Le Haine

di AsP

Restituire l’odio.
15 ottobre, ore 8,30.

Non prendo nell’uscire dalla mia stanza lo zaino con i libri ed il panino del pranzo: non è questa la volta in cui posso pensare di abbandonare la piazza a metà strada per tornare alle mie attività universitarie. Lascio dietro di me tutto oggi, ho DECISO di scendere in piazza, lo voglio con tutto me stesso. Mi infilo le scarpe da tennis, la felpa nera con il cappuccio, e mi avvio.
Punta a piazzale Aldo moro, mi sembra di aver capito così, e la città è distesa nel suo solito grigiore, ci ignora. Stronza.
Arrivo. C’è poca gente. Sarà un flop?
Non mi interessa, voglio restituire al mondo l’odio che questo mondo inietta nella mia esistenza.
La haine.
Incontro nel piazzale un amico del paese che non vedo da anni: finisce il dottorato in storia, mi parla al volo della sua situazione, vuole condividere con me il suo disagio di questo momento. Ma mentre mi parla, mi sale la rabbia, non riesco ad essere compassionevole: lui depositario di visioni complessive, con pochi progetti in cantiere, gli diventano gli occhi lucidi a parlare.
Lo liquido in poche parole.
Vediamoci, sentiamoci. Ma le distanze, gli impegni fitti che ci coinvolgono mentre ricerchiamo la stabilità, non ce lo permetteranno. Gli voglio bene, mi ha fatto bene vedere la sua faccia amica, mi fa ancora più convinto del mio ruolo oggi. Oggi c’è la rabbia: di aver lasciato la mia famiglia a chilometri, rubando a mio padre parte cospicua del suo stipendio per darmi l’opportunità di esprimere me stesso in pienezza. Anche lo storico farà così. “Stai attento oggi, mi raccomando, che tira una brutta aria.”. Ma amico, è nel mondo che tira una brutta aria, sono io la brutta aria che tira oggi qui, io il tumore staccatosi dal corpo della società, il rigetto. E tu?
Chiamo chi aspetto, un amico romano: lavora per una grande grande grande azienda di consulting, scrive bandi per l’assegnazione di fondi europei, scritti male, appositamente per permettere a pochi di parteciparvi. Viene assunto ogni 6 mesi. Licenziato. Riassunto. Incrocia le dita ad ogni giro, spera di non aver pestato i piedi a nessuno, di aver fatto quello che gli era stato chiesto, e non uno scomodo di più. Ha 36 anni e poche speranze: quella modesta di riuscire a mettere da parte ciò che gli serve per costruirsi una casa con un orto abbastanza grande da potersi ritirare a vita privata. Da regolamento aziendale porta solo completi blu. È arrabbiato anche lui. ed oggi non porta la giacca. Ce lo siamo detti di voler restituire l’odio. Ce lo siamo detti. Ed andiamo insieme oggi. Lo trovo, mi batte sulla spalla. Poche parole. Pochissime. “Occhio”, mi fa.
La gente arriva, piano piano, nella nebbiolina di una mattina baciata da un po’ di sole. Mi basterebbe questo normalmente per essere felice. Ma oggi non voglio trovare scusanti a questo mondo che mi vessa.
Oggi sento di non essere solo. Il MONDO si ribella. Ci pensate? Il mondo intero ha qualcosa da dire, e grida. Voglio parlare anche io. Parlare del credito che penso di avere nei confronti del mondo.
Un filo di vento. Mi chiudo nella felpa. Lo spezzone parte. Con le gambe rigide, parto anche io. Con il mio bagaglio di credito. Di rabbia e disagi. Di odio.
Voglio respirare la paura di una società che gioca a spaventarmi ogni giorno.

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