Personalità – disindividualizzazione

di Kansai 

Oggi tutto brucia più forte e con più energia di ieri e dell’altro ieri.
Il fuoco sembra aprirmi le vene e poi scorrere insieme a tutto il resto: sangue, particelle, globuli, merde ingerite, un po’ di smog di questa città, e poi un bel po’ di amore, mischiato, mischiato a piacere e orrore, paura e risate.
Attraverso questo fumo e questo fuoco.
Mai smetterà? Sembra che aumenti ogni tanto, con un ritmo che non è definibile con algoritmi matematici. Un giorno sì e tre no? Non so, leggi di Eulero, di Newton,ma…

Ritmo è quell’astrazione dal tempo scadenzato, quella musica e quel ballo di passi e note fuori dallo spartito, ai margini della melodia. Ritmo è riappropriazione di tempo, non usufrutto, né consumo. Ritmo è oggi rapido e domani lento e soave, sempre strettamente legato alla mia necessità temporale.
Cammino oggi e non riesco a correre, ho le caviglie paralizzate. Speriamo che non sia un accenno di artrosi porca miseria, l’artrosi viene a chi ha una definita età. Io che non mi ricordo quando e chi mi ha concepita, Io che non so se il cavolo e la cicogna esistono o sono ricordi infantili, Io che non posseggo carte d’identità, bè, Io non posso certo avere l’artrosi…che direbbe il professorone da dietro la sua mega scrivana di cristallo con la foto della famiglia felice davanti? Come potrebbe spiegarsi, da dietro quegli spessi occhialoni e sotto quel candido camice, come sia possibile avere malattie senza avere definizioni corporali?
Cammino un po’ incastrata nei movimenti ma assolutamente sicura, sicura perché queste strade sono piene di gente, di essere, piene, stracolme. Sono sicura perché qui, in questa moltitudine, nessuno potrà farmi del male.
Così sicura e forte perché so che nessuno di loro mi vede..
Vedo una miriade di soggetti chiusi in una membrana fatta di cemento, in una mega capsulona grigia. Apparentemente camminano, corrono, si toccano, si amano…
Ma lo sento, lo percepisco che quel contatto è un semplice sfiorarsi; si toccano i pezzi di cemento, non i corpi di carne e ossa.
E sono tremendamente contenti.
Felici. Sì assolutamente e meravigliosamente allegri, perché non hanno paura, non sono invischiati nel casino delle relazioni, sono soli e contenti.
La membrana cellulare è frutto, mio caro professorone, della loro solitudine.
Hanno creato varie personalità in loro. Creano costantemente personalità. Ogni loro sogno, appena cominciano a sognare, è incarnato in un’altra persona che inizia a sognarlo, e non sono loro. Per creare si sono distrutti, si sono così tanto esteriorizzati dentro di loro che non esistono se non esteriormente. Sono la scena viva sulla quale passano svariati attori che recitano svariati drammi. Mille e soli.
Somma di solitudini che si sorvegliano senza proteggersi.
Una folla di uomini che corrono è una folla di uomini soli.
Una massa di esistenze indistinte che corrono è una massa che entra in un divenire rivoluzionario.

Oh fratelli miei, figlie mie, compagni miei, vi amavo con tutta la mia collera ma
Non sapevo dirvelo
Non sapevo vivere con voi
Non riuscivo a raggiungervi, a toccare le vostre anime fredde, i vostri cuori disertati! Non trovavo parole di coraggio, parole vive perchè il riso forzasse i vostri petti e li riempisse di aria.
Perdevo la cattiveria di vedervi in piedi, la rabbia di posare su di voi i miei occhi aperti
Il linguaggio perché vi raggiungesse il mio rifiuto di vederci invecchiare prima di aver vissuto
Abbassare le braccia senza averle prima alzate, scendere prima di aver voluto salire. Non ero abbastanza forte per scacciare il sonno, impedirgli di gettarvi fuori dal mondo e dal tempo, farlo fuggire lontano da voi.
Perché a mia volta, stagione dopo stagione, mi indebolivo, sentivo le mie membra rammollire, i miei pensieri disfarsi, la mia collera scomparire e la vostra inesistenza vincermi.

Soggettività sempre più specifiche, sempre più numerose, sempre più temporanee, sempre più deboli, sempre più parti molecolari di una definizione organica di umanità metropolitana.
Flussi di persone e non solo di merci, attraverso i quali la metropoli si autonarra, si struttura, conferisce significato ai luoghi, sottrae concretezza ad altri, annulla memorie e rinchiude le eccedenze.

E mentre mi sento rammollire, mi sembra di perdere il filo. Vedo le capsule ingrandirsi e ed i miei desideri svanire…
Ecco che all’ improvviso trovo una porta di ingresso, una porticina piccola, piccola rossa, di una casetta bassa, bassa tutta scura…vedo poco in questa nebbia, ma mi attrae e sento qualcosa che mi spinge verso quell’ingresso, sento quasi una spinta da dietro. Allora  entro.
Fuori: mmrrrr stach stach crashhhhhhh
Dentro:                       il nulla.
Sai il rumore del silenzio, quello tipo un fischio ma che fischio non è perché non ha gli alti, ma solo i bassi. Tutti lo conosciamo e ancora con questa stronzata che il silenzio è vuoto. No cazzo, il silenzio è il magazzino di ogni desiderio, pensiero nascosto, di ogni emozione che le parole hanno difficoltà ad esprimere. Silenzio…rottura…
Dentro tutto è buio e tutto è in silenzio ma paradossalmente, in maniera confusa, che la ratio non capisce -ma voi lo sapete, la ratio lei l’ha persa un bel po’ di tempo fa; la chiamano la pazza, la pazza sul molo di San Blas, la pazza con i capelli bianchi che aspetta il ritorno o l’arrivo di qualcosa; ma lei la fine di quella pazza non la farà, nessuno la potrà mai portare al manicomio perché qui tutto brucia, e perché il suo molo è questa strada, quel palazzo, quel campo, questi passi, quella voce, questo abbraccio, quella scopata- con il cuore -o ciò che è, perché anche quello non so se ce l’abbia o meno- insomma, il suo Io le dice che quello strano posto buio e silenzioso è pieno, pieno di lei e di altri. Pieno.
Sai che vuol dire pieno? Bè, pieno è quando ti senti profondamente appagata, quando ti senti assolutamente carica, quando sai e conosci le tue forze, i tuoi desideri, quando puoi osare, sbagliare, buttarti con tutta la serenità perché sei piena. Insomma quella sensazione che nessuno, credo, abbia mai provato totalmente.
Ma lei, qui dentro, si sente un cotechino ripieno, o forse una tacchino ripieno.
Gonfia e tremendamente leggera..
Sssssssssssbo bob tra atra atra momomomom!!!!
Il silenzio prende forma, diventa suono, o forse resta silenzio ma il sibilo assume tutte le sfumature degli acuti, bomba ad orologeria, tecno a tutto volume, ritmo, rumore, salto, ballo, urlooooooo
Ho paura, sono inquieta, sono terrorizzata.
Fuori solo rumori di carcasse che si toccano e passi frettolosi, solo il rumore di sguardi vuoti. Qui dentro musica silenziosa, inquietante perchè vera e viva.
Sento me e sento il mondo tutto chiuso in questa cazzo di stanzetta; può tutto il mondo stare qui dentro? Può realmente sentire tutto questo? Sento dei passi, passi orrendi e pesanti, sento la pesantezza delle orme che spaccano il pavimento per lasciare il segno.
Mi giro, ma dietro di me tutto si restringe, tutto si fa piccolo e soffocante e non so a che cazzo di muri appigliarmi, la porta si chiude. Tonf. Chiusa definitivamente.

Il rumore della porta del carcere, il suono secco e deciso della porta che si chiude. Spac. Chiusa e mai più potrai riuscire, ingabbiato e costretto dentro, in quel dentro che non ha un dentro se non mille fuori alienanti.
La porta si è chiusa e l’essere gigantesco si avvicina… cazzo non so che fare mentre fuori la città continua il suo decorso, mi sembra di sentire ancora il rumore delle carcasse che si sfiorano e la festa dei folli che continuano a baccanare tra le strade della città. Ma qui dentro, questo silenzio di rumori è terrorizzante, è alienante, terribile. Ho paura, mai come ora, non ho vie di scampo, non posso scappare, non posso baciare, camminare, toccare quella corazza perché io, cazzo, quella corazza non ce l’ho, non sono riuscita a costruirmela? Non ho voluto costruirla?
Costruirsi un altro da sé è immediato, quasi naturale. Lo stare con un altro da sé è estremamente doloroso, struggente. Ma spesso non si riesce a leggere questo sentimento, troppe volte si cela al di là della sopravvivenza. Impegni, stres, fatica.
Io non sono sola, o meglio, non voglio esserlo. E ora, qui, in questo baratro ne avrei bisogno, mi salverebbe la vita, il mostro la vedrebbe la mia corazza e certamente ci penserebbe due volte a mangiarmi.
Sono vulnerabile, povera, fuoco e aria, sono i molti che ho sentito qui dentro.

Lo schizofrenico ce l’ha lo stesso un padre e una madre? Ci spiace dire di no, ha solo un deserto e delle tribù che lo abitano, un corpo pieno delle molteplicità che vi si attaccano.

Sono dentro, nella pancia della balena, ma questo è un mostro e io non ho barchette e papà falegnami. Io ho me e le mille voci e i mille suoni che continuo a sentire, a percepire. Qui dentro non c’è più sicurezza, non ci sono uomini incapsulati, non ci sono soli.
Ho paura, la sicurezza si è annientata.

E Mi concentro, Mi ritiro, Mi analizzo, Mi ricerco, Mi guardo, Mi sento, Mi chiudo e poi Mi riapro, Mi sviscero, Mi strappo, Mi ferisco e Mi curo, Mi scelgo, Mi rafforzo, Mi faccio forza, Mi butto, Mi sprono, Mi apro, Mi sfido, e rinasco..
Sento tutto quel rumore di prima. Laggiù, dalla giugulare, escono fuori donne vere di fuoco e aria, uomini veri, vita, amicizie, relazioni, rapporti, vissuti.
Sono qui dentro. Perché? Qui dentro perché fanno male e fanno paura, qui, dentro la bocca del mostro, per sfuggire a sguardi indiscreti, per essere circoscritti, riconoscibili sempre, e allo stesso modo e tempo per non essere riconoscibili, copiabili, riproponibili. Intendiamoci questo binomio non è certo dato da uno scrupolo ed una problematicità di questo mondo rispetto alle politiche della serie, delle catene di montaggio, ma dall’ambiguità che il potere mette in atto per far tacere e cancellare, disposto, anche, ad utilizzare mezzi contradittori.
Nessuno entri in questo vortice!
Ma io ho aperto la porta e li ho sentiti e non sono potuta tornare indietro. Ora ho paura, ma sono forte perchè non sono sola.
Mi travolgono, mi inebriano, mi fanno girare, cantare.
Riusciamo a staccare i denti al drago che si incazza, ma noi, noi, noi siamo molto più forti e molto più incazzate. Il drago non ha più i denti, ed un mostro senza denti non ha ragione di vivere, è annientato. La forza e l’energia di tutto questo non è spiegabile a parole, ma so che la conoscete, so che percepite, so che amate…
La paura non è per noi, il drago ha perso i denti. Noi usciamo e sfreggiamo la sua bocca, Noi usciamo e urliamo, Noi siamo Noi, oggi e non domani, Noi siamo così oggi e non domani. Nella bocca entreranno altri e riusciranno ad uscire.
Fuori la città è Nostra e la forza di tutto questo turbinio di relazioni, amori, rabbie, forze spacca l’asfalto… e rinasce quello che desideri.

Getta rose nell’abisso e dì: “Ecco il mio ringraziamento al mostro che non è riuscito ad inghiottirmi”
Le nostre relazioni, i nostri affetti, le nostre modalità fanno paura, spaventano.
Il mostro è reale frutto di una paura, un timore, la cui creazione si avvale, però, del potere della forza, del controllo, della soppressione ed oppressione. Ma le nostre relazioni, i nostri modi, le nostre strategie non sono carne da mostro, nè da drago e neanche da balena.
Usciamo dopo avergli spaccato i denti, e niente ci fermerà.

Perché le persone vivono come sonnambuli
Perché i cuori sono spezzati dagli spezzacuori
Perché la strategia da sola non basta, perché i rapporti umani non sono una questione di psicoanalisi
Perché i legami sono lacci forti ma slegabili
Perché i fratelli sono nei nostri cuori e nelle nostre idee
Perché sono parti dei nostri passi
Perché gli amici sono ciò che di più caro abbiamo in questa città che brucia.
Finito il tempo degli eroi.
Scomparso lo spazio epico del racconto che ci piace dire e sentire, che ci parla di quel che potremmo essere ma non siamo.
Il nostro essere così, perchè nessuno è l’altro nome di Ulisse e perché non deve importare a nessuno di raggiungere Itaca o di fare naufragio.

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