I GATTI SACRI DELLA BIRMANIA

di  GUAPA

Miranda  mise a dormire i suoi figli ed irruppe con rabbia nello studio dove Filippo lavorava al tecnigrafo.
“E’ l’ultima volta che te lo dico! Se non accetti neanche questo lavoro prendo i bambini e me ne vado.”
Silenzio.
“Non hai niente da dire?”-replicò-
“Sì ed è l’ultima volta che te lo dico! Quando urli non riesco a lavorare!”

Filippo, folle, genio, idealista e sognatore, si era laureato a pieni voti in architettura a Roma nel ’68 e fu in quegli anni che tra una occupazione, un esame ed un corteo  conobbe Miranda e poco dopo nacquero  Michelangelo e Leonardo. Ma non bastò la paternità e la fine dell’onda della contestazione, ne’ la sua laurea e le conoscenze familiari a far conformare Filippo. Lui non accettava compromessi ed aspettava la sua grande occasione e fu per  questo che Miranda se ne andò con i bambini, che all’epoca avevano tre e due anni, permettendogli però di vederli quando voleva, senza intromissioni di giudici e tribunali, da buoni amici. (Filippo ebbe in seguito altri tre figli da altre due donne senza mai sposarne nessuna).

Passarono una decina d’anni e finalmente per Filippo l’occasione arrivò. Un venerdì mattina telefonò a Miranda.

“Domani vado io a prendere i ragazzi a scuola, mettigli un cambio nello zaino che li porto qualche giorno in campagna.”

Ma non specificò ne’ quanti giorni ne’ quale campagna!.. Dalla scuola andarono direttamente a Fiumicino dove si imbarcarono su un volo per l’Iran. Filippo aveva ideato la ristrutturazione di un villaggio a 200 Km. a sud di Teheran, il progetto era stato approvato ed era stato chiamato per sovraintendere ai lavori.

Arrivati a destinazione chiamò Miranda e le spiegò la situazione.

“Non preoccuparti, i ragazzi stanno bene e tra qualche giorno torniamo.”

Le telefonate andarono avanti così per due anni.

“Ciao mamma! Tutto a posto, andiamo anche a scuola ed impariamo tante cose nuove!”

Rapimento di minori a tutti gli effetti, ma la madre non lo denunciò sia perché la sua coscienza poco pulita ed una istintiva avversione per le guardie le impedivano di avere rapporti con le istituzioni, sia perché in fondo gli voleva ancora bene e si fidava di lui.

In effetti la situazione era poi abbastanza vera, se non fosse che la scuola si riduceva ad un volontario che arrivava ogni tre giorni raggruppando in una capanna tutti coloro che avevano un’età compresa tra i 5 e i 15 anni insegnando loro ciò che poteva, mentre le cose nuove che imparavano erano sicuramente tante ma non quelle che una madre vorrebbe a parte la lingua inglese e un po’ di arabo.

Ciò che appresero concretamente fu governare le capre e sgozzare le galline, cacciare le lepri con la fionda nelle nevi invernali e organizzare combattimenti di scorpioni nel caldo torrido estivo, la lotta libera e l’uso del Kalašnikov, i piaceri della carne concessi in modo virgineo dalle fanciulle del villaggio e i piaceri della mente dati dalle pipe di haschish e di oppio…

…Quando tornarono erano ormai due ragazzoni con un discreto bagaglio di esperienze e non trovarono nessuna difficoltà a riambientarsi alla vita di borgata della periferia romana dove viveva Miranda.

Passarono così altri anni ed i fratelli crebbero tra microcriminalità, tossicodipendenze, riformatori e carcere, conservando però, a modo loro, una forma di etica morale basata su principi di giustizia e ribellione, qualità insite ereditate dai genitori che li portarono a frequentare anche i Centri Sociali di Roma.

I compagni li adottarono individuando in loro l’essenza dei  “bravi ragazzi”  e coinvolgendoli in varie attività.
“C’è un corso di Karate” oppure “c’è da andare a menare ai fasci” cose in cui riuscivano ad esprimere il meglio di loro!

Primi anni novanta. Michelangelo e Leonardo avevano fatto un po’ di soldi rubando macchine di grossa cilindrata per uno sfasciacarrozze rumeno che per riconoscenza gli diede un biglietto da visita.

ANDREJ DELESKU. IMPORT EXPORT.-indirizzo, telefono- BUCAREST

“Lui cuccioli cani mastini di razza. Lì pochi soldi comprare, qui  tanti soldi vendere!”

Era da poco caduto il regime di Ceausesco, la cosa sembrava fattibile, telefonarono, si organizzarono e partirono con un Pandino bianco. Macinato chilometri, attraversato frontiere e superato ostacoli arrivarono a Bucarest.

Giunti nella capitale riuscirono a fatica a trovare l’indirizzo stampato sul biglietto da visita, unico cartoncino sopravvissuto durante il viaggio alle mutilazioni per ricavare filtri di canne e suonarono al portoncino fatiscente.

Aprì Alina, un metro e ottanta di pura bellezza rumena, capelli biondi, occhi color ghiaccio ed un corpo fasciato da uno scollato maglioncino rosa, fuseaux neri ed ai piedi delle vistose scarpe fucsia tacco 12.

“There is Andrej? We are here for the dogs.”

“Yes, but now no dogs, only cats. Come in!”

Parlando con Andrej capirono che per i cani avrebbero dovuto aspettare le prossime cucciolate, circa un mese, e per non tornare a mani vuote si accontentarono di una coppia di cuccioli di Gatti Sacri della Birmania, due batuffoli color crema con sfumature grigie sulle orecchie e due grandi occhi azzurri, anch’essi di valore ma niente a che vedere rispetto alle loro aspettative. Li sistemarono dentro uno scatolone nel portabagagli della macchina e ripartirono per l’Italia, ma avendo cambiato molte più lire in  leu di quelli che poi gli sarebbero serviti per concludere questo affare ridimensionato e sapendo di non poterli più riconvertire in altre monete, prima di arrivare al confine ungherese li spesero in acquisti dei più svariati: un tappeto 3×2 di lana di montone, abbigliamento femminile ‘made in China’ (che all’epoca in Italia ancora non si trovava), un barile di miele, funghi porcini, bottiglie di alcolici di dubbia provenienza, generi alimentari sottovuoto non meglio identificati e con gli ultimi spicci anche una scopa di saggina, tanto per fare un regalo al padre.

Il Pandino macinava ininterrottamente chilometri su chilometri rispettando la tabella di marcia che i due fratelli si erano prefissati fino a quando, percorrendo una autostrada in mezzo al nulla che attraversava l’Ungheria il cucciolo maschio improvvisamente diede segni di follia, uscì dallo scatolone emettendo strani versi  e cominciò a zompare come un forsennato tra i vari oggetti accatastati  nell’abitacolo della macchina.

“Ma che cazzo c’ha sto gatto? Cerca di calmarlo!”

“Non so che fare, forse è meglio se ci fermiamo.”

Decisero così di uscire alla prima area di sosta che incontrarono, ma come Michelangelo aprì lo sportello della macchina il gattino schizzò fuori, attraversò di corsa il piazzale, scavalcò una rete metallica e si diede alla macchia nel bosco adiacente.

“E ora che facciamo?”-disse il fratello-

“Io ho fame, e tu?”

Aprirono il tappeto nuovo, rintracciarono tra i vari acquisti tutto ciò che era commestibile ed organizzarono un bel picnic. Dopo mangiato scattò l’ora della canna e Leonardo andò a prendere la tavoletta di fumo sapientemente inguattata sotto al tappetino del portabagagli e lì si accorse che un angolo era stato voracemente mordicchiato.

“Merda! Ecco cosa aveva la bestiolina!!!”

Fortunatamente dopo qualche ora il cucciolo tornò da solo, stremato e probabilmente in preda ad un attacco di fame tossica. Venne tranquillizzato e nutrito insieme alla sorellina (che intanto  dormiva beata) ed il viaggio proseguì senza altri particolari intoppi.

Tornati finalmente in Italia, in attesa di un compratore per la loro preziosa merce, appoggiarono i due micini a casa di Filippo che nel frattempo era tornato al paese natale nell’alto Laziio dove aveva ereditato dalla famiglia un casaletto con un pezzo di terra  in cui viveva dedicandosi di giorno all’orto e agli animali da cortile e di sera al tecnigrafo sul quale, tra una canna della sua erba ed un bicchiere di vino, continuava a realizzare progetti architettonici per privati della zona.

Intanto Michelangelo e Leonardo sparsero la voce negli ambienti romani che erano soliti frequentare e ci misero poco a trovare l’acquirente adatto, un giovane spacciatore di cocaina che si sentiva Scarface e che nella sua villa di Tor San Lorenzo aveva già una coppia di doberman, due iguane, un pitone ed una scimmietta così che i Gatti Sacri della Birmania gli sembrarono perfetti per arricchire il suo zoo privato offrendogli ben ottocentomila lire.

“E vai! -dissero- domani si va da papà a riprendere le bestioline e magari dal coglione invece dei soldi ci facciamo dare l’equivalente in roba così la rivendiamo e ci facciamo il doppio!”.

Avvertirono Filippo e l’indomani mattina arrivarono al casale con tanto di trasportino comprato per l’occasione, perché pensarono che non era bello presentarsi dallo spacciatore con una scatola di cartone, ma quando arrivarono dei gattini nessuna traccia.

“Non so – disse Filippo – fino a ieri c ’erano, staranno in giro, intanto fermatevi a pranzo che è da stamattina che sto preparando uno stufato per voi.”

Filippo uscì dalla cucina con un  tegame di coccio fumante e profumato, lo posò sulla tavola apparecchiata dove i suoi ragazzi si erano già accomodati e prima di sedersi si avvicinò allo stero, scelse un CD dalla mensola e lo fece partire.

“Creuza de mà” di Fabrizio De Andrè.

C’era armonia in quella tavola! Filippo ed i suoi ragazzi mangiavano con gusto sorseggiando del buon rosso, chiacchieravano, scherzavano e ridevano. Michelangelo e Leonardo fecero i complimenti al padre per lo stufato che aveva preparato mentre la voce calda di Faber cantava:

“…lasagne da fiddà ai quattru tucchi

paciugo in aegroduse de lèvre dei cuppi…”*


* dal genovese: lasagne da tagliare ai quattro sughi, pasticcio in  agrodolce di lepre delle tegole (gatto).

Liberamente tratto da una storia vera e dedicato a Filippo recentemente scomparso.

ROMA. Febbraio 2012

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