Black Jazz Running

di Daniele Cerrai


Una volta avevo materia. Un nome. La gente mi chiamava Hassan Al-Tahijr. Prima di qui, il sahel tunisino. Cose che tu non saprai mai, visto che qui non sono niente, che non ho più identità. Sono solo un ombra che oltrepassa i vostri confini e si affanna nella  vostra santa città di giorno. Si confonde nel buio stando molto attento, di notte.

Semplicemente non esisto. Non sono un fantasma. Respiro, metabolizzo, pulso. Ma non mi vedreste se  ci incontrassimo . Inevitabilmente vi passerei sotto il naso. Fumo negli occhi. Se chiedessi di me nessuno ti risponderebbe. Se mi trovassi avresti trovato nessuno. Nessuno vive o Nessuno muore è la stessa cosa. Non persona. Sai cosa vuol dire questo? Nessun dovere ma neanche nessun diritto. Il che è peggio.

È per questo che tengo gli occhi dell’aquila e leggo i fondi di caffè, anche se espresso: devo avvertire il pericolo. Mi consolo pensando che non ho neanche una coscienza e ciò è un sollievo.

Faccio e vendo di tutto per vivere. E per lo più sono cose oneste, non pensare male. Sto cercando di mettermi in regola, amico, ne ho visto di sangue, sbarre e sudore ed ho capito quanto è rischioso essere ombra. Non altrettanto facile smettere di esserlo.

Ho girato più cantieri di quanti giorni ha dato il sole, parlato con tanti di quei signori in cravatta delle televisioni e mi hanno tutti riso in faccia.

Ho avuto il tempo di diventare il re dell’altoforno, il signore dei cementi, il giustiziere dello stucco, il conquistadores dei pomodori, il sifu delle saldature, ma non ho avuto premi, solo pedate nei denti. Non è servito a nulla.  Non mi sono fatto carne abbastanza per dirmi vivo. Molte volte non son stato pagato.

Ho sopportato anche quello, come sopporto di dormire abusivo in una delle tremila buchette di questo palazzone-formicaio lungo tre chilometri di cemento e farina ed altro sopporterò pur di guadagnare, anche se ogni tanto mi chiedo perchè.

Alle due e mezza di un’altra notte insonne penso a questo e ad altro, mentre sotto di me due stanno ritmicamente scopando. La luce gialla lampeggiante del semaforo par fare da metronomo. In un’altra imprecisata buchetta qualcuno ha alzato il tappo del cesso e con non meno enfasi piscia. Per strada qualcuno ha frantumato una bottiglia, mesto un vocio si alza per commentare, tg della notte, clacson, scorreggia.

Intanto i due hanno aumentato il ritmo e qualcun altro da una buchetta due chilometri più in là, stimolato dalla matematica tempistica, prova ad accompagnarli con il sassofono, lo segue una chitarra erotica mentre quello di prima tira lo sciacquone. Nasce una jam session.

Nel ronzio della notte, il cigolio del letto si lega al suono delle fabbriche lontane, torna al settimo piano per danzare con quello delle turbine elettriche e poi fugge via per inseguire l’armonia della chitarra. La sinfonia continua, aggira la puzza di piscio e si unisce al platonico ohm di qualche buddista vicino, per poi tornare a graffiare una volta che si scontra con l’abbaiare rabbioso dei cani randagi. È il coro caotico della metropoli malata, la voce distonica degli assoggettati che insorge.

Una ninna nanna al contrario, di lamento e di denuncia che si racconta per i propri figli. Si amplifica man mano e pervade ogni cosa. Tutto ne prende parte.

I due si lanciano nel gran finale: una voce incita, una sirena incede, un lavoratore impreca, raspa il motore di qualche auto malandata, il sassofono impazza e alla fine gli amanti esplodono e tutto il palazzone si lascia andare in un caloroso applauso. Poi tutto tace.

Si capisce che non è una nottata normale. La pubblicità del cibo giapponese non ci illumina ad intermittenza il soffitto stanotte. C’è un buio stramaledettamente complice e tensione nell’aria oltre allo smog cancerogeno. E’ la pioggia rossa acida che mi colora i vetri, i gabbiani che interrompono il loro fiero pasto di rifiuti, a preannunciarmi il tuo blitz, amico.

Così, prima che tu possa devastarmi anche il sonno mi preparo, so già cosa mi aspetta: sei venuto a sgomberarmi.

Il rumore dei tuoi stivali duri, le botte alle porte con i manganelli ad elettroshock, le urla tua e di chi viene svegliato nel sonno fanno sempre paura anche se si sa già cosa farai.

L’attesa del momento preciso in cui entrerai, l’incertezza su quanto duro sarai, ti assale comunque ogni volta incontrollabilmente. Poi alla fine arrivi sbirro-difendi fortezza, e ai pensieri, alla paura, si sostituisce la rabbia e la disperazione dell’impotenza.

Fermati, fai piano, sono regolare. Ho un lavoro onesto, muratore, non mi manganellare!

Non spaccare la mia roba, amico, lavoro per un signorone, ha lui i documenti, chiamalo e tutto si risolve. Non ci credi? Dammi una pila di mattoni che ti tiro su un muro perfetto in due minuti.

Mettimi alla prova.

Non mi puoi mandar via, sono io che costruisco la tua villetta: 4 Euro l\rquote ora al nero dal tuo amico, lo stesso che ti ha mandato qui. Tu e lui non potete fare senza di me, vi costerebbe troppo caro, ci deve essere un errore…….una dimenticanza.

Comunque tu non mi puoi provocare così, sbirro, offendermi, non puoi entrarmi nella testa in questa maniera. Non sei un cazzo di nessuno come me e questo te lo dico chiaro in faccia. Ora pestami pure più forte. Dodici, tredici…conto venti manganellate sulla testa, sulla schiena, nella pancia. Mi trascini per i capelli nel corridoio.

Non ti libererai così facilmente di me, il deserto non mi chiama ancora, amico, non sento la sua voce, non ho ancora nostalgia della luna bianca della mia terra, anche se là c’è una donna che mi aspetta quando sarò ricco.

Il giorno che sono partito l’hanno portata a casa mia. Era tutta ammantata dentro sete rosse. L’avevano celata come una rosa in boccio e la facevano sbocciare lì per me. Era bellissima, arrossita di timore e di innocenza. Me la promisero in sposa  mio e io in questi  giorni ho custodito gelosamente la sua immagine dentro di me, come si fa per la droga alla frontiera. Mi ha riscaldato in ogni notte sintetica di questa tana ed è ancora con me. Nessuno stupro per intrattenermi. Dal giorno che me ne andai, carico come un cammello, ho il desiderio di averla e il compito di far fruttare ai miei familiari i loro risparmi. E così farò.

Il ritorno sarebbe la più grande delle sconfitte, amico, lo capisci questo?

E’ per questo che non mi vincerai. Sono determinato. Due volte mi avete già scacciato e altrettanto sono tornato, vendendomi organi e mensilità del paradiso musulmano.

Non sento le botte, colpisci, non sarai certo tu a farmi desistere, ad impedirmi di riprendere un po’ della tua ricchezza. Riprendo ciò che è mio, ciò che voi avete rubato a me e al mio popolo e alle centinaia di altri popoli che avete conquistato, depredato, oppresso e che tutt’oggi soggiogate nelle vostre ultrefabbriche di multinazionali del cazzo.

E’ cosa buona e giusta, come direbbe il tuo profeta e dietro di me ci sono cento angeli dalle spade infuocate e altrettante vite di bonus come in Double  Dragon  che mi fanno andare avanti nel gioco. Tu non ce la farai a togliermele tutte stanotte, mostro di misero livello.

Continua pure. Il mio, di profeta, dice che vinceremo. Ho finito per ascoltarlo e così adesso non sento dolore. Nel naso l’odore del vento caldo carico di essenze tropicali, non il tuo piscio, nei polsi bracciali d’ebano, non manette, nelle orecchie ho solo i tamburi dell’Africa, non le grida di chi state portando via.


Il sangue che versiamo adesso contamina la tua terra. È un sangue giovane e fertile, attivo e prolifico, germoglierà semi neri, a dispetto delle vostre, tanto citate radici. Sostituirà la vostra essenza, spenta e opulenta. È scritto.

Balleremo meglio di voi. Il jackpot è alto e non mangiamo hamburger.

Portami dove ti pare sbirro, domani sarò di nuovo qui o in un’altra casa occupata, non mi rinchiuderai in una delle tue accoglienze, non stavolta.

Mi porti giù per le scale, ragazzo. Al cellulare…ma hai paura.

Ora che ti vedo meglio capisco che avrai una decina di anni meno di me, venti anni forse, passati male sicuramente. Magari è la tua prima incursione e ti stai cagando addosso dalla paura. Per questo mi hai colpito così forte…però dovresti stare attento al tuo manganello, amico. È troppo vicino alle mie mani. Troppo vicino. Troppo.


Beata inesperienza, che ti fai pagare da chi ti possiede!


Che strano effetto fa sentire il manganello sul tuo corpo: sei andato giù subito, piegandoti a terra piangente come un bambino, a dimostrazione di come senza le tue armi non conti un cazzo. Il manganello fa lo stesso rumore che faceva su di me: prova pratica che i bianchi e i neri sono uguali.

Mi spiace sbirro vorrei trattenermi. Toglierti le protezioni da robot che hai e picchiarti di più. Fare un puzzle della tua faccia…ma proprio devo scappare arrivano i tuoi colleghi. Tanto troverai la solidarietà di chi dirà che io sono un violento, tu un eroe.

Bang!

Bang!

Spara sceriffo, come nei film, tanto ho ancora molte delle cento vite truccate. Questa volta proprio non ti permetto di fermarmi,  di reprimere, di vincere e restare impunito. Dentro mi mangia  lo stomaco l’odio per  tutte le ingiustizie commesse nella Storia, la rabbia di tutti i popoli che sono stati oppressi e ciò mi rende inarrestabile.

Corro più veloce di una gazzella e me ne infischio di te, delle tue chiacchere e del  tuo distintivo, delle tue pallottole. Allah manda un muro d’acqua dal cielo, vuol dire che mi protegge.

Saluto un lupo mannaro travestito da hostess, mio dolce vicino di  pianerottolo, salto un muretto, due barboni terrorizzati e mi dissolvo nel buio fumoso di questa lunga notte jazz da esperta ombra quale sono.

Continuo a correre tra gli spari, i panni stesi, le innumerevoli pozzanghere e i residuati di parchi pubblici e alla fine scoppio a ridere. Ridere di gusto


Non ce l’hai fatta.

Sono ancora libero. Clandestino a piede libero. E rido.

Continuerò ad essere la tua più grande paura.

Come rido… riesco addirittura a godere, mentre volo sopra le torri faro di questa città e ancora più su, sopra i grattacieli, tra le stelle cobalto del vostro cielo, che per la prima volta mi appare bello.


E non mi riesce di smettere di ridere.

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