Cattivi maestri

di Corisco

Quando aprì gli occhi si trovavano già sul raccordo anulare. Il collo gli faceva male come se avesse dormito tutta la notte nel bagagliaio di una smart, e l’umore non era migliore. Otto ore di autobus per scendere fino a Roma dopo aver passato metà del tempo urlando cori da stadio e l’altra metà cercando di smaltire un’improbabile sbronza rimediata con l’amaro di chissachecazzo rubato all’autogrill di Lucignano Ovest lasciano sempre delle tracce indelebili sul tuo corpo.

Per fortuna la giornata sembrava promettere bel tempo e il freddo odioso della pianura se lo erano lasciati alle spalle da un bel pezzo. Da quel momento bisognava pensare soltanto al corteo. Che poi, chiamarlo corteo era riduttivo.
Di cortei, grandi, medi, piccoli, riusciti e meno riusciti ne avevano fatti a decine negli ultimi due mesi, la parola d’ordine era stata “blocchiamo tutto” e loro ci avevano provato in tutti i modi per settimane. L’occupazione dell’Università era stato il primo step, e da lì ci si era lanciati verso un’improbabile corsa contro il tempo cercando di volta in volta un obiettivo più grande e difficile di quello precedente, in una sorta di gara non scritta con le altre città. E allora vai con strade, piazze, stazioni, ponti, monumenti e autostrade e altre decine di posti, il tutto condito da cariche della ps, camminate estenuanti sotto la pioggia o la neve, assemblee infinite e scazzi continui. Un’esperienza unica, bellissima, fondamentale.
Quando scese dall’autobus il cervello non registrava evidenti segnali di ripresa, ma in qualche modo riuscì ad unirsi ai suoi compagni per raggiungere il centro. Concentramento alla Sapienza.
Il piazzale davanti all’università era gremito di persone, quasi ogni città d’Italia aveva un proprio spezzone e ovviamente la confusione per capire chi dovesse stare più davanti degli altri non aiutava a farsi un’idea chiara dei numeri. Di sicuro gli studenti erano la componente più significativa, i partiti, sindacati e le associazioni che si erano aggiunti dopo l’indizione della giornata erano una parte minoritaria e, senza dubbio, completamente estranea alla spontaneità degli spezzoni autorganizzati degli universitari. Persino i neonati sindacati studenteschi non facevano una bella figura, con il loro linguaggio da ex sessantottini frustrati, le bandierine e tutto il resto.
Quando partì il corteo, si posizionò dietro lo striscione della sua città e cercò di capire quale percorso avrebbero fatto. La fiumana di gente si perdeva a vista d’occhio, non capiva nemmeno dove fosse il book block d’apertura, sebbene fosse convinto di essere piuttosto vicino alla testa. Ad un certo punto, senza capire perché, si ritrovò in una via laterale, sbarrata da tre blindati dei carabinieri. “Comincia l’assalto”, pensò.
Senza pensarci tirò su il cappuccio della felpa, si strinse la sciarpa sugli occhi e indossò il casco nero che aveva portato da casa. Tanto lo sapevano tutti che sarebbe successo, o almeno, ci speravano. E in culo ai deliri da intelligence mancata di Repubblica e degli altri quotidiani che si erano affrettati a intervistare questori e comandanti dell’esercito nella speranza che esternassero un insperato quanto anacronistico “allarme terrorismo”. In effetti gli ultimi cortei nella capitale gli avevano fatto ben sperare per quella giornata. Ogni volta sembrava che i compagni riuscissero a tirare giù quelle maledette camionette per dare l’assalto al Senato, e ogni volta niente…Era forse arrivato il momento?
Neanche per finta. Quello che doveva essere l’epico attacco della testa del corteo si rivelò un fugace fuoco di paglia, in cui non riuscì a vedere né a fare nulla, compresso tra due cordoni di un qualche coordinamento nazionale che, evidentemente, preferivano divertirsi da soli. Dopo pochi minuti di petardi e bombe carta sentì urlare “Arrivano!”, e dopo mezzo secondo si ritrovò in una nube di gas lacrimogeno, il primo che respirava nella sua vita. Gli si fecero in testa mille sensazioni diverse, che sul momento non riusciva bene a catalogare e a collocare nello spazio/tempo. L’unica che poteva decifrare con sicurezza era una irresistibile voglia di vomitare gli ultimi quaranta pasti della sua vita. Trattenne il fiato più che poté e si allontanò di corsa dalla via.
Senza nemmeno accorgersene si ritrovò immerso nei flutti del corteo, e vide che molti altri si ritiravano, affranti, dopo il tentato assalto appena fallito. “Ci riproveremo più avanti”, pensò.
Raggiunta nuovamente la testa del corteo, si allineò in un cordone e cominciò la lunga marcia verso l’ignoto, dal momento che il percorso deciso dagli organizzatori della manifestazione gli rimaneva totalmente oscuro. Lo spettacolo che gli si parava davanti aveva un che di maestoso e allo stesso tempo inquietante. Una gigantesca testuggine umana fatta di caschi, scudi di polistirolo, passamontagna, bastoni e una serie di altri oggetti non propriamente atti alla difesa, apriva il corteo in totale silenzio, nell’attesa di inquadrare un obiettivo. “Saranno quasi duemila persone attrezzate e pronte allo scontro”, pensò. Non credeva, sinceramente, che nella sua vita avrebbe potuto assistere ad un avvenimento di quella portata. La mente gli tornava idealmente indietro nel tempo, verso quegli anni tanto mitizzati da sembrare irreali, verso quel tempo che sembrava morto, spazzato via con forza cieca e brutale da uno stato che si era fatto nel tempo tanto potente da sembrare imbattibile. Quel giorno erano lì, tutti insieme, per dimostrare una cosa sola: siamo pronti, riprendiamo dove tutto era stato abbandonato.
Dopo quasi tre ore di cammino, ormai allo stremo delle forze, si accorse di essere arrivato in Piazza del Popolo. Mentre la testa del corteo faceva in suo ingresso nella piazza, sentì due degli organizzatori discutere su come e dove fosse meglio posizionare la camionetta per far cominciare l’assemblea che avrebbe concluso la giornata. Dunque, era tutto finito.
Nello stesso momento però, vide davanti a sé un gruppo di persone deviare su una via laterale, invitando la testuggine che li seguiva a fare lo stesso. Senza pensarci due volte, girò in quella che poi scoprì essere via del Corso, e si ritrovò di fronte a due blindati della finanza, impegnati in una precipitosa fuga nella speranza di incrociare rinforzi. Quello che accadde nei minuti immediatamente successivi fu come un flash, in cui vide le due camionette assaltate da una folla sempre crescente e che sempre di più sembrava avere la meglio. Ad un tratto si accorse di un poliziotto che, con una tranquillità disarmante, camminava affianco ai blindati mentre attorno a lui scoppiava l’inferno. Fu un attimo, e tutti si accorsero della medesima cosa: in pochi secondi il poliziotto era stato preso, buttato a terra, malmenato e spogliato di tutta l’attrezzatura in dotazione (esclusa la pistola, che decise di tenere ben stretta in mano per tutta la durata del pestaggio. Non si sa mai…). Fu così che in un attimo si riversarono la rabbia, la frustrazione, l’odio e la determinazione di migliaia di persone. Nessuno era così stupido da volere morto quel poliziotto, ma tutti sentivano il dovere morale di farlo sentire almeno una volta come loro si erano sentiti decine, centinaia di volte. Bisognava farlo per Carlo, Federico, Davide e tutti gli altri, perché per un giorno, uno solo, tutti potessero sentire il fremito della vittoria che correva lungo la schiena.
Dopo una mezzora abbondante di scontri furiosi, culminati con la costruzione di barricate molto precarie e il lancio di oggetti piuttosto inusuali per una sommossa, tra i quali alcune bambole e dei vasi con tanto di fiori, la polizia decise di caricare. In vita sua non aveva mai visto tanta violenza da parte della sbirraglia, che inseguì a rotta di collo tutti i manifestanti a più riprese, pescando nel mucchio i più sfortunati che rimanevano a terra nella fuga. Il loro ingresso in piazza del Popolo però, non fu così easy come se lo erano immaginato. Fu un attimo: una camionetta della finanza rimane incastrata tra i cassonetti, l’autista scappò col collega, la camionetta prese fuoco. Bellissimo. Il fumo si riusciva a vedere a chilometri di distanza.
Due ore dopo la piazza era stata definitivamente sgomberata, ma soltanto dopo un’accanita difesa dei manifestanti. Pensò che era la prima volta dopo tanti anni che non vedeva la gente scappare al primo accenno di carica, ma rimanere compatta e affrontare, anche se in maniera vagamente disorganizzata, gli attacchi ripetuti di poliziotti e carabinieri. Era tutto vero quello che aveva appena visto? Cazzo, sì.
Il ritorno alla Sapienza fu epico, il corteo si era in qualche modo ricompattato e occupava di nuovo le strade al grido di “Non ci rappresenta nessuno”. Nell’aria si respirava un’aria elettrizzante, tutti raccontavano degli scontri appena conclusi. Non uno che si lamentasse per come era andata la giornata, nessuna paranoia su black bloc o infiltrati vari, niente di niente. Non appena poté, si chiuse in un bar a mangiare qualcosa, e vide che in tv già trasmettevano le immagini di piazza del Popolo. In quel momento non voleva pensare a nulla, solo crollare sui sedili dell’autobus e dormire fino al mattino seguente.

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