Storia di un sabato pomeriggio di fine gennaio

di Vincent Casseur
La mia storia comincia un sabato pomeriggio di fine gennaio,
Mi stavo dirigendo verso casa, ad un certo punto ho pensato che oltre alla crisi avrei potuto evitare di pagare anche un hard disk da 500 gb, bellissimo, rosso, autoalimentato, tascabile ecc. ecc. un oggetto che non doveva mancare assolutamente nelle tasche di un “proletario al passo con i tempi” come sarei stato definito in seguito. I passagi fondamentali per far cambiare proprietà al suddetto oggetto li avevo eseguiti tutti bene, o meglio così credevo, diciamo che ne sono stato convinto fin quando uno dei vigilanti non mi si è parato davanti, seguito a poca distanza da altri due che reputavo personaggi mitologici, ovvero due stramaledetti sbirri in pensione che girano in borghese nei centri commerciali fingendosi normali clienti. Vi lascio immaginare il seguito, la parte più succosa della nostra storia prende corpo all’arrivo della volante dei carabinieri, che non rinunciano alla scena ad effetto di portare verso la macchina il pericoloso ladro ammanettato, con le mani dietro la schiena, in via roma, di sabato pomeriggio….
Gli eventi che seguirono il magistrale arresto, possono essere elencati nella prassi normale di un fermo in flagranza di reato: perquisizione a casa, interrogatorio, scena dello sbirro buono/sbirro cattivo, tentativo accollare altri furti e altre normalità del genere. Normalmente gli spunti più interessanti di una storia sono i dettagli, e bisogna ammettere che qualche dettaglio rappresentativo la nostra storia lo porta con se. Un particolare degno di nota, fu la reazione dei solerti uomini in divisa nell’apprendere i precedenti penali del sottoscritto, pur dovendo ammettere che ero incensurato, tutte le segnalazioni della mia presenza in manifestazioni varie mi parve di capire che non gli andassero a genio. ”Quindi fai i cortei per i marocchini??”, “abbiamo un dissidente qui” “ma tu le mazzate come si deve dai carabinieri le hai mai prese???” “corteo contro la guerra? ma a ste cazzate ci credi sul serio?” più o meno in questo modo commentarono le novità che il terminale forniva loro con velocità e precisione. Lo devo ammettere, non ho mai avuto simpatia per gli uomini in divisa, dopo averci passato 8 ore in caserma posso dire senza dubbio alcuno che i carabinieri sono gli uomini più di merda del mondo. Mai in vita mia ho visto un così grosso concentrato di razzismo, ignoranza, antipatia…e altre cose che non riesco a rendere come meriterebbero.
Durante il tanto agognato trasporto dalla caserma al carcere delle vallette ho avuto la fortuna di ascoltare un concerto, infatti i due marescialli diedero vita ad una sinfonia di “negro, negro, negro”, appellativo che utilizzavano per appellare un qualsiasi extracomunitario che vedevano per strada. Bisogna comunque dire che il loro razzismo era ben distribuito, anche i rumeni avevano la loro dose, ma anche gli albanesi e in parte minore anche i cinesi. Un dettaglio in particolare eliminò ogni dubbio sul fatto che i due marescialli appartenevano a quella particolare categoria di esseri umani dotati di una scatola cranica di forma fallica, ovvero quando bruciarono un semaforo rosso per superare una volante della polizia, non potevano permettere che la concorrenza arrivasse prima di loro nel piazzale del carcere. Ma i nostri due eroi all’arrivo nel suddetto piazzale ebbero una brutta sorpresa, ovvero una macchina di loro colleghi che faceva bella mostra di se nel parcheggio. Commento di uno dei due “sai che figura ci facciamo con questi adesso che portiamo un italiano mentre questi di borgo dora arrestano sempre marocchini per droga”. Infatti i loro solerti colleghi avevano beccato due malcapitati fratelli marocchini con 7 chili di hashish, una brutta mazzata per i miei due accompagnatori, che portavano in dote alla galera uno studente italiano che aveva rubato un hard disk.
la prima cosa che ho imparato in galera è la diversa concezione del tempo, li dentro per fare qualsiasi cosa ci si mette 4 volte in più che fuori. Il tutto si può racchiudere nella frase di un secondino, che dopo avermi fatto spogliare ha perquisito con metodo tutti i miei abiti, mi ha portato in una delle camere di sicurezza della matricola del carcere chiudendo la gabbia ha detto “e adesso aspetta”. Era notte fonda, mi sono sdraiato sulla panchina di ferro ed ho provato a dormire, avevo preso sonno da poco quando sento urlare il mio cognome,”cosa c’è?” chiedo, “visita medica” la risposta, anche in questo caso ho dovuto aspettare una ventina di minuti senza un apparente motivo.
Il colloquio con la dottoressa mi ha fatto capire che anche lei apparteneva a quella tipologia di persone con la scatola cranica di forma fallica, me ne sono reso conto nel momento in cui ha pronunciato queste parole “capisco che si trova in carcere e quindi l’umore non è dei migliori, ma ha qualche pensiero negativo, tipo voglio ammazzare qualcuno o cose di questo tipo”, la domanda della dottoressa mi lasciò alquanto perplesso, risposi di no con un cenno della testa, ma i miei pensieri esprimevano più o meno il seguente concetto:”e anche se fosse lo direi a ate? testa di cazzo”. La dottoressa compilò alcuni campi della mia cartella medica e poi mi congedò, il secondino mi disse di aspettare fuori nel corridoio, mi appoggiai al termosifone, poco dopo arrivò uno dei due fratelli marocchini beccati con 7 chil di fumo. Era un tipo mingherlino con una faccia buona, attaccò bottone, mi chiese cosa avessi combinato, spiegai la situazione e subito mi disse “tranquillo, lunedì esci”. Contanto uno dei carabinieri, il secondino che mi prese le impronte, e un’altra tipa che non ho capito chi fosse era già la quarta persona che pronosticava il mio rilascio. Questa considerazione merita un leggero approfondimento, il carabiniere in questione si espresse in questo modo “ma tu lo sai che io smontavo due ore fa?? lunedì ti scarcerano, come al solito perdo tempo per niente”. Ovviamente dentro di me pensai, “ma che cazzo mi arresti a fare”, un’altra prova a conferma della mia tesi, i carabinieri ovvero esseri umani con la scatola cranica di forma fallica.
Il secondino mi accompagnò in cella, ma in una diversa dalla prima, questa aveva una particolarità, un vetro rotto che faceva entrare un vento gelido, credo di non avere mai provato così tanto freddo in vita mia. Durante la notte arrivò un compagno di sventura, un tipo di 34 anni beccato a rapinare un negozio di scarpe, anche lui dopo le domande di rito mi disse che sarei uscito subito. Il resto della notte fu una continua caccia al poco calore emanato dal termosifone, finalmente arrivò il mattino, non vedevo l’ora di essere trasferito ai nuovi giunti, volevo assolutamente un branda dove dormire. Ci trasferirono ma in un’altra camera di sicurezza, per fortuna più calda della precedente, mi buttai per terra finalmente riuscii a dormire un paio d’ore.
Mi svegliarono i discorsi di due guardie che litigavano su un rigore di del piero “che risveglio di merda” pensai, poco dopo ci portarono la colazione, ovvero una bottiglia di latte annacquato e del pane. Uno dei miei compagni di cella si incazzò, “ma i bicchieri?? mica possiamo bere tutti da li”, “i bicchieri non ci sono, arrangiatevi”, e così fu, bevemmo a turno dalla bottiglia, poi ci spostarono in un’altra camera più piccola, credo due metri x cinque o sei al massimo, ci restammo in nove, fino alla sera dopo.
Appena entrato nella stanzetta mi resi conto che quelle 4 mura erano uno spaccato della popolazione carceraria, su 9 detenuti eravamo solo 2 italiani, il resto erano tutti extracomunitari, a seconda della etnia si dividevano i reati, i 4 marocchini spacciavano fumo, due nigeriani cocaina e un’altro ragazzo era dentro perchè senza documenti. Quest’ultimo mise a terra la propria coperta e mi invitò a sedere, gli altri mi imitarono e cominciammo a parlare, alla fine ognuno sapeva i guai degli altri. Verso le 11 e qualcosa arrivò un secondino con il cibo, il menù prevedeva tagliatelle in bianco ottime per foderare le condotte forzate di una centrale idroelettrica, pollo arrosto disidratato e una mela, e visto che era domenica due merendine a testa. Dopo un paio di forchettate decisi che la storia d’amore col cibo della prigione non sarebbe mai decollata, decisi anche di fare un patto col mio organismo e in un dialogo alla homer-cervello arrivammo alla conclusione che avrei ingerito solo acqua e frutta, tanto più che essendo domenica la cena era giudicata superflua dall’amministrazione carceraria. Finalmente riuscì ad andare in bagno, questo aspetto merita una considerazione, bisogna sapere che dentro le mura della prigione il tempo scorre in maniera diversa, in pratica per qualsiasi cosa ci vogliono almeno 30 minuti in più rispetto a fuori, questo per farvi immaginare le condizioni della mia vescica….
Usciti dalla celletta a gruppi di tre ci fanno mettere in fila nel corridoio, e poi uno alla volta si entra nel bagno, non appena entrato feci un altro patto col mio organismo, patto che si può riassumere così: “io non mangio tu non caghi”. l’unica cosa buona di quel cesso era l’acqua il resto a cominciare dal tubo che la portava non merita nemmeno di essere menzionato, diciamo che su tutto spicca l’assenza di carta igienica e sapone. Riflettendo sulle ottime condizioni igieniche, rientrai in cella dove incontrai un’altro compagno di sventura, un ragazzo italiano di ventanni, dedito a rapinare dei gay che si prostituivano nelle vicinanze di casa sua, situata in un paese della cintura di Torino. Era un tipo simpatico, forse anche per via del suo aspetto rubicondo, l’unico difetto erano le domande che faceva, nel senso che tentava di autoconvincersi che sarebbe uscito subito, dal momento che per le rapine era già stato arrestato ad inizio gennaio e dopo 20 giorni lo avevano mandato ai domiciliari, ma adesso era arrivata un’altra denuncia dello stesso tipo e lo avevano riaccompagnato in cella. Passava le ore a chiedere il nostro parere salvo poi dare lui stesso la risposta. Passò così un’interminabile pomeriggio, tra le cose da segnalare le continue richieste di sigarette ai secondini e gli altrettanti continui rifiuti, e le mini passeggiate fino al bagno. Quando si spensero le luci provammo a dormire, con delle mosse stile tetris riuscimmo ad incastrarci per stare il più comodi possibile, impresa comunque ardua dal momento che si dormiva per terra.
Non so quanto tempo riuscii a dormire, sicuramente non molto e sicuramente solo dormiveglia, quando si aprirono le porte e un’altro detenuto venne a farci compagnia. Siciliano sulla cinquantina, capelli brizzolati, venne subito soprannominato “lo zio”. Doveva essere un bel tipo, dal momento che aveva rifiutato i domiciliari con ancora due anni da scontare, “per che cosa” gli chiese il ragazzino, e lui per tutta risposta mimò il gesto della pistola con la mano e disse con accento siculo ” mi hanno preso in una sparatoria con la polizia, hanno messo il mio nome in mezzo a tutti i maffiosi, ma io non c’entro con loro”. Per fare posto allo zio, saltarono tutti i piani tetris, pensai che almeno non avrei patito il freddo e immaginavo che roba doveva essere il sovraffollamento ad agosto….
Non ho mai aspettato con così tanta impazienza che arrivassero le 6 del mattino, infatti il suono della serratura lo ricorderò come uno dei momenti più belli della mia vita. Dopo una notte passata a dormire 20 minuti per volta finalmente avrei avuto un pò di spazio vitale, o almeno era quello che speravo. I secondini ci misero in fila, tanto per cambiare, e ci portarono in un altra camera di sicurezza. La cosa che mi colpì era la sua grandezza e le scritte sui muri, “sbirri infami” “guardie di merda” e altre scritte infamanti
l’intero apparato carcerarario, sembrava un corso di lingue, ho riconosciuto insulti in italiano, arabo, rumeno, e altre 4 o 5 lingue. A contraltare compariva un avviso del ministero di grazia e giustizia che diffidava dal fare scritte nell’ambiente carcerario, il bello è che mentre un “guardie sarde pezzi de merrda”
si leggeva bene, le scritte del foglio erano sbiaditissime.Dopo un’oretta buona riaprirono la pesante porta e ci fecero schierare di nuovo in fila, poi legati a gruppi di tre ci portarono fuori, dove ci attendeva un autobus blindato. Salito sopra mi resi conto che dentro faceva più freddo che fuori, “assistente fa freddo” urlò uno dei miei compagni di sfiga “accendiamo il riscaldamento” rispose uno dei secondini tradendo un fortissimo accento sardo. Finalmente partimmo, durante il tragitto feci 4 chiacchiere con un ragazzo che era dentro perchè spacciava cocaina, avevano arrestato anche la fidanzata, e gli avevano sequestrato 25000 euro in contanti, “sticazzi” affermai mentre pensavo “ma porco dio, i paradisi fiscali cosa li fanno a fare?”. Mentre il bus ballava la rumba con i semafori di corso regina pensavo a cosa cazzo avrei detto al giudice, la parola cleptomania mi ronzava in testa, o meglio non riuscivo a togliermi dalla testa il ritornello di “aiutami a resistere a questa mia malattia….”. Pensai che non era il caso di dire “mi scusi signor giudice ma sono cleptomane” e mi accorsi che eravamo arrivati, “fine della gita”. Ci fecero scendere dal bus di nuovo legati entrammo nei sotterranei del palazzo Bruno Caccia. Pensavo che a quell’ora davanti al rettorato l’onda provava a bloccare l’inaugurazione dell’anno accademico, “chissa che idee del cazzo si sono fatti sulla mia assenza”. Mentre entravo nell’ennesima camera di sicurezza vidi la fidanzata del tipo di prima che piangeva come una fontana, di fianco a lei una poliziotta brutta e inespressiva oltre che grassa, poteva essere un’ottima rappresentazione della galera. Nella cella mentre aspettavo il mio turno feci conoscenza con un ragazzo rumeno, col vizio di entrare nelle gioiellerie, che prendeva per il culo tutto e tutti “assistente porta brioche e cappuccino” “assistente vuoi comprarti la mia camicia?” “assistente lasciali stare, sono incazzati neri” (riferendosi a dei ragazzi di colore redarguiti perchè facevano troppo chiasso) erano i suoi cavalli di battaglia. Anche lui mi disse che sarei uscito non appena ci scambiammo la causa dell’arresto. Intorno a me tutti parlavano della loro udienza, molti si conoscevano, e parlavano dei particolari della rapina, del furto, o di altri traffici, “spero che non ci siano microfoni nascosti” pensai, intanto un secondino mi chiamò. Entrato in aula insieme ad altri 2 mi sedetti dietro le vetrate di sicurezza, arrivo l’avvocato “innanzitutto come stai?” “bene” risposi “a parte il materasso di piume troppo morbido” “per fortuna la voglia di scherzare non ti manca, mi raccomando adesso testa bassa, espressione triste ok?” mi raccomandò. Ritornai a sedere ed ascoltai gli altri imputati, uno era accusato di aver morso il dito ad un vigile, dopo un pò di dibattimento si prese 7 mesi, quello prima di me era un albanese, accusato di guidare con una patente falsa, per interrogarlo ci volle l’interprete, anche se a me aveva parlato in italiano. Sembrava di assistere ad una puntata di forum, il pubblico ministero, una tipa carina ma molto stronza, ripeteva:
“l’imputato è pericoloso socialmente, è già stato indagato per sfruttamento della prostituzione, ed è stato oggetto di un decreto di espulsione dal suolo italiano nel 2005″
l’avvocato ribatteva “il mio assistito lavora come imbianchino nell’impresa di suo cugino, frequenta esclusivamente albanesi, non capisce una sola parola di italiano, molto probabilmente non ha neanche capito di essere stato espulso”, andarono avanti così per una mezzora, col pm che diceva che era impossibile che non sapesse l’italiano e che l’imputato era un furbacchione e l’avvocato che lo descriveva come un povero lavoratore sfigato anche un pò scemo. Alla fine la richiesta di 1 anno e otto mesi di reclusione non fu accolta, il giudice gli diede 8 mesi con l’obbligo di firma, la cosa simpatica fu la giudice che disse “vuole chiedere le aggravanti generiche?” “si mi scusi dimenticavo” mi sembrava di essere dal salumiere. “quindi il decreto di espulsione se ne va a fanculo” pensai mentre mi avvicinai al microfono. Fu una delle udienze più brevi nella storia del diritto romano, la giudice mi chiese “vuole fare qualche dichiarazione?” “si” risposi “sono un proletario al passo coi tempi” “per favore parli più chiaro” mi resi conto dalla faccia dell’avvocato che era meglio evitare di ripetere “volevo dire che mi è chiaro di aver fatto una cazzata”, la giudice mi fissò e disse “va bene” e guardando la tipa che verbalizzava “però forse è meglio mettere cavolata”, poi la palla passò al pm che disse “l’imputato è stato colto in flagranza, pertanto chiedo la conferma degli arresti e la pena di 5 mesi e 120 euro di multa con le attenuanti previste dalla legge”. “la conferma degli arresti?” pensai con un accenno di timore, accenno che ebbe una impennata quanto l’avvocato disse “anche io chiedo la conferma, e considerando la giovane età, il fatto che non abbia opposto resistenza e che abbia ammesso la propria colpa, di concedere le attenuanti”. Un minuto dopo che era entrata nella camera di consiglio, la giudice uscì ed emise la sentenza “in nome del popolo italiano visti gli articoli ….. del codice di procedura penale, questa corte giudica l’imputato responsabile dei reati a lui ascritti e lo condanna alla pena di 4 mesi e 120 euro di multa con i benefici previsti dalla legge” poi fissandomi continuò “ha capito? vuol dire che è libero, ma questo succede la prima volta, non prenda l’abitudine”, quindi conferma degli arresti voleva dire che i carabinieri avevano fatto bene il loro mestiere di merda, con questa considerazione in testa salutai l’avvocato e ritornai nelle celle. Lì tutti mi chiesero com’era andata, io ovviamente feci lo stesso, rimasi colpito dalle lacrime di un tipo sui 35 anni che doveva farsi 1 anno, ricordo che prima di salire su era abbastanza fiducioso, rimasi ancora più colpito dalla chiave di lettura che il mio amico rumeno diede alle sue lacrime “lui piange perchè non può schizzare in vena”….
Avete mai fatto caso ai modi di dire dei dialetti italiani? Per esempio ostrega in genovese si può tradurre belin, a bologna dicono socmel, a livorno dè, a padova diocan, a roma sticazzi a napoli a faccia ro cazz, dalle mie parti si dice “culli cazzi”, beh culli cazzi fu proprio quello che pensai quando feci una comparazione tra me e il tipo albanese, lui pregiudicato si becca 8 mesi ed è pieno di soldi perchè come giustamente affermò il rumeno “lui ha puttane su strada, lui sbatte i coglioni”, io da incensurato per un hard disk da 160 euro mi sono preso 4 mesi…..
Il resto del tempo trascorso nelle celle del palagiustizia fu molto istruttivo, fui studente di una dettagliatissima lezione di: furto, rapina, truffa, clonazione di carta di credito, estorsione. Ricevetti anche alcune offerte di lavoro come faccia pulita che fa il palo, adescatore di studentesse vogliose di facili guadagni, uno addirittura mi chiese se si potesse nascondere della cocaina all’università, devo riconoscere che la fantasia non mancava a nessuno di quelli con cui mi trovavo in cella.
Dopo un pò di tempo ci riportarono in carcere, l’atmosfera era più rilassata, rimasi colpito da due secondini che parlavano di facebook, uno dei due aveva ribeccato un vecchio compagno del servizio militare che adesso era in iraq, “ma che belle notizie che devo sentire” pensai. Arrivati nel carcere noi della sezione matricole scendemmo prima, il rumeno grido “ehi italiano, io tra poco esco, vieni a trovarmi” mi urlo il numero di telefono mentre l’autobus ripartiva. Ci riportarono in cella, tutti vollero sapere l’esito, erano contenti che uscivo. Passammo il pomeriggio a parlare, finalmente di altri argomenti che non fossero i fogli dei carabinieri, disquisimmo di figa, di calcio, di soldi ecc. ecc.
Ad un certo punto le guardie cominciarono ad andare e venire da una cella all’altra, si stavano liberando i posti ai nuovi giunti e finalmente ci avrebbero portato su, ricordo che ci contarono una ventina di volte “quanti siete?” “11″- “quanti siete?” “11″…., sembrava la scena di un famoso film di benigni “si ma quanti siete? un fiorino”.
Mi spostarono in un altra cella, insieme ad altri liberanti, salutai gli altri e gli augurai in bocca al lupo. Sempre per quella legge del tempo che scorre più lentamente in carcere rispetto a fuori ci vollero due ore per consegnarci gli effetti personali, uno dei secondini mi chiese “tutto ok?” risposi di si “arrivederci allora” disse in tono amichevole “onestamente spero di no” dissi e lui “fuori di qua, fuori di qua”, in sei o sette uscimmo dalla cella, nel corridoio trovai il rumeno, era stato liberato anche lui, sbrigata la prassi delle impronte digitali fummo scortati da due guardie fino al cancello, dopo pochi minuti si aprì, ci dirigemmo tutti verso la fermata dell’autobus a compiere il primo reato, salire senza biglietto. Ci lasciammo il carcere alle spalle, tutti sparavano cazzate, la gente nell’autobus ci guardava in modo strano, in piazza statuto un tipo ci disse “appena usciti? anche io ho portato quelle buste, per cinque anni”, alla fermata di porta susa salutai tutti. Mi incamminai verso corso vittorio, l’aria era fredda ma la respirai con piacere, dentro di me sentivo crescere una incazzatura micidiale, la stessa che mi viene quando qualcuno pronuncia la parola “galera” in maniera troppo disinvolta.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...