Barricata

di Slavina

Non c’è rivoluzione senza investimento libidinale‘ (Gilles Deleuze)

Stiamo bloccando l’autostrada da piú di 3 ore. Dietro le barricate musica improvvisata e canti partigiani, signore con le bandiere, vecchi che distribuiscono da mangiare.

La chiamata è arrivata presto stamattina: giusto il tempo di fare colazione, cercare un passaggio per arrivare al presidio e passare in farmacia a comprare il maalox, che puó sempre servire.

Io oggi dovevo lavorare ma non m’importa: quello che dovevo fare puó benissimo aspettare.

Riconosco un po’ di gente, ci mettiamo a chiacchierare: saranno ore lunghe ma per ora almeno c’è il sole.

Quando incontro i tuoi occhi, avverto una sensazione familiare. Mi sembra di conoscerti anche se non credo d’averti mai visto prima. Ti muovi flemmatico e sorridi un po’ troppo per essere un uomo. In queste situazioni sono abituali la faccia seria e il ghigno nervoso, non il sorriso.

Stiamo compiendo un’azione illegale, siamo un problema di ordine pubblico. Stiamo interrompendo uno dei flussi del Capitale. Stiamo occupando uno spazio e un tempo con l’assurda pretesa, difendendo un principio, di fare la nostra storia.

Questa è una perversione che vissuta da fuori della logica delle lotte sociali è difficile da capire.

La gente, in genere, pensa solo a stare tranquilla, a vivere bene entro i limiti prestabiliti senza protestare. Il suo scopo nella vita è costruirsi una carriera, farsi una famiglia, fare la spesa il sabato in un centro commerciale.

Noi occupiamo autostrade, organizziamo boicottaggi, ci consumiamo le scarpe nelle manifestazioni. Reclamiamo spazi, rivendichiamo diritti, difendiamo ideali. Abbiamo in testa un bene comune che spesso trascende il nostro interesse singolare.

E anche quando come io e te non ci conosciamo, potremmo magari anche starci antipatici ma di sicuro, perversamente, giá ci vogliamo un po’ bene.

Condividiamo il vino e il mangiare, hai gli occhi cosí verdi e scintillanti che quasi non li riesco a guardare. Mi dici che con questi occhi che ti ritrovi indossare un passamontagna per camuffarti non è mai stata un’idea geniale.

Ma lo sai che mi piaci? Te lo vorrei proprio dire.

Invece mi vado a fare un giro, menomale che lo spazio è grande e che intorno ci sono le montagne, altrimenti sai che palle stare inchiodata qui per ore? Io che non sopporto nemmeno le file…

Ti guardo da lontano mentre scherzi con un tipo che fa una scritta.

Te ne accorgi e mi regali un sorriso cosí bello e uno sguardo cosí intenso che dice senza girarci intorno che ti ho trovato, che anche tu senti questo fremito, questo desiderio, questa voglia di avvicinarti ancora piena di pudore.

Il cuore mi batte un po’ piú forte e innesca una reazione a catena incontrollabile. Sento un calore micidiale e penso che se avessi portato delle mutande di ricambio non sarebbe stato affatto male.

La situazione si movimenta, c’è un’assemblea, un altro blocco da preparare.

Mi sistemo nella zona dove conosco piú gente, l’aria si è fatta densa. Tu hai deciso di andartene dall’altro lato e ora è scappato anche il sole. Prima di andartene m’hai detto sbruffone “Ripasso da qui dopo, poi se vuoi andiamo a ballare”.

E nessuno di noi due si è chiesto perché, seppure presi dall’onda anomala della passione, invece di andarcene per fratte siamo rimasti ai nostri posti senza esitare. Ditemi voi se questa non è perversione.

Con la notte arrivano i fuochi e altri canti. Da qui non ci si muove. Ti penso forte. É amore? Non lo so. Di certo adesso ho meno freddo.

È giá notte alta, si diffonde la voce che stanno arrivando a sgomberare. Da questa parte c’è ancora tanta gente, nell’altro blocco siete di meno, sembra che ci proveranno da lí.

Quando entriamo nella sceneggiatura di guerra siamo ormai stanchi, cotti da ore sotto il sole. Io vado nel panico e cerco il tuo numero di telefono.

Nel frattempo le comunicazioni giungono rapide, troppo rapide per lasciarci abbozzare un qualche tipo di reazione.

Hanno gli idranti.

Stiamo facendo allontanare le persone anziane.

Hanno lanciato subito i lacrimogeni.

Non c’è stato niente da fare.

Ripenso ai tuoi occhi e per un momento che pesa infinito vorrei essere capace di pregare. M’innervosisco all’idea di tanto candore. Ho bisogno di riportare tutto ad un livello piú materiale.

Penso alle tue mani, ai tuoi sorrisi e alle mie mutande da strizzare.

M’invade un’onda di desiderio e di odio che non cambierei con nessuna carriera (e soprattutto con nessun centro commerciale).

Mi scrivi “Ci hanno sfondato. Va tutto bene”.

Io l’ho capito subito che eri uno speciale.

Quando riuscite a scendere io sono ancora lí e la notte sta per finire.

Ti sei graffiato la faccia, sorridi meno.

Io ti abbraccio come farebbe tua madre, ma quando ci stacchiamo sento come una scossa elettrica. Tu ti mordi le labbra. Mi sa che è ora di andare.

Torniamo in cittá con l’alba. In macchina ti tengo la mano.

Ti dico che mi hai fatto preoccupare.

Mi rispondi che per te non mi devo mai preoccupare…

Fuori si fa chiaro e noi siamo nudi e abbracciati.

Abbiamo gli occhi stanchi ma non smettiamo di baciarci e di parlare.

Mentre ti accarezzo la schiena cerco di convincerti che il culo è un laboratorio di pratiche democratiche. Tu mi dici che ho un bellissimo sedere. Non ci troviamo nemmeno sui termini, per stavolta é meglio lasciar stare.

Ci lecchiamo e stantuffiamo stanchi. Siamo due adolescenti morti.

Poi a un certo punto mi abbracci fortissimo e mi baci la testa e io non ti conosco per niente ma mi sento come se avessi passato tutta la vita tra le tue braccia.

(licenza  CC BY NC SA)

Un pensiero su “Barricata

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