenici importanti”, esclamò il fantasma. Pensando di essere entrato nelle grazie del fantasma, Mino decise che era giunta l’ora di battere il tesoro. “Col cazzo che ti dò il mio tesoro”, urlò il malvagio freakkettone, “però ti dò solo i soldi che servono per aprire la scuola di pizzica”. “Come fai a saperlo?”, esclamò Mino meravigliato. “Ti sei scordato che sono un fantasma? So tutto di te”. “Allora mi regali i soldi per iniziare i corsi?”, chiese il tamburellista. “Io non ti regalo un cazzo, io ti sto proponendo di diventare soci”. Mino, entusiasta, urlò: “Alla grande, socio alla pari con un fantasma”. “Frena compare, io metto il denaro, io intasco i soldi delle iscrizioni”.”Ma che ci fai con i soldi se sei morto?”. “Mio caro suonatore di tamburello, quante cose non sai. Per stare bene nell’aldilà servono i soldi e, ricorda, i morti non sono tutti uguali”.
Il fantasma fece segno a Mino di seguirlo, entrò in bagno e indicò la tazza. Il tamburellista corse nella stanza degli attrezzi, prese una mazza e una pala, tornò al cesso, sfondò la tazza, scavò e trovò mille euro. Tutto contento corse in paese e comprò sedie, banchi, gessetti, lavagna e tamburelli. Fece stampare i manifesti che affisse nei paesi della zona, mise un annuncio sul Corriere dell’Umbria e inviò mail al Manifesto. In meno di una settimana, si contavano trenta iscrizioni, il corso era pieno. Mentre Mino insegnava a suonare il tamburello e parlava di tarante e tarantolati, il fantasma  preparava il rancio macrobiotico per gli studenti, leccornie che, pasto dopo pasto, imbaratravano sempre di più chi le mangiava.
Una notte, scusami Duka, mi sono dimenticato di dirti che gli allievi dormivano nel casale, insomma una notte un allievo non riusciva a prendere sonno. Si alzò dal letto, uscì dal dormitorio e prese a scendere le scale guardandosi intorno. Il ragazzo aveva la sensazione di essere seguito, ma non vedeva nessuno, poi di colpo urlò e iniziò a ruzzolare giu’ per le scale. L’allievo, il cui vero nome era Pietro detto Frodo, si era rotto l’osso del collo. Tutti accorsero, ma non c’era niente da fare per il povero Frodo, era morto. Il giorno dopo, tutto il popolo del Peglia partecipò alle esequie. Ma durante il rito funebre pagano, tipico degli occupanti dei casali, mentre il corpo di Frodo bruciava sulla pira di legno, circolava voce tra i presenti che era stato il fantasma del freakettone malvaggio a spingerlo giù per le scale. Mino si prodigò nel dire che non c’era nessun fantasma nel casale.
I giorni passavano e il corso andava avanti, un altro allievo era subentrato al posto di Frodo e un’altra retta entrava nelle tasche dello spettro avaro. Una settimana dopo la morte di Frodo, un giovanissimo allievo di nome Remì, abbandonato dai genitori ancora in fasce in un’area di servizio sull’autostada all’altezza di Orvieto e trovato da una coppia di freak gay che diventò la sua famiglia e lo portò con loro al Peglia, venne trovato misteriosamente morto annegato nel torrente vicino al casale del fantasma. Questa nuova morte mandò nel panico gli studenti di pizzica.
Remì fu subito rimpiazzato con un nuovo allievo giunto da Roma.
Al corso c’era una bellissima ragazza, di nome Giada, arrivata da Bolzano, appena laureatasi a pieni voti in antropologia con una tesi su “Esorcismi e tarantelle nel mezzogiorno”. Aveva capelli rossi lunghissimi, lentiggini, indossava un gonnellone a fiori e gli zoccoli da olandesina. Giada divenne l’allieva prediletta di Mino, specialmente per le sue capacità nel canto e nella danza. Poco tempo dopo Mino s’innamorò di lei. Anche il fantasma del malvagio freakettone sbavava per il corpo di Giada, ma gli spiriti non possono scopare con i vivi. Una notte, Giada, nel sonno, sentì una voce che la chiamava, si svegliò e vide il fantasma. Lui la invitò a seguirlo e la portò in cucina dove gli offrì una fetta di torta integrale alle mele e libanese rosso. Giada mangiò di gusto il dolce, poi lo spirito del malvaggio freakettone svanì lasciando la bella ragazza da sola in piena pezza. Giada pensava di essere impazzita. Uscì dal casale e iniziò a camminare, nella speranza di riprendersi. Cammina cammina, arrivò in cima al monte Peglia. Una volta lì ebbe la malagurata idea di tornare giù al casale volando. Probabilmente si sentiva un passerotto ma si dimostrò una fagiana: prese la rincorsa e si lanciò. Invece di volare, Giada, precipitò e si spappolò su una roccia.
La mattina dopo, non vedendo Giada, Mino e gli allievi partirono alla sua ricerca. Quando trovarono il cadavere, il tamburellista impazzì dal dolore e iniziò a strapparsi i capelli. Chiamò la polizia mortuaria e i becchini, i quali rattopparono il cadavere alla meno peggio.
Gli alunni, ormai in paranoia nera, dopo un’assemblea, decisero di ritirarsi dal corso e richiesero indietro i soldi. Il denaro dovette uscire dalle tasche del maestro di tamburello, perchè il fantasma era svanito con la cassa. Mino rimase così senza un euro e fu costretto a chiudere la scuola, a lasciare il casale e abbandonare il Peglia. Decise di emigrare in Germania e, con gli ultimi soldi che gli restavano, volò a Berlino.
Arrivò in città con un trolley di cartone e il tamburello. Provò a svoltare con il suo strumento, ma a Berlino della pizzica non frega un cazzo a nessuno e sotto la metro non faceva un soldo. Anzi, un sabato notte, mentre suonava in un corridoio della metropolitana, un gruppo di skinheads, infastiditi dal suono della taranta, sequestrò Mino e a forza gli tagliarono i capelli.
Il tamburellista fu costretto a cercarsi un lavoro. Lo trovò da un kebbabaro turco e furono sei mesi d’inferno perché Mino, da buon salentino, odiava i turchi per motivazioni storiche, perchè i turchi in passato avevano occupato Otranto, impalato gli uomini e stuprato le donne.
Di notte pensava a Giada, al fantasma del freakettone avaro ma soprattutto al suo tesoro. Fu così che, alzati i soldi con il duro lavoro, tornò al Peglia e al suo casale. La prima notte che trascorse al casale, sentì dei gemiti. Si alzò e notò affianco a lui, nel suo letto dell’ Ikea, i fantasmi del freakettone e di Giada che scopavano nella posizione dello smorza candela. Mino s’incazzò ma loro non lo cacarono di pezza, anzi continuarono con più foga di prima. Il tamburellista urlò, ” Bastardo, ti scopi lei nel mio letto, almeno dimmi dov’è il tesoro”. Lo spettro, tra un gemito e l’altro, gli sussurò: ” È in soffitta”.
Accantonata la gelosia, Mino prese il piccone e lavorò tutta la notte. La mattina, ormai esausto per il culo che si era fatto invano, andò in camera e collassò sul suo letto. Si svegliò che era notte. Mai risveglio fu così brutto: vide lo spirito di Giada in ginocchio che prendeva con le mani il cazzo trasparente del fantasma freak per poi portarselo in bocca. Un bocchino in trasparenza, sembrava di vederlo ai raggi x, era troppo anche per un hippy che credeva nell’amore libero come Mino. Si alzò e andò al cesso, si mise davanti allo specchio, si tagliò i capelli lasciandosi la cresta, andò in cantina, prese le taniche di benzina vicino al generatore e cosparse di liquido infiammabile tutto il casale. Lanciò i suoi sandali e appiccò il fuoco mentre loro scopavano. Uscì di corsa dalla casa e arrivò a piedi sulla statale dove fece l’autostop per tornare a Roma. Prese un treno e scese a Lecce.
Ora  Mino è tornato a vivere a Melendugno, odia i freak e suona la batteria in un gruppo hardcore il cui nome è The Infest Farm-House. Con il suo gruppo ha raggiunto la fama e il primo posto in classifica.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...