Ogni Santo Sabato Sera

Il suo sguardo era perso nel vuoto. Caldo, freddo, amore, odio, paranoia, lucidità, paura, felicità. Il suo corpo era attraversato da un mix di sensazioni. Era lì in balia degli eventi trascinato dalla musica come una barca alla deriva. Si mise a vagare in quel mondo fatto di luci ad intermittenza a cercare qualcosa che non sapeva nemmeno lui. Vedeva le facce di ragazzi e ragazze che come lui avevano trovato la quiete con loro stessi e con gli altri. Una quiete fatta di sorrisi, abbracci e risate, ma apparente, artificiale, come il posto in cui si trovava. Poi gli scazzi, le risse, le bottigliate e le accoltellate, sempre per motivi che nessuno il giorno dopo si ricordava. Gionny, questo era il suo nome, aveva venti anni.

Dopo le scuole superiori si era iscritto all’università: facoltà di scienze della comunicazione, non si sa il perché, visto che non aveva voglia di studiare. Forse perché non voleva andare a lavorare o forse perché tutti i suoi ex-compagni si erano iscritti a qualcosa e lui aveva seguito passivo la moda del momento. Tuttavia ogni giorno si svegliava alle nove. Dopo aver fatto colazione si staccava 2 grammate di fumo dalla sua panetta, si lavava, si vestiva e usciva di casa. Ancora addormentato e con la pastazza in bocca entrava nel solito tabacchino per comprare un pacchetto di sigarette, un pacchetto di cartine lunghe e la Gazzetta dello Sport. Non faceva mai in tempo ad accendersi la sua prima sigaretta della giornata che doveva correre alla fermata per prendere il pullman delle dieci per Torino centro. Un viaggio interminabile in mezzo a vecchiette bisbetiche, ragazzini rumorosi che tagliavano scuola e strani personaggi che puzzavano di sporco e alcol. Arrivato a destinazione percorreva i 100 metri che separavano la fermata dall’università, ma lui non ci sarebbe entrato mai. Si fermava sempre sulle gradinate di Palazzo Nuovo o nel cortile della palazzina Aldo Moro e lì incontrava i suoi amici di sempre. C’era il Bruno, Scarpetta, Andrea, Lello e Viola, si conoscevano da quando, da bambini, giocavano nello stesso parchetto vicino casa tra le siringhe dei tossici. Passavano tutto il giorno davanti all’università a parlare della partita di calcio della domenica, a fumarsi qualche canna, a ridere per qualche stronzata, insomma passavano il tempo. Un bel giorno i genitori di Gionny scoprirono che in un anno e mezzo di università non aveva dato nessun esame e gli dissero semplicemente: “ragazzo, se vuoi mangiare devi lavorare, la pacchia è finita!”. Così Gionny fu costretto, suo malgrado, a indossare l’unica camicia bianca che aveva nell’armadio, a girare per Torino e distribuire curriculum, a sottoporsi a periodici stressanti colloqui, che assomigliavano sempre più a test psicoattitudinali studiati apposta per scrutare le parti più remote della psiche. Per poi fare cosa? Il commesso, il magazziniere, il cameriere e tutti quei lavori che gli potevano garantire due soldi in tasca. Nonostante tutto a fine giornata ritornava dai suoi amici in quel parchetto dov’era cresciuto. Non c’erano più le siringhe, adesso su quelle panchine c’erano loro che aspettavano con ansia, come il natale per i bambini, il sopraggiungere del santo sabato sera. Bevendo Moretti da 66 e fumando canne come se fossero sigarette. L’aria del sabato rendeva Gionny inquieto. Si preparava al grande evento della settimana come un atleta prima di una gara; correva per casa e arrivato in bagno iniziava a fare cento addominali e cinquanta flessioni, prima di una doccia rigenerante. Con tutta tranquillità, poi, preparava il suo kit con cinque o sei grammi di fumo, 1 grammo di MD per uso personale e una ventina di palline da 0,25g sempre di MD da vendere al migliore offerente. Dopodiché era pronto per uscire. Jonny raggiungeva i suoi amici al bar all’angolo. Era sempre l’ultimo. Il tempo di bere una birra e di litigare su chi doveva prendere la macchina e poi tutti insieme erano pronti per raggiungere il centro della metropoli. Di notte Torino si trasformava, le fredde strade della città si riempivano di ragazzi gonfi d’incertezze, malumori e noia, ma anche di allegria, energia e soprattutto cafonaggine. Provenienti da tutti i quartieri e dai paesi dell’Hinterland, si riversavano come un fiume in piena in piazza Vittorio e ai Murazzi, con la sola voglia di divertirsi. Gionny e i suoi amici ogni sabato sera dovevano affrontare il primo grande problema: dove posteggiare? Non volevano mai andare nel posteggio a pagamento, allora l’unica speranza era di aver la fortuna di trovare un posto vicino e se non ci fosse stato, di inventarselo, nell’augurio che la loro macchina non venisse intercettata dagli infami della polizia municipale. Percorrevano il marciapiede sul lungo Po. Gionny intravedeva, a lato sotto di lui, i Murazzi. Una distesa interminabile di locali, i loro dehors con le luci rosse, gialle e blu, le code di ragazzi per entrarci, i marocchini che vendevano fumo o cercavano di rubare i portafogli ai passanti e sentiva la musica di diversi generi che si mixava con le voci e le urla in un unico grande suono. Gionny e i suoi amici, con un riso malefico sul volto, stavano per entrare in quell’universo. Entrarono in uno dei tanti locali, non importa quale, visto che Gionny la prima cosa che faceva era andare diretto al bar a prendersi il suo classico negroni, poi un altro e poi un altro ancora. Gionny stava lì, nel dehor, a sorseggiare il suo cocktail e a parlare aspettando che la serata entrasse nel vivo. Ad un certo momento avvenne qualcosa, che fece si che la sala si accendesse. I giovani iniziavano a ballare in un strano gioco di luci, ombre e fumi. Anche Gionny e i suoi amici non stettero a guardare e si buttarono nella mischia a scatenarsi. I loro corpi diventarono un tutt’uno con le persone intorno, e piano piano la pista del locale divenne un unico essere che si muoveva a ritmo. Come avveniva durante ogni serata arrivava il momento in cui il gruppo di amici si sgretolava. Chi andava a scopare, chi andava a pippare, chi iniziava a fare discorsi senza senso con persone mai viste. Gionny non si preoccupava perché sapeva che li avrebbe rivisti quando tutto sarebbe finito. Era quello il momento in cui Gionny, indotto anche dalle droghe che iniziavano a salire, cominciava a girare a cercare l’avventura della serata, però quando cercava di avvicinarsi a una ragazza nel 90% dei casi lei lo mandava a cagare, allora si lanciava sotto cassa a ballare oppure diventava molesto e rompeva la minchia a chi, per sfortuna, si trovava vicino a lui. A quel punto, nei migliori dei casi, scendeva dal cielo, come un angelo, un suo amico che lo trascinava via e nel peggiore dei casi si prendeva, giustamente, una scarica di mazzate. Si intravedevano le prime luci dell’alba spuntare dietro la collina, era il segno che la notte stava finendo e l’oscurità lasciava posto al giorno. I locali, uno dopo l’altro, chiudevano. Il popolo della notte, in diaspora, si riversava lungo il Po. C’erano ragazze in mini gonna e con i tacchi che, abbracciate, camminavano a zig zag tenendo una bottiglia di vodka in mano, c’era un vecchietto che portava a pisciare il cane della moglie, c’erano ragazzi appoggiati al muretto con occhiali da sole in faccia che si facevano l’ultima riga di cheta, c’era l’impiegato di banca che nel suo giorno libero andava a fare la sua corsetta mattutina, c’era Gionny e c’erano i suoi amici. L’aria frizzante del mattino rinfrescava i loro visi bianchi cadaverici, si ritrovavano, per caso come se fosse stato scritto nel destino, distrutti, ma ancora in botta. Giunti a quel punto, di solito, si ponevano un quesito: andare all’after? Andare al Valentino? Molto spesso stavano semplicemente lì ad aspettare che il sole salisse nel cielo, per poi andare a casa a dormire. Gionny guardava la gente passare sotto casa sua, osservava ogni singolo individuo e pensava che quelle persone dovevano avere proprio una vita monotona e uniforme. Lui invece si sentiva un po’ un guerriero che aveva combattuto tutta la notte ed era riuscito a tornare a casa. Poi Gionny si toglieva i vestiti luridi e si lanciava nel letto per immergersi nel mondo dei sogni. Passava il tempo, passavano le stagioni e piano piano tutto cambia. Cambia Gionny, ormai sulla soglia dei trentanni, la peluria che aveva in viso ha lasciato posto a una fitta barba da uomo maturo. Cambiano le amicizie: Scarpetta e Lello sono partiti per andare a lavorare in Inghilterra, Andrea è in carcere a scontare una condanna per spaccio, invece Viola e il Bruno, non si sa, sono scomparsi dalla sua vita. Cambia anche la città, Gionny passeggia per le solite vie, passa davanti al parchetto. Ora c’è un’altra generazione di ragazzi seduti su quelle panchine. Raggiunge i Murazzi, spogli dei loro dehors e con i locali chiusi per la riqualificazione. Attraversa le vie dell’università, si accorge che le gradinate e la palazzina Aldo Moro, dove aveva passato ore ore della sua vita, si erano ridotte a un cumulo di macerie per lasciar posto a un parcheggio. Osserva impassibile quei ciottoli, è in quel momento che si accorge che anche i suoi ricordi, quegli istanti di felicità, si stanno sgretolando per diventare cemento tritato sull’asfalto. Gionny aveva sempre considerato il centro cittadino come il centro della vita, dove tutto era possibile, dove gli ultimi erano i primi, dove chiunque poteva diventare qualcuno anche per una sola sera. Adesso lo considera un luogo ostile, un luogo sterile, un luogo freddo, un luogo nostalgico di un tempo lontano, ma finito. Ogni giorno possiamo incontrare Gionny al bar all’angolo: nei suoi occhi s’intravede la voglia di cercare la svolta nella propria vita o uno spazio dove potersi rifugiare e sentirlo come suo, ma intanto, annebbiato dai fumi dell’alcol, gioca i due soldi che ha in tasca alle slot machine sperando di vincere qualcosa.

 

Pablo

murazzi

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