Kansai

Kansai cammina per le strade della realtà. Strabica, gobba, pazza, una figura quasi mostruosa.

Passa attraverso i muri, gli abiti e i luoghi comuni, scavalca recinti e regole, osserva la città in fiamme nutrendosi dell’enorme falò che consuma la superficie e porta allo scoperto lo scheletro, l’anima del mondo.

Kansai è un personaggio reale, fatto dagli occhi e dalla testa di 4 donne che hanno passato insieme pezzi di vita e hanno sentito la necessità di dipingere un’immagine comune di quello che le circonda.

Che aspetto può avere una persona con 4 cervelli, 8 occhi e 8 mani? Può solo essere un orribile spettro senza carne: non esiste un corpo capace di contenere una tale quantità di contrasti e di possibilità.

Ed è proprio dall’esplosione materiale di Kansai che ha origine l’immenso rogo che spoglia il mondo di tutte le sue sovrastrutture. È un fuoco purificatore, drammatico e doloroso.

Kansai osserva la profondità delle cose attraverso una sorta di comunione degli spiriti, diventando tutto quello che vede.

Ognuna delle 4 donne è stata una prigioniera, una migrante, una cieca consumatrice, una studentessa, una contadina di terre lontane nel momento in cui queste erano Kansai.

Il primo atto del concepimento di Kansai è stato la rinuncia: rinuncia alla narrazione come espressione di un solo punto di vista, rinuncia ad una personalizzazione classica e univoca, rinuncia ad un tipo di scrittura preciso: Kansai parla in prima, in seconda e in terza persona.

Tutto è il contrario di tutto perché ognuna delle quattro donne, quando guarda e cerca di raccontare quello che vede, è il contrario dell’altra e di se stessa e quindi Kansai  può avere un’unica definizione: contraddizione.

Questa vecchia e incorporea pazza è la personificazione dell’incoerenza perché quello che la tiene in vita sono le ceneri del mondo che ci circonda oggi, un mondo in cui tutto è ricoperto da uno spesso e resistente strato di paradosso.

Bisogna essere magri, ma mangiare abbastanza da dover comprare molto; bisogna essere colti, ma non usare l’università come luogo in cui crescere; bisogna essere liberi, per questo qualcuno deve essere rinchiuso. Kansai non può essere coerente.

Non solo il paradosso vuole essere raccontato, ma rappresenta evidentemente lo spiraglio dal quale potersi aprire un varco, da una parte per capire, dall’altra per cominciare ad immaginarsi il cambiamento.

Ovviamente bisogna essere pazzi, strabici, mischiati, bisogna sgusciare, strisciate, infilarsi, passare attraverso per vedere il paradosso nella sua incandescente potenza e potenzialità.

Non si può essere uno studente, una casalinga, un giudice, un pirata, una professoressa, un macellaio, una presidentessa, un ministro. Avere un attributo fisso, qualcosa più di un nome, chiude occhi e possibilità.

La passeggiata di Kansai nel mondo in fiamme cambia continuamente suono, passa da ritmi bassi e lenti a vorticosi e precipitanti suoni metallici. La velocità del suo passo influenza quella di ciò che le sta intorno. Ma lei si ferma dove si tenderebbe a passare oltre e corre quando verrebbe naturale rallentare, talvolta cade e perde completamente il filo.

Kansai, come il mondo, come il paradosso, come il fuoco, ha il suo ritmo.

Kansai ci ha accompagnato in esperienze strane, inquietanti ed emozionanti, noi l’abbiamo partorita dalla pancia e dalla testa, ma è lei che ci ha trascinate in giro per il mondo e ci ha fatto capire tante cose man mano che cresceva sulla pagina.

Forse non potrà essere per tutti quello che è stato per noi, però potrebbe far nascere la voglia di incontrarsi e fondersi, perché la sua più straordinaria capacità è quella di buttare giù le barriere che da sempre ci hanno detto di non superare e che ci tengono a una distanza minima dall’altro, che ci fanno tenere gli occhi dritti e la testa a posto e che sono esattamente quello che impedisce di appiccare il fuoco.

2 pensieri su “Kansai

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