Perché Roma, bruci?

Io non c’ero alla manifestazione del 15 ma sto cercando di farmi un’idea su quello che è successo anche se, se dovessi utilizzare solo i media per informarmi, crearsi un’opinione oggettiva e chiara non sarebbe per niente facile. Fortunatamente ho la possibilità di confrontarmi con persone con una certa esperienza politica e che lì erano presenti e hanno potuto vedere e capire con i loro occhi.

Sabato pomeriggio. Accendo la tv, RaiNews24, e mi metto una coperta sulle gambe. Accendo il computer, su facebook leggo le parole di chi come me per un motivo o per l’altro è rimasto a casa ma è a Roma con il cuore e a quel punto Radio Onda d’Urto mi informa che il corteo è partito. Occhi spalancati: c’è tanta gente, vorrei essere lì. Dopo venti minuti si alza una colonna di fumo nero, dopo venti minuti di corteo una macchina brucia. È il segnale che fa sorridere di soddisfazione chi non aspetta altro per poter parlare di black bloc, di teppisti, di incappucciati, di quello che volete. Ma chi sono veramente? Semplicemente idioti. Non ultras, fascisti infiltrati o black bloc che progettano da mesi le loro azioni immedesimandosi in Nerone. Idioti. Che fanno sì che chi vorrebbe dare significato politico a determinate azioni non possa più farlo, delegittimando qualsiasi cosa sia diverso dalla sfilata pacifica e colorata. Che fanno in modo che il parlamento resti un centro di potere alienato dalla società, lontano dalla rabbia della piazza. Il corteo va avanti, arriva in piazza S. Giovanni e lì si viene a creare una situazione diversa. In quella piazza ci sono gli indignati, i NoTav, gli studenti. E quella piazza si ritrova a dover resistere. Vedo le cariche, i lacrimogeni, spalanco gli occhi quando vedo gli idranti in mezzo alla gente e i caroselli della polizia, “qui muore qualcuno”, penso. E ancora una volta ti rendi conto che quella resistenza è la cosa giusta da fare. Dopo il 14 dicembre, dopo li 3 luglio in Val Susa, non si trovano parole di giustificazione. Ma c’è una differenza con quelle piazze: questa volta i manifestanti stessi vogliono consegnare alla questura i volti di chi sta resistendo legittimamente. Applausi alla polizia. È il delirio. Non esiste un “noi” contro di “loro”. Non può esistere se tra gli indignati ci si indigna di più per un sanpietrino contro una camionetta che sta per investire un manifestante che non per le bandiere dei partiti in un corteo che urla “NO, alla casta”. Ma chi è indignato? È indignato il delatore che pensa di scendere in piazza con i palloncini per dire in modo pacifico e rassegnato che “L’Italia va a puttane” per poi tornarsene a casa contento per aver fatto il suo dovere da bravo cittadino consapevole dei suoi diritti? È indignato chi spera di concludere la sfilata con un comizio di chi, sindacati e partiti, è parte del problema? Questa non è indignazione, questa è un’Italia che prova a mettere a posto la sua coscienza e che fa finta di indignarsi festeggiando insieme la propria fine. Ma allora perché solo in Italia chi resiste alla violenza dello Stato e della sua polizia è considerato black bloc? Perché noi non abbiamo il diritto come gli studenti londinesi o i francesi delle banlieues parigine di essere presi sul serio? È frustrante far parte di un movimento che viene solo discreditato da analisi superficiali senza che nessuno si chieda perché Roma bruci.

Io non sono indignata, sono incazzata e per dimostrarlo non basta la sfilata colorata che fa dire a Draghi quanto abbiamo ragione. Non basta più. Scendo in piazza perché voglio cambiare questo sistema e voglio che se ne vadano tutti, ma proprio tutti. Questo fine giustifica i mezzi. E se non voglio prendermi manganellate sulla testa metto il casco e se non voglio intossicarmi con i lacrimogeni mi copro il volto e se non voglio farmi identificare mi vesto di nero. Dunque sono un black bloc? Mi sembra un’analisi superficiale. No, sono una studentessa che vive una vita di precarietà e che non vede futuro in questa Italia, che non vuole scendere a compromessi con la casta di politici esistente, che non vuole essere rappresentata da nessuno se non dalla rabbia degli uomini e delle donne scesi in piazza il 14 dicembre e che resistono sulle montagne della Val Susa. Dobbiamo fare paura, un po’ come l’uomo nero, se vogliamo farci ascoltare. Mi alzo dal divano, spengo la tv, piego la coperta. Questo è solo l’inizio.

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