Metropoli – La mia vita non fascista

di Kansai

La metropoli.
Insieme confuso, complesso, ingestibile e così disperatamente chiaro, schedato, unitario. Vedo la mia…
Ma tempo, spazio e luogo sono offuscati da questa nebbia. Vedo una metropoli…
Non mi interessa capire quale essa sia, non mi interessa specificarla, né tentare disperatamente di trovarne elementi particolari, unici.
La metropoli è regola, La metropoli non esiste, Ed è estremamente tangibile.
E’ ovunque, questa e poi quella laggiù, dove le persone camminano all’incontrario, ma il fuoco brucia con la stessa intensità.
La mente si sta forse abituando alla mancanza di ossigeno che è presente o assente nel fumo? Può la mente umana abituarsi a tali mancanze, o forse ci prepariamo ad una nuova atmosfera? Sono io o sono loro, questo loro incontrollabile che ha appiccato il fuoco, Sono io che cerco un’altra me, che cerco tutti i confini per valicarli, Sono io la strabica rinata, o Sono loro che per controllarmi, segregarmi, per abbattermi,
distruggermi hanno appiccato il fuoco?
Complesso questo gioco di ruoli, c’è un risiko perenne in questo mondo. Io mangio te, tu mangi me, ma io ho probabilmente strategie molto più fini delle tue…
Pensi, credi che.. ma mocciosetto non capisci veramente un cazzo, ti sto divorando, già inghiottendo e masticando, ma…
Sovvertire, ribaltare, annullare. Distruggere e ricostruire. Ripeto convinta nella testa queste parole di uso pseudo-comune a cui il fuoco ha fatto assumere un significato che sento mio Quanto le viscere che si incartano nel corpo, Quanto le gastriti che devastano il mio stomaco, Quanto le lacrime nel serbatoio della mia tasca oculare…
Quante lacrime può versare una donna? Che fanno le ricaricano? Devo passare da un revisore?
Scorrono le lacrime ma il fuoco non lo spengono, lo ravvivano. E allora forte di me, carica di energia comprendo, un colpo, un lampo, una scintilla..
Sono loro o sono io?
Sono io e la mia gente, sono io che ho appiccato, io che profano, io che vivo, io che ho i piedi in prima linea, io che lotto, io che determino questo big bang…Io

La poesia dell’invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, così come la poesia del nulla, nasce da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo.

La conosci quella favola? Quella massa di cazzate che ti raccontano davanti al lettino, quando hai il minimo indispensabile per ascoltare e capirci qualcosa fino al letto di morte, quando hai ancora un minimo di capacità per ascoltare e capire… quella di… come tutto cominciò…della notte dei tempi…adamo ed eva…quella che fa tipo…

C’era una volta l’esigenza, poi il desiderio di stare insieme. C’era una volta la capanna magazzino, poi la casa giaciglio, poi l’abitazione condivisione.
Era l’accampamento romano ad essere basato sulle regole della città. L’accampamento forniva ai soldati qualcosa di più di una semplice dimora temporanea. L’accampamento militare poteva essere occupato soltanto dopo che, con un’elaborata serie di cerimonie, ne fosse stata spiegata la forma ai futuri abitanti.
La forma rettangolare, a scacchiera, costituiva un’immagine delle credenze dei romani relative al mondo e al loro posto in esso. L’accampamento romano era pianificazione e organizzazione.
Poi c’era una volta il passaggio dall’ insediamento nomade alla città permanente fortificata che spezza la continuità del paesaggio recintando un pezzo di terra, e  perde qualcosa in cambio di un nuovo tutto da organizzare.
Per la prima volta, il recinto sbarrò il ritorno dei mandriani. Per entrare a Rancas le greggi dovettero allungare la strada di una buona lega.
Rancas cominciava a mormorare. La pampa appartiene ai viandanti. Nella pampa non si sono mai visti recinti, solo il ticchettio di passi di uomo e il battito di zoccoli di cavalli. La pampa è terra di spiriti e dei liberi di correre ed inebriarsi di profumi ed odori. Nella pampa il sole non cade mai, i camminatori al tramonto continueranno il loro viaggio verso il sole per arrivare a sorreggerlo.
Poi c’era la polis. La polis è il luogo in cui una determinata stirpe ha la propria radice. La polis era un gioco da tavolo con i dadi, greco, basato sull’interazione tra regole e caso; vinceva chi meglio riusciva ad improvvisare le regole dopo il lancio dei dadi.

Mi raccontavano della contraddizione tra chi è il soggetto e chi è l’oggetto e su cosa noi, soggetti o oggetti della città, le chiediamo di esprimere come desideri.

Vogliamo la città? Chiediamo alla città? Io corro nelle strade bruciate, raccolgo pezzi, ricreo e butto giù. Non chiedo alla città, non sono parte del mosaico.
Sono forse tassello mancante.
Vago sola tra limiti e confini, sbarello nella incomunicabilità, mi sento persa e ricerco, tento di fortificarmi, di sentirmi solida. Mi devo sentire un’impalcatura da riempire, da ampliare.

Come la città di Indore che scrive la sua storia nelle strade e la si può studiare solamente ascoltandone i suoni, assaporandone gli odori, ascoltando le persone…

Mi hanno raccontato tutto questo, parole che hanno preso parte dentro di me, che mi hanno formato, definito, concetti che oggi ho difficoltà ad abbattere, a modificare.

Ma ora, qui, tutto è devastato, tutto brucia.

Mi sento alla periferia di nessun centro, sono spaesata ma allo stesso tempo terribilmente in pace con me, con le mie priorità.

Brucia questa metropoli di merda, brucia il controllo, la macchina, l’omologazione, brucia il risiko, l’inganno, brucia la definizione, il linguaggio unico..

Esistono molti centri dentro di me e molteplici periferie, entrambi protagonisti.

Brucia il diritto del pubblico, brucia il bene indissolubile, brucia la regolamentazione delle dinamiche sociali, brucia l’incatenamento delle funzioni di un luogo, brucia il servizio.

Brucia tutto insieme, la comunità di quelli che vanno sull’ autobus, di quelli che vanno al mercato. E rinasce dal fuoco chi sta fuori dalla griglia, chi cerca e determina l’ interstizio.

Corro e non trovo più la città e la campagna; su queste strade bruciate, le gomme delle macchine, dei tir, dei treni, degli aerei hanno lasciato tracce, solchi più profondi di quelli dei passi degli uomini. Dov’è il dentro e il fuori di questo spazio, dove finisce? Tu ci sei dentro, sei compreso?

Genero e ricerco i miei spazi, spazi. Gli spazi vuoti sfuggono al controllo, sono determinati dalla profondità di eventi che si accumulano in modo indeciso, e dal loro utilizzo. Li ricerco e mi faccio linea, schema.

Mi incastro, mi lego e mi arrotolo, spazi confusi, geometrie nuove, definite…

Aiuto, fatemi uscire!!!!! Intensità di zone di luce e zone d’ombra.

Alla festa dei folli mi invitarono a bere, bevvi, bevvi fino a non poter più definire dove ero, qual’ era il fuori e qual’ era il dentro.

Alla festa dei folli mi fecero cantare e ballare canzoni prive di senso che tutti urlavano stretti gli uni agli altri.

Alla festa dei folli mi tolsero le scarpe…Scalza, scalza, mi dicevano, facendomi girare, guardandomi con sguardi ammiccanti di chi ti vuole spogliare con gli occhi, di chi ti si vuole scopare senza guardarti in faccia.

Alla festa dei folli mi fecero battere le mani e urlare Si, Si, Bravi.

Alla festa dei folli tutto ere continuo, senza tempo, senza spazio, continuum di arrivo e andar via, continuo di consumo, continuo di idee, lavoro e produzione.

Alla festa dei folli mi costrinsero a divenire schiava dei tempi imposti e schiava dei dispositivi perché così ero io, sicuramente io, inserita dentro a quel gran baccanale. Alla festa dei folli mi indicarono la strada.

Ma la loro mano mi prese e mi spezzò il polso per fargli fare un movimento innaturale ed indicare una direzione che non ha coordinate, non ha latitudine nè longitudine, non è indicata dalla luce delle stelle, nè tanto meno da quella delle lucciole, compagne della luna dopo l’abbandono del sole.

Ed ora dopo la festa dei folli ho il polso rotto che indica direzioni malate.

Dopo la festa dei folli sono stuprata della mia fisicità.

La festa dei folli viene spazzata via dal fuoco, dal fumo, e con il  polso rotto e il corpo stuprato, divengo Folle Io.

Io sono folle perchè vivo, perchè sogno, perchè immagino.

Dalla festa di quei folli, io sono Questa folle e sono piena, forte e folle del mio folle.
Esco dallo spazio definito ed entro nello spazio indeciso, la nostra terra, il nostro percorso, la nostra strada.

Disperdere i sensi, e ancora sentire. Volare, o non scoprire mai che lo si poteva fare.

 

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