RUMORE DI ACQUE

 

di Marco Ferrari

L’avevano detto che sarebbe successo. Ce l’avevano ripetuto un milione di volte ed alla fine ci eravamo assuefatti. Bisognava cambiare tutto e dovevamo farlo in fretta… ma c’erano anche degli altri problemi da affrontare che allora ci sembravano più urgenti. Ad essere sinceri pensavamo di delegare la soluzione del problema a quelle generazioni che avrebbero ereditato da noi un pianeta in collera. Ognuno pensava a se stesso e lo dimostrava il fatto che non avevamo alcun pudore a lasciare ai nostri figli dei debiti con parecchi zeri.

    Di anno in anno le catastrofi naturali crescevano di numero e di intensità, ma l’incubo più temuto era diventata realtà: la temperatura era aumentata come previsto, ma i ghiacci dei poli s’erano sciolti con una rapidità che le simulazioni ufficiali non avevano immaginato. Non avevano fatto scalpore le immagini dei poveracci che avevano dovuto abbandonare gli arcipelaghi del Pacifico e le isole delle Maldive: i commentatori avevano liquidato il problema dicendo che si sarebbero rifatti una vita, chi in Nuova Guinea, chi nel sud dell’India.

    L’inquietudine cominciò a serpeggiare quando iniziarono ad allagarsi con continuità alcuni quartieri di Rio, di Mumbay, di New York… Centinaia di migliaia di persone pretendevano un aiuto che nessun governo aveva l’intenzione e la possibilità di offrirgli. E quei profughi diventarono presto milioni, sconvolgendo ogni strategia di contenimento dei fenomeni migratori. La penisola italiana fu quella che nel Mediterraneo risultò la più colpita dall’innalzamento del livello del mare.

    Bene o male ciascuna regione riuscì a fronteggiare la propria crisi: Friuli, Veneto ed Emilia Romagna accolsero nelle provincie interne la moltitudine degli abitanti fuggiti dalle città della riviera, e così fecero le altre dalla Liguria alla Sicilia. Dove la situazione si dimostrò ingestibile fu invece nel Lazio: la marea umana scacciata dalla rivincita delle paludi un tempo bonificate, si riversò sulla capitale, una metropoli che già catalizzava una grande densità di problemi a causa del sovraffollamento.

   

I popolosi centri del litorale erano stati evacuati ed intere vallate tornarono ad essere dei putridi acquitrini. Persino all’interno del Grande Raccordo diverse zone finivano frequentemente sott’acqua, ma paradossalmente da parecchi mesi non pioveva più.

Sembrava che i geometri dell’Olimpo avessero tracciato delle nuove linee per l’innaffiamento del pianeta, spostando il clima del Nord Africa all’altezza del Cupolone. Dai colli di Roma si poteva scorgere lo specchio d’acqua in direzione  Ovest, ma s’era costretti a vivere nella morsa della siccità. Alla mancanza di precipitazioni s’era aggiunto l’impoverimento della falda freatica, ormai esausta sotto il peso dei suoi milioni di abitanti.

    I nuovi arrivati vennero accolti malvolentieri da una città già stremata dalla crisi economica. I quartieri più benestanti cominciarono ad attrezzare una rete di posti di blocco per escludere le eventuali infiltrazioni degli sfollati. Quando la pressione aumentò, non esitarono ad erigere una barriera protettiva fatta di mura, steccati, filo spinato elettrificato e telecamere di sorveglianza. Costruirono un complesso di cisterne e installarono dei sistemi di pompaggio per alimentarle, così da essere autonomi dal punto di vista idrico.

    La rivolta degli assetati, inevitabilmente, non tardò ad esplodere: il venti settembre del 2039 aprirono una breccia lanciando ordigni rudimentali e bottiglie incendiarie. Migliaia di disperati riuscirono ad occupare stabilmente una delle oasi di vivibilità, scacciando i fortunati residenti che furono costretti a loro volta a rifugiarsi altrove. Quel precedente radicalizzò la divisione del territorio e le varie isole di benessere proclamarono una sorta di indipendenza, eleggendo un loro governatore e addestrando delle proprie forze armate.

L’autorità nazionale si trovò esautorata e fu incapace di riprendere il controllo della capitale, in un contesto in cui ciascuna regione stava ormai gestendosi in autonomia. In un panorama di sgretolamento generale delle istituzioni, la guerra civile stava per sconvolgere la Città Eterna. D’altra parte, anche dal resto del mondo arrivavano delle immagini di scontri fratricidi cui nessun esercito era in grado di porre freno.

***

Di che razza fosse nessuno poteva dirlo con certezza. Si faceva chiamare Spartacus ed era il leader indiscusso del movimento dei nullatenenti. Alla vigilia del quattro giugno del 2040 la secca del Tevere aveva raggiunto dei livelli record: si poteva attraversare a piedi da sponda a sponda sotto il Ponte Garibaldi, assistendo al mesto spettacolo dell’Isola Tiberina trasformata in un Titanic del terzo millennio. Il fetore era insopportabile, anche per dei polmoni ormai bruciati dal caldo e dalla polvere che avvolgevano la città da mesi. Spartacus interpretò come un segno del destino la scomparsa del corso d’acqua su cui la storia umana s’era specchiata da decine di secoli: era giunta la resa dei conti.

All’alba un urlo tremendo risvegliò la città e si materializzò l’attacco alle roccaforti della vita. Gli elicotteri fecero strage di quei pezzenti, ma la forza di chi non aveva più nulla da perdere ebbe il sopravvento. Affamati ed assetati sfondarono le difese e si abbandonarono al saccheggio. Per settimane l’atmosfera si saturò del fumo degli incendi e quando tornò un po’ di visibilità le dimensioni del disastro furono sconvolgenti. Alle centinaia di migliaia di sopravvissuti non restò che l’alternativa di mettersi in viaggio verso nord, ben sapendo che li aspettavano nuovi muri. Spartacus li avvisò che ovunque sarebbero stati trattati come degli stranieri e profetizzò che un giorno quella diaspora sarebbe terminata, per ricostruire una Nuova Roma ancora più bella di prima. Non li seguì perché aveva deciso di trascorrere i suoi ultimi giorni al capezzale della metropoli agonizzante. Non aveva senso, per lui, lottare per qualcos’altro che non fosse la sua città.

 

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