“Décidément: exister, c’est exister politiquement”

di Anonima

Scesero le scale. Di corsa, il cuore in gola. Un ritornello nella mente “Ils mentent lorsqu’ils disent que le mal-être n’est que passager Puis s’entonnent quand la nature se rebelle comme un peuple engagé Ils disent être transparent alors que de sang, leurs mains sont tachées Déconseillent fortement d’avoir des idées engagées”. Il malessere non è passeggero, è tutta una menzogna. La natura si ribella come un popolo infuriato e ci dicono di essere trasparenti quando le loro mani sono macchiate di sangue, sconsigliandoci di avere un’idea. Di pensare. Sconsigliandoci di essere. Di esistere.
-Speriamo di avere preso tutto-
-Si, qua c’è tutto-
-Sarà una lunga giornata-
-Sarà dura-
Una mattina fresca di giorni che si avvicinano alla fine dell’anno. Arrivarono all’appuntamento. Su, in macchina, non c’è tempo. Guardare fuori dal finestrino con una sola cosa nella testa, con la consapevolezza di essere dalla parte giusta. Con la voglia di esserci e di esistere anche oggi. Anche con il freddo e con la neve, anche con ore di sonno perso sulle palpebre e kilometri nelle gambe. Concerti la sera prima e partenze il giorno dopo. Un raggio di flebile sole risveglia Torino ricordando a tutt* che niente potrà fermare rabbia e determinazione di un popolo intero. Direzione Val Susa. Al semaforo una paletta.
-Merda-
Fermati. Identificati. Fotografati. Spogliati di zaini e maglioni. Sembra una procedura lunga, troppo lunga. Più lunga del dovuto.
-Ah, ecche c’andate affa’ sulle montagne, alla manifestazione, si?-
Derisione. Presunzione. Insinuazione. E le ore passano. Strategia di uno stato che usa la repressione come arma più frequente.
-Su, forza, in questura-
Le ultime parole che si sarebbero voluti sentir dire in quella giornata. Giornata contro un’opera inutile, contro la mafia dell’alta velocità, contro gli interessi di pochi, da vivere insieme a chi vede un futuro che deve essere diverso dal presente e dal passato. Tutt* verso un’unica direzione, quella di un cambiamento radicale che vada oltre tutto ciò che è potere e conservatorismo, tutto ciò che distrugge e non fa crescere. Tutto ciò che vuole farci credere che, sì, il malessere passerà, qualche sacrificio e poi passerà.
Ma non c’è più tempo e non è tempo di sacrificio. Vogliamo tutto. E subito.
Le ore davanti alla questura ad aspettare gli altri compagn* passarono lente e all’ombra. Un panino, una sigaretta, telefonate in Valle. Senso di nausea di fronte a chi crede di averti in pugno grazie a una divisa e un distintivo.
-Non puoi sederti lì, proprietà della questura, vai sull’altro marciapiede, guarda, quello là-
La nausea aumenta. Nervosismo fuori dai denti, fateli uscire, fateci parlare con loro, che cazzo volete da noi! Finalmente dopo ore di
-non sappiamo niente-
-non sono io il responsabile-
-non posso farvi parlare con nessuno-
– non posso aiutarvi-
scoprirono che gli altri non sarebbero stati rilasciati fino a sera e che l’unica cosa da fare era prendere un treno e sperare di arrivare. L’amarezza e l’indignazione si dipinsero sui loro volti. Senso di nausea che si trasforma in repressione. È questa la loro arma ed è questo che la gente non vuole capire. Non c’è giustizia nell’impedire alla gente di manifestare. Non c’è giustizia nel lanciare lacrimogeni altezza uomo. Non c’è giustizia nei caroselli della polizia del 15 ottobre o nelle cariche del 14 dicembre. Non c’è giustizia nell’accanimento contro donne bambini anziani giovani. Non c’è giustizia nello sfogare la propria frustrazione. Non c’è giustizia nell’abuso di potere. E allora perché viene permesso questo? E perché la gente crede alle televisioni a cui piace gracchiare di buoni e cattivi all’interno del movimento, di blac blok che rovinano cortei pacifici? Perché allora non scendere in piazza a vedere con i propri occhi? Perché subire ancora e non uscire a urlare la propria legittima rabbia? Perché lasciare il compito ad altri e non prendere in mano il proprio futuro?
Arrivarono a Porta Nuova, treno per Susa. Poi pullman per Bussoleno. Freddo ovunque. Mezzora di cammino e raggiunsero il corteo che occupava ormai da ore l’autostrada. Iniziarono i racconti e attesero l’arrivo dei compagn* che avevano passato la loro giornata tra gas CS e boschi innevati. Qualcuno prepara un the per riscaldare i corpi stanchi, qualcuno una fetta di panettone. Già, è quasi Natale. E allora, tutt* insieme, ci si incammina per la strada che condurrà a primavera.

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