Onderoad

di M.

Tatatata. Sono le sei di mattina di un sabato qualsiasi e sto tornando a casa.

Tatatata. Torino si sta lentamente svegliando, ma ancora i rumori sono ovattati, tutto è avvolto in una patina di sonno, un po’ come quando sei sveglio ma devi ancora lavarti la faccia.

Tatatata. I primi tram, qualche sirena in lontananza, un vecchio che porta a spasso un volpino (i vecchi non dormono mai). Tatatata, fanno i pedali della mia bici scassata e quasi mi sembra di essere troppo rumorosa per questo risveglio metropolitano, io che a dormire non ci sono ancora andata.

Lancio un’occhiata distratta intorno a me, stanca e un po’ instabile, mentre attraverso Vanchiglia. Il mio letto mi sembra lontanissimo, al tempo stesso vorrei non arrivarci mai. Incastrata in quella sensazione di immobilità che solo pedalando ubriachi all’alba si può provare, le strade di tutti i giorni per un secondo mi appaiono senza tempo. E attraversandole mi sommergono con tutto ciò che hanno visto dai tempi dei tempi e con quel poco che io ho visto con loro.

Tatatatata. Oltrepasso lPalazzo Nuovo, enorme, grigio, all’alba forse ancora più mostruoso. (Ma, alla fine, di una mostruosità così familiare che diventa quasi rassicurante). Mi volto per lanciargli un’ultima occhiata prima di girare in via Verdi e lo rivedo tappezzato di manifesti, volantini, striscioni. Lo rivedo un anno e mezzo fa, occupato. Cancelli chiusi e turni sicurezza. Rivedo, attraverso le porte vetro, assemblee nei corridoi, illuminate dai neon verdastri che fanno tanto atmosfera, serate di danze e film, mattine fredde di risvegli traumatici. Sento un brusìo crescere, sempre più intenso, trasformarsi in un’ovazione. “Per Natale voglio un regalo, la Gelmini appesa ad un palo..”. Una folla imbacuccata, pronta in ogni momento ad infestare le strade di questa città, diffondendo una nuova malattia: il “blocchiamo tutto”. Rivedo le gradinate davanti al liceo Gioberti (oramai scomparse per sempre, pace all’anima loro) piene di studenti e studentesse pronti a camminare per più di venti chilometri, bloccando incroci, stazioni, svincoli, fino all’autostrada. Così grande e lontana che, una volta arrivati, ogni passo oltre fa un po’ impressione e, ritornando verso l’uscita  sotto i primi fiocchi di neve, in mezzo a mille strombazzamenti di camion e auto, quando i nostri sguardi (luminosi e sorridenti) si incrociano, ci capiamo tutti, senza bisogno di dirci niente.

Tatatata. Il cielo è sempre più rosa e percorro via Verdi con la testa leggera, a pedalate lente. Il cinema Massimo. Palazzo Venturi. La residenza Verdi 15 occupata. Chissà se gli altri che erano con me son già tornati nelle loro stanze. Mi sembra di sentire un soffocato suono di tromba venire dal cortile. Chissà se tutti gli occupanti stanno dormendo. Una grande casa piena di sogni. Sogni in pakistano, sogni in tunisino, in polacco, in italiano. Sogni in spagnolo. Un uccellino cinguetta. E’ primavera e non so nemmeno quando è arrivata. Sta di fatto che via Verdi 15 non è più come quando l’ho conosciuta a gennaio. Non servono più mille maglie e trecento coperte. Non c’è più il pupazzo di neve Schettino. Non più odore di chiuso e minestrone (vabbè, tranne qualche volta). Ora le finestre sono sempre aperte, c’è un divano e le prove di musica in cortile. Gli occupanti sono più di ottanta. Ottanta letti sfatti e rifatti, giorno dopo giorno, iniziativa dopo iniziativa, fino ad arrivare a stanotte. Dalla neve al profumo di fiori. Da sconosciuti a compagni. Compagni di vita, compagni di pulizie, compagni di pasta ai broccoli, compagni di lotta.

Tatatata. Sorrido e spingo più forte sui pedali. Mi tuffo quasi di testa nell’aria fresca, gli occhi socchiusi e il naso arrossato. Tutto scorre più veloce. Il Rettorato, il palazzo della Regione, il Comune. Palazzi del potere silenziosi, vuoti, morti, si susseguono, si mescolano lungo la strada e si confondono nella mia mente. Mi ritrovo a pensare che di giorno non sembrano meno deserti, questi fortini di cartapesta. Rifugi ambiti da tutti coloro che pretendono un qualsiasi potere decisionale sulle nostre teste, senza avere la più pallida idea di che cosa ci sia al di là delle quattro mura in cui se ne stanno rinchiusi tutto il giorno.

Sfrecciando verso casa, oramai sempre più veloce, ripenso a tutte quelle volte che li abbiamo fatti tremare, quei palazzi, ricordando a tutti che le uniche vere decisioni le prendiamo noi che sappiamo stare nelle strade, che non ci nascondiamo dietro un portone blindato e quattro cordoni di sbirri, noi che siamo VIVI, ma vivi davvero.

Ta  ta  ta  ta… Sbam. Casa. E ormai c’è il sole che illumina la cucina della mia piccola, affollata mansarda. Le mie coinquiline (le mie amiche, la mia famiglia) dormono tutte, la mia gatta un po’ stronza mi fissa coi suoi occhi perentori da gufo e io mi butto sul letto.  Metto la sveglia contando le ore che riuscirò a dormire prima di dovermi alzare per andare a lavoro domani. Cioè oggi. Perché è domenica, ma si lavora lo stesso. Di domenica, a Natale, a Capodanno. Sottopagata, chiamata all’ultimo minuto, si lavora comunque lo stesso. “Domani mi licenzio” penso anche oggi prima di addormentarmi, ma poi tanto non lo faccio mai.

Annoiata da questa mia ultima constatazione, chiudo gli occhi, e sto per addormentarmi avvolta in una nube oscura di cattivo umore quando per un secondo mi sembra di essere ancora in bici (sarà l’alcool, chissà), percorrendo le strade di tutti i giorni.

Strade di lotte, di cortei, di presidi e di resistenza quotidiana. Le nostre strade.

E piombo in un sonno tranquillo.

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