Tu-tuum. Tu-tuum…

di Guapa

Chi l’avrebbe mai detto che andava a finire così…

Certo, se lo sarebbe potuto anche immaginare o forse lo aveva sempre saputo, ma a quel punto non faceva più nessuna differenza.

Tutto a posto.

Aveva trentaquattro anni, stava morendo e andava bene così.


Domenica mattina, il sole si era appena alzato. Dalla finestra che occupava un’intera parete della stanzetta dell’ospedale entravano i primi raggi obliqui e una forte luce, quella luce che appartiene solo alle giornate limpide invernali, amplificata dal riflesso del bianco della neve sulle montagne circostanti conferendogli un’intensità particolare.

L’essenza della luce, la bellezza, la purezza.


Erano ormai tre giorni che non si alzava più dal letto. Indosso aveva solo una maglietta bianca, perché il suo corpo non sopportava nessun altro indumento.

Il fegato, mangiato dalla cirrosi, aveva smesso di funzionare e con lui anche le reni. Continuava ad accumulare liquidi. Caviglie, gambe, addome e coglioni gonfi, tanto da non aver più nessuna percezione dell’uccello, intubato dal catetere. Le vene erano fragili, difficile trovarne una che reggeva per mettergli le flebo tanto che alla fine individuarono nei piedi l’unico posto disponibile e glieli legarono al bordo del letto per non farlo muovere, somministrandogli plasma, diuretici, coagulanti, antibiotici, glucosio… Con le piastrine sotto il minimo ogni volta che sfuggiva un ago cannula dalla vena fiotti di sangue schizzavano dappertutto macchiando di rosso lenzuola, pareti, pavimento.

Quel rosso, per assurdo, era l’unico colore che lo faceva sentire ancora vivo.


Nei suoi ultimi istanti di vita quella luce gli ricordò un sogno fatto più di quindici anni prima, un sogno così intenso che la mattina dopo lo scrisse su un foglio per fissarlo nella memoria. Faceva più o meno così:


“Scendo da casa, attraverso Via Dei Volsci ed entro al bar di Serafina. Ordino una Ceres e mentre la sorseggio davanti al bancone vedo nella strada un uomo che picchia una donna. Finisco di corsa la birra e impugnando la bottiglia per il collo mi avvicino all’uomo minacciandolo: “Non ti permettere mai di prendertela con i più deboli”. Lui mi guarda spaventato e si allontana velocemente. Lei mi guarda riconoscente e se ne va tranquilla dalla parte opposta. Cambia scena. Mi ritrovo in una stanza bianca, legato a un letto, completamente nudo. Per terra i miei indumenti coperti di sangue.  Prima di riuscire a capire si apre una porta, una forte luce mi abbaglia e loro entrano…”


Era sempre stata una persona razionale, atea e materialista. Non aveva mai creduto nelle superstizioni, il fato, le premonizioni, ma in quel momento gli parve di cogliere il significato di quel sogno, fosse stata anche solo una coincidenza: nella sua vita aveva sistemato tutto e ora se ne poteva andare tranquillamente.


Nell’ultima settimana il corpo era arrivato al limite della sopravvivenza e la mente era stanca. La sua vita aveva solo un alleato ed era il suo cuore che continuava a battere forte.


Tu-tuum. Tu-tuum…


Quel rumore non gli dava tregua e nel silenzio della notte si amplificava impedendogli di dormire e così cominciò a parlargli in modo che il battito costante si trasformava lentamente in una voce con cui interloquire.


“Cosa vuoi ancora da me? Perché non la fai finita e mi lasci in pace?

Dopotutto siamo stati insieme pochi anni, ma li abbiamo vissuti intensamente. Ti ricordi come ti agitavi quando da piccolo le suore del collegio per orfani mi chiudevano al buio nello stanzino delle scope? E come eri contento quando una volta al mese veniva la mamma e mi portava per qualche ora fuori ogni volta con uno ‘zio’ diverso? Per non parlare dell’ emozione che hai provato quando, come un neo Giamburrasca, ho istigato la rivolta contro Oreste Strangolagalli, prete pedofilo che si approfittava di noi; l’abbiamo buttato giù dalla tromba delle scale e dopo l’ospedale è stato trasferito mettendo tutto a tacere.”


Tu-tuum. Tu-tuum…


La sua compagna che gli era accanto da più di dieci anni e continuava a farlo senza lasciarlo un momento sia di giorno che di notte dormendogli accanto su una brandina, in quei momenti percepiva la sua agitazione e si chinava sopra di lui sfiorandogli le labbra con un bacio impalpabile. Allora riusciva a smettere di pensare e riposare per brevi frammenti di tempo facendo battere il suo cuore solo per lei.

Ma questa pace durava poco. Piano piano quel rimbombo ripartiva dal profondo del petto e risaliva fino a inondargli il cervello, così era costretto a continuare a parlargli con la mente, in modo che i pensieri coprissero quel rumore martellante.


Tu-tuum. Tu-tuum…


“Poi dal collegio sono passato alla strada, fine anni ’70. Sì, me lo ricordo: i primi tempi battevi forte, avevi paura, ma io imparai a crescere in fretta. Subito mi sfiorò l’eroina ma tu invece scalpitavi allo stesso ritmo dei passi delle migliaia di giovani che manifestavano per le vie di Roma e di questo ti ringrazio. Mi hai portato verso i compagni e sono stati la famiglia che non avevo mai avuto. Mia madre nel frattempo era morta, ma tanto non c’era mai stata, mio padre non era mai esistito e San Lorenzo diventò la mia casa.  Vivevo a Radio Onda Rossa, nelle sedi politiche, a casa dei compagni, per tre mesi in Irpinia dopo il terremoto dell’80 e poi finalmente in una casa nel palazzo occupato al 20 di Via Dei Volsci. In quegli anni trotterellavi beato, eccitato ma tranquillo per quella nuova vita che ci stavamo inventando. Poi è arrivata lei e in quel momento, per la prima volta, ti ho sentito battere come non avevi mai fatto. Eri la potenza degli zoccoli di un cavallo al galoppo, il fragore di una cascata che si lancia nel  vuoto… Sì, hai ragione, questa è una cosa che devo ancora sistemare, ma ora fammi dormire sono stanco, ne parliamo domani.”


Era giovedì e si svegliò sapendo cosa avrebbe dovuto fare al più presto, altrimenti il suo cuore non avrebbe smesso di battere.

A mezzogiorno, quando i raggi del sole scaldarono l’aria gelida invernale, lei lo portò fuori sulla sedia a rotelle nel giardino dell’ospedale. Era venuto a trovarli dal paese un caro amico che si stava occupando del loro casale, degli animali da cortile e della loro coppia di pastori tedeschi e arrivò insieme ai due cani per farglerli salutare. Quando se ne andarono lui li abbracciò forte e disse all’amico:

“Ci rivedremo nella prossima vita.”

A lei si gelò il sangue ma riuscì a far finta di nulla. Lo riportò nella stanza, lo mise al letto, poi si fece coraggio e gli chiese:

“Cosa voleva dire quella frase?”

“Amore mio, sono stanco. Non ce la faccio più.”

“Se è così accanna.”

“Ma tu ce la farai?”

“Non preoccuparti per me. Tu mi hai insegnato a essere forte ed io riuscirò ad andare avanti pensando che, come diceva De Andrè, è stato meglio lasciarsi che non esserci mai incontrati…”

Quella notte si sentì finalmente tranquillo, ma il suo cuore aveva ancora voglia di fare due chiacchiere.


Tu-tuum. Tu-tuum…


“Dai, che manca poco! Ho chiesto il permesso al mio amore, ho anche salutato i nostri cani, dobbiamo solo aspettare il momento giusto.

Per passare il tempo possiamo continuare da dove eravamo rimasti l’altra notte, quando tu sei impazzito per lei… Ma lei così come era arrivata se ne andò ed io non sapevo cosa fare mentre mi comunicavi intensamente altre nuove sensazioni, questa volta di dolore e tristezza. Capivo solamente che dal tuo primo battito fino a quel momento nessuno mi aveva mai amato veramente e una volta conosciuta quella magica emozione era difficile farne a meno… Ma la vita in quel periodo mi costrinse ad affrontare problemi più impellenti e la cosa passò in secondo piano.

Avevo diciannove anni e dovevo fare i conti con la questione del reddito. Con la terza media presa in collegio e senza nessun appoggio non avevo grosse opportunità, così scelsi la strada più facile e diventai un pusher.

Cominciai a vendere il fumo ma lo feci sempre onestamente, però in quegli anni la cosa non era ben vista nell’ambiente dei compagni così mi allontanai da loro prima di essere cacciato. A Via Dei Volsci da un lato c’erano le sedi politiche e dall’altro il bar e la bisca, la strada era come una frontiera che divideva due mondi e io l’attraversai per trasferirmi dalla parte cattiva ma anche i compagni fumavano e con discrezione venivano da me per fare acquisti perché ero un amico e li trattavo meglio di qualsiasi altro spacciatore.  Nel giro di poco tempo mi feci un nome, la clientela si allargò e iniziarono a girare i soldi.

E’ inutile che fai il vago: ci sei cascato con tutte le scarpe! Hai smesso al volo di soffrire facendoti conquistare da quel nuovo tenore di vita col portafoglio sempre pieno e da svuotare insieme a tutti quelli che non se lo potevano permettere. Tanti amici, ristoranti, discoteche, cocaina. Bella la vita, eh?

Adesso non mi rompere più i coglioni e pensa solo a quanto ti ho fatto divertire!”


Dal venerdì mattina le sue condizioni fisiche precipitarono notevolmente. Alternava lunghi periodi di incoscienza a brevi momenti di veglia, non sempre lucidi, perché l’ammonio trattenuto dalle urine si stava infiltrando nei tessuti e dalle vene arrivava al cervello annebbiandogli la mente. Anche il suo cuore aveva smesso di tormentarlo. Solo nel pomeriggio del giorno dopo si riprese un attimo quando, probabilmente chiamato da qualche infermiera bigotta, arrivò un pretino con la tonaca bianca ed una stola viola per officiare l’estrema unzione. Come si avvicinò lo squadrò dalla testa ai piedi e con un sorriso ironico riuscì a sussurrare:

“Ma da che te sei mascherato?”

Il pretino fece finta di non capire e guardò lei in cerca di spiegazioni.

“Grazie padre ma non siamo credenti e comunque se proprio dovesse esistere un Paradiso le sue porte per lui si aprirebbero senza bisogno della sua intercessione.”

Riuscì a balbettare una ’buonasera’ e uscì dalla stanza facendosi il segno della croce, come a esorcizzare quelle parole blasfeme, ma la cosa che più lo sconvolse fu di non riuscire a capire quale fosse quella forza superiore al suo Dio che permetteva a quei due giovani di conservare una tranquillità che non aveva mai trovato neanche nel più devoto credente al cospetto della morte.

Dopo qualche ora arrivò Andrea, per loro più che un fratello, da sempre un compagno di vita e di lotte, per permettere a lei di andare un po’ a casa, farsi una doccia e dormire nel suo letto.

“Ciao amore mio, visto che sei in compagnia vado qualche ora a casa, ci vediamo domattina presto.”

Avrebbe voluto risponderle con mille parole, perché già sapeva che la mattina dopo avrebbe trovato solo un cuore che aveva smesso di battere e un corpo che cominciava a diventare freddo ma non ne aveva la forza e poi non ce ne era bisogno.

Le diede solo un bacio e la sua ultima buonanotte, poi ripiombò nello stato di semi incoscienza.


Tu-tuum. Tu-tuum…


“Comincia a prepararti, perché il momento giusto è arrivato Abbiamo solo poche ore prima che lei ritorni e noi non vogliamo farla soffrire ulteriormente. Sì, sempre lei che è stata il primo e unico vero amore della mia vita, infatti dopo cinque anni ci siamo ritrovati e non ci siamo più lasciati. Con lei la mia vita è cambiata di nuovo, ma anche i tempi stavano cambiando e tu l’hai capito al volo, perché mi hai subito riportato verso i tuoi primi impulsi giovanili, inseguendo quell’aria di rivolta che da sempre ti ha animato e ti ringrazio per la seconda volta, perche abbandonai con gioia quel giro di piccola malavita in cui mi ero fatto trascinare, più per noia che per convinzione. Erano gli anni in cui i Centri Sociali occupati spuntavano come funghi, in ogni città, in ogni quartiere. La gente ricominciava a scendere in piazza con nuove rivendicazioni scaturite da nuove fasce sociali. Si occupavano scuole e università, nasceva ‘La Pantera’… Tu-tuum. Tu-tuum… Ah, sì! Cominciasti anche a battere ‘a tempo di rap’, insieme alle prime Posse che stavano diventando la nuova voce del Movimento. Anche la vecchia sede dell’Autonomia Operaia, al 32 di Via dei Volsci, divenne un centro sociale e quelle stesse mura in cui, più di dieci anni prima, stampavo volantini con il ciclostile divennero di nuovo la mia casa. Vuoi sapere una cosa bella? Continuerà ad esserlo anche dopo, perché sopra la porta ci scriveranno il mio nome e ci rimarrà per sempre!

L’unica cosa che non ho mai cambiato è stato il mio lavoro, che consideravo una missione e poi non era più un tabù visto che si cominciava finalmente a parlare anche di antiproibizionismo. Alla fine io ci campavo, davo lavoro anche a un po’ di gente e tutti fumavano tanto e bene. Come te la scoattavi quando sono stato il primo a portare lo skunk a Roma e non la conosceva quasi nessuno!

Poi ci siamo trasferiti nel casale in Sabina per gli ultimi cinque anni della mia vita… i più belli. La campagna, l’orto, gli ulivi, gli animali e poi le feste quasi tutte le domeniche in cui da Roma arrivavano anche una cinquantina di compagni e sul prato si mangiavano le fettuccine che lei aveva preparato la mattina, si arrostivano abbacchi e si svuotavano damigiane di vino.

Lasciami un attimo ripensare a quei momenti felici, voglio racchiuderli per poi consegnarteli come mio ultimo regalo.


Con questi pensieri passò la notte ed arrivò quella famosa domenica mattina. All’alba cominciò ad agitarsi e Andrea, scrollandosi immediatamente dal torpore notturno, gli chiese:

“Ti serve qualcosa?”

“Devo cacare.”

“Aspetta che ti porto la padella.”

“No, portami al cesso.”

Con grossi sforzi lo mise sulla sedia e insieme al trespolo delle flebo lo portò nel bagno della stanzetta, lo fece sedere sulla tazza e aspettò fuori dalla porta aperta. Dopo cinque minuti fu richiamato da un debole colpo di tosse e come si affacciò rimase colpito dall’immagine della sua splendida bocca illuminata da un sorriso appena accennato e un’aria soddisfatta.

“L’ho fatta! Riportami al letto.”

Nessuno riuscì mai a capire come avesse fatto, visto che era quasi una settimana che aveva smesso di mangiare, ma per lui quell’evacuazione fu come un gesto liberatorio, l’ultima cosa che doveva fare per poter permettere al suo corpo di congedarsi con la stessa purezza che albergava da sempre nel suo cuore.

“Che ore sono?”

“Le sette e dieci.”

“E lei quando ritorna?”

“Tra dieci, venti minuti al massimo.”

Fu in quel momento che vide entrare i primi raggi di sole e quella intensa luce che gli riportò alla mente quel sogno lontano e fu proprio allora che chiuse gli occhi per l’ultima volta.


Tu-tuum. Tu-tuum…


E’ arrivato il momento ma non devi avere paura, sarà tutto bellissimo. Domani mi porteranno al piccolo cimitero del paese e non ti devi preoccupare, non ci saranno ne’ funerali, ne’ preti, mi accompagneranno solo i miei fratelli e le mie sorelle e saranno tantissimi, con le bandiere rosse e i pugni alzati e prima di andarsene spareranno anche i fuochi d’artificio, quelli che ti sono sempre piaciuti… Sulla mia tomba ci sarà una grossa stella di marmo rossa e a distanza di anni ogni tanto continuerà sempre a passare qualcuno per salutarmi e regalarmi un fiore. E’ per questo che ti ripeto di non aver paura. Io sto morendo ma tu continuerai a battere dentro il cuore di tutti quelli che mi hanno conosciuto. Tu mi hai reso immortale, perché grazie alla tua grandezza io sarò per sempre ANGELINO di San Lorenzo!


Tu-tuum. Tu-tuu. Tu-tu. Tu-t. Tu. T…………………………………………………………………………………………………………………


Erano le 07.10 del 22 dicembre 1996.

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