SILVIO

di Matteo

-Bastardo, torna indietro!-
-Fascista di merda!- urlo correndo sulla neve e approfittando del buio della sera mi nascondo dietro un albero, appena in tempo per ripararmi dall’ennesima palla di neve che mi tira Federico. In fretta mi chino per raccogliere a mani nude quanta più neve possibile cercando di darle una forma pressoché sferica. Salto fuori e la lancio verso il mio amico che la para con un braccio. Nell’altra mano tiene un’altra palla di neve che mi tira addosso. Io faccio un salto all’indietro e il suo proiettile mi si frantuma sulla caviglia. -Maledetto!- gli urlo. -Oggi le guardie non sono tanto in forma vedo!- -Servo della Reazione!-
Lo scambio reciproco di insulti serve in realtà a farci riprendere fiato poco a poco, prima di ricominciare la battaglia che si risolverà in un raffreddore micidiale.
-Bambini, avete finito di giocare? Dentro è pronto!- Squilla una voce alle nostre spalle.
È Valeria, appena uscita dallo stabile per chiamarci. Io e Federico le andiamo incontro e più ci avviciniamo, più sentiamo il caldo e invitante profumo che viene dal presidio.
Federico e Valeria si baciano, stanno insieme da più di un anno ormai. Entrano, io devo pisciare e gli dico di riservarmi un piatto caldo. Mi incammino verso l’albero che mi aveva già offerto la sua protezione, me lo tiro fuori e inizio una pisciata fumante che va a sciogliere la neve ai miei piedi. Dall’interno del presidio permanente di Venaus, in Val di Susa, vengono suoni e risate. I valsusini sono eccezionali e la loro ospitalità non ha prezzo. Fa freddo a Venaus, lo sento nelle ossa già provate dal lungo corteo NO TAV che
abbiamo fatto a Susa nel pomeriggio. Ho bisogno di un piatto caldo anche io. Tirata su la cerniera mi avvio verso il presidio permanente. Intorno c’è solo buio e silenzio, in alto sui pendii della montagna vi scorgo in lontananza un paio di luci accese. Sono le luci del cantiere della TAV, il mostro nero, oscuro serpente di ferro che stupra e divora
montagne e vallate. Il mercato ha sancito la distruzione della Val di Susa, ma i valsusini, con le loro facce da boscaioli d’altri tempi, si sono rivelati un osso più che duro. Quel maledetto treno non passerà di qui ne altrove e i padroni possono starne certi. Guardo quelle luci in alto, eccolo lì l’utero della TAV! Raccolgo un po’ di neve e ne
faccio una nuova palla, la tiro a tutta forza in direzione del cantiere, quasi fosse una bomba, quasi dovessi vederlo esplodere realmente. La mia palla di neve viene inghiottita dal buio della notte. Il cantiere resta integro davanti ai miei occhi.
È una lotta giusta e sacrosanta quella dei valsusini, ha a che fare con l’autodeterminazione dei popoli, qualcosa che oggi non si sente più tanto spesso in giro. Ricordo il mio primo corteo NO TAV, ricordo il lungo viaggio verso Torino,
Silvio.

Già Silvio. È anche di lui che voglio parlare. Silvio è un nome che abbiamo imparato ad odiare, ma questo Silvio, il mio Silvio, non si odia, si ama. Non era un magnate delle televisioni, né un magnaccia della politica italiana, non era amico di Putin. Silvio era il mio coinquilino. Ai tempi vivevo ai Monti Tiburtini, assieme a lui e a Andrea. Erano i
miei primi anni di università e si stava spesso insieme. Amava i Doors e con la sua chitarra stava sempre lì a rifare la voce a Jim Morrison, scriveva poesie Silvio e non erano per niente male. Quante serate estive passate a fumare erba in balcone, con accanto una bottiglia di rum che ci faceva compagnia! Canne su canne, cicchetto dopo
cicchetto, mentre la fuori il mondo finiva. This is the end, ma non ce ne fregava un cazzo, finisse una buona volta il mondo e chi lo governa!
Erano due animali casalinghi Andrea e Silvio, diversamente da me che ero sempre in giro a fare casino.
Spesso però passavano a trovarmi coi loro sacchi a pelo nelle occupazioni all’università. Nottate passate a fare servizio d’ordine col bastone in mano per difendere le facoltà dagli attacchi dei fascisti, il freddo del pavimento di Storia che ti impediva di dormire assieme al russare del leaderino di turno.
Si trovavano a loro agio anche loro, ora giocando a calcio con gli autonomi nell’atrio di Lettere, ora passando le ore ad attaccare la Kamchatka con due carri armati nelle interminabili partite a Risiko con i fricchettoni Poi arrivò la chiamata da Torino, bolliva in pentola un grande corteo nazionale contro la TAV per il 17 dicembre in appoggio alla Val di Susa che con coraggio aveva sfidato gli sbarramenti della polizia per riprendersi il presidio di Venaus, sgomberato qualche giorno prima dalla questura. La tensione saliva e un corteo nazionale in solidarietà con i valsusini andava fatto. La questura sollevò lo stato d’allerta, poiché avevano notizie certe che avremmo messo a ferro e fuoco la città -magari!- e che la polizia sarebbe stata pronta a tutto. Tirava una brutta aria
insomma e Il fantasma di Genova tornò così a fare capolino nelle nostre assemblee.
Lo dissi ad Andrea: -Tra due settimane vado a Torino con gli altri. C’è un corteo nazionale contro la TAV.-
Andrea restò in silenzio qualche secondo, come se stesse rimuginando qualcosa di importante e mi sorprese quando disse: -Ok. Vengo anche io!-
-Da paura!- risposi entusiasta -Diciamolo anche a Silvio e vediamo che ne pensa.-
Silvio accettò e così partimmo alla volta di Torino.
Zaino in spalla e rotta verso il Nord.
Ad un certo punto del viaggio un buffo signore, che non avevamo notato, iniziò a gesticolare e farfugliare cose senza senso. Gli offrimmo uno dei nostri biscotti, lo aprì in due, leccò la crema di cioccolato e buttò via i due dischi di pastafrolla. Ci mettemmo a ridere. Ormai si era accodato a noi. Guardammo stupiti la sua gestualità fuori dal
comune con cui si esprimeva, ci disse che si chiamava Lionel e sosteneva di essere diretto a Parigi per un appuntamento con l’ambasciatore. Col Movimento non c’entrava niente, nessuno lo aveva mai visto e chissà che non si fosse buttato nell’eroica occupazione del treno perché davvero convinto di dover raggiungere Parigi?
Silvio teneva gli occhi chiusi, le cuffiette che aveva nelle orecchie ci facevano lontanamente intendere la musica vaticinante dei CCCP, si cacciò dalla tasca un cioccolatino al caffè e si accorse che Lionel lo stava fissando, lo porse allora al nostro folle amico, lui se lo infilò in tasca e si dileguò. Il corteo andò più che bene. A nulla erano valsi i tentativi di terrorismo mediatico di Pisanu e della questura.
Di nuovo in stazione Silvo sentì una mano bloccarlo. Non ricordo se rabbrividì credendo fosse qualche digossino, ma quando si girò vide Lionel che gli chiedeva qualche centesimo. Gli dette un paio d’euro. Lionel ne fu così felice che decise di sdebitarsi, si mise una mano nella tasca del giubbotto grigio, che un tempo doveva essere stato
bianco, e gli porse qualcosa. Silvio si guardò il palmo della mano e vide che c’era un cioccolatino, non uno qualsiasi, ma lo stesso che gli aveva ceduto in treno e che Lionel si era conservato e gli aveva restituito. Quando tornò dal cesso ce lo mostrò, era stupito per quel piccolo gesto denso di significato, quel piccolo cerchio che la vita gli aveva
posto davanti nell’assurdità della follia e nell’intensità della riconoscenza che sembravano raggiungere un senso ultimo, di una perfezione assoluta.

Passarono i giorni e i mesi, finché Silvio non iniziò a dare segni di cedimento. Si comportava in modo strano, usciva dalla mattina alla sera da solo e fino a lì io e Andrea pensavamo che finalmente avesse battuto la sua timidezza e si stesse preparando a riprendersi la vita, quando però ci disse di essere diventato Jim Morrison capimmo invece che magari, da qualche parte nella sua testa, iniziava ad esserci qualche serio problema. Si arrabbiava non poco se lo si chiamava Silvio, lui era Jim e tutti dovevano saperlo. Iniziò a prepararci da mangiare cose assurde, lui che era sempre stato un ottimo cuoco; tipo pasta, su cui riversava interi bicchieri di vino, panna, zucchero e caffè, il tutto
ben mescolato insieme con scaglie di cannella e pretendeva con severità che finissimo i manicaretti che ci preparava con affetto.
Una volta ricordo che entrai in cucina ed era lì, steso sul divano a disegnare su una tavola col sangue che ricavava dai tagli che si era fatto sui polpastrelli per portare a termine la sua opera d’arte. Sul tavolino vi erano cinque bottiglie di vino. Le aveva bevute tutte.
-Ciao Silvio!- lo salutai con imbarazzo, badando al tono della mia voce per non causare balzi d’umore improvvisi.
-Silvio non c’è più, io sono Foglia di Seta!- mi corresse, continuando a tracciare incomprensibili segni rossi
passando i polpastrelli sulla tavola in compensato. Avendo ormai superato la fase Jim Morrison, era ora entrato in fissa con i pellerossa, travisando un’intera cultura attraverso gli schemi della sua follia. Poi aggiunse: -Ora sono un vero artista, vedi?-
-Hai ragione Foglia di Seta, scusami. Si lo vedo, ma perché non usi i colori? Non vedi che ti stai facendo male?-
-Il sangue è il simbolo della vita che scorre. È quello che voglio disegnare, il fluire dell’esistenza.-
Cercai inizialmente di non pensare all’effettivo senso delle sue parole per preoccuparmi maggiormente della sua salute, poi mi avvicinai e continuai a parlare con lui per provare a capire.
-Hai avuto una bella idea a disegnare la vita. Spiegami cosa vedi nel quadro!-
-L’idea non è mia. È del Grande Spirito che parla dentro di me- mi rispose con tono delirante -Io sono solo il suo strumento.-
-Tu riesci a sentire la voce del Grande Spirito?- dissi con la comprensione che si usa con un bimbo dalla fervida immaginazione.
Lui annuì, senza distogliere gli occhi dal suo disegno, in cui la follia si intrecciava alla veggenza.

-Cosa ti dice il Grande Spirito?-
-Mi dice che ho capito. È per questo che parla con me.- mi disse con naturalezza, poi continuò -Presto anche tu capirai e anche Andrea. È questione di giorni. Tutti capiranno e sentiranno la sua voce di amore!-
Un giorno i suoi genitori vennero a riprenderselo, lui sembrava contento di tornare per un po’ a casa, faceva i salti di gioia. Io temevo ancora di più per la sua salute.
Amici in comune che lo rividero, mi raccontarono che parlava molto lentamente e aveva la testa gonfia come un pallone per via degli psicofarmaci che gli stavano somministrando. Mi sentii ancora più male per non aver fatto abbastanza per lui, avrei preferito mille volte tenermi il mio Silvio che se ne andava per Roma predicando alle genti, alle signore impellicciate del centro il sesso libero e la bontà del Grande Spirito, piuttosto che saperlo così.
This is the end.
Era buono Silvio, lo era sempre stato, anche in quell’ultimo periodo in cui aveva trovato il suo modo per sfuggire dagli schemi sociali da cui si era sempre sentito attanagliato. Era il modo dei nativi d’America, che andava bene nel loro mondo, nella loro cultura, ma che per lui andava bene lì, nella Roma alienata del 2006, era il modo di Jim Morrison che con la sua voce spalancava le porte della percezione. Lui era tutto questo, ma molto altro ancora, era il nostro Silvio di sempre, poeta maledetto che andava a cozzare ogni giorno con i dettami di un mondo di merda e dei suoi familiari per bene. Saranno contenti ora di averlo normalizzato.
Spesso ripenso a quel cioccolatino al caffè, quasi come se lì dentro vi fosse custodito il segreto di quella folle saggezza che il buon Lionel aveva deciso di far dono a Silvio, il segreto di una liberazione individuale che un giorno sarebbe stata di tutta l’umanità, una nuova umanità finalmente felice come i pellerossa di un tempo, in un mondo
che noi gente ‘normale’ non riusciamo ancora a concepire e che per ora solo loro due riuscivano a guardare.

-Ti vuoi muovere?- Urla Federico alle mie spalle -Il tuo piatto si sta raffreddando e tra un po’ finisce anche il vin brulé!-
-Arrivo!- rispondo dirigendomi verso la porta dello stabile in legno. Il vin brulé valsusino è ottimo, meglio non lasciarselo scappare e poi ti riscalda come poche cose al mondo, fa freddo a Venaus.

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