Hell is around the corner

C’era qualcosa di pesante nell’aria. Non era stanchezza né mancanza d’energie.
Era insoddisfazione con un peso specifico elevatissimo. E nonostante fumassi e bevessi a tutto andare quella sensazione non se ne andava. Stava lì come un macigno che incurva la schiena quando hai bisogno che stia dritta. Era voglia di non fare più nulla, mangiare, bere, camminare e pensare… sì pensare.

Anche il solo pensare o meglio cercare di pensare ad altro era un pugno nella bocca dello stomaco, era togliersi il respiro consapevolmente con la speranza che non tornasse quella fitta.
C’era voglia di librarsi nell’aria anche solo per pochi istanti con la consapevolezza di non saper volare. Pochi istanti nel vuoto prima di essere inglobati dalla forza di gravità, dalla pesantezza cui ci costringe il mondo.
Tutto era nebbia e umidità, odore di legna bruciata e boscaglia fitta e tutto era così strano seppur ben conosciuto.
Per guida non rimaneva altro che il fischio di una locomotiva in lontananza. Sentore di viaggi e voglia di fuga ma la strada era ancora lunga e una sola cosa accompagnava il tragitto, il senso d’essere dentro l’inferno…
I KNOW IT LOOKS LIKE I’M INSANE TAKE A CLOSER LOOK I’M NOT TO BLAME
IF LOVE IS BLIND I GUESS I’LL BUY MYSELF A CANE.

Ore e ore di guida senza direzione per poi arrivare sempre nel solito locale, l’ultimo avanposto prima del delirio o del sonno che non arrivava.
Leo ed io entravamo già barcollanti nell’anfratto poco illuminato che precedeva le stanze labirintiche.
Nella prima stanza, subito dopo l’ingresso caratterizzato da un piccolo bancone da bar, c’era seduto nell’angolo il trans stonato in crisi da coca che guardandoci di traverso diceva “Prontoooo? Prontooo? Brondoo?” e c’erano i fumi delle nostre sigarette corrette pakistano tollerate da Andrè il proprietario culturista e fascista del locale.
C’era la sua ombra enorme di Ercole possente e glabro che passava tra i tavoli, vestito sempre e solo di nero. I suoi anfibi militari calpestavano cicche e s’incollavano sulle macchie di bevande rovesciate. Attaccato alla cintura, sul lato destro, aveva un lungo fodero contenente un coltello stile Rambo.
La musica non era mai ad un volume altissimo al piano strada del locale ma era penetrante e lobotomizzante. Dopo un po’ ciondolavamo le nostre teste a un ritmo cadenzato e stordente.
La birra finiva velocemente così come i bicchierini di tequila. Ci alternavamo tra il tavolino condiviso con sconosciuti e la stanza d’ingresso dove ritiravamo ordinazioni dal bancone rosso scuro. Bevande servite da ragazze così provocanti da annullare ogni effetto. Così volgarmente discinte da sembrare delle bambole agghindate con indumenti e oggetti fetish, esposte nelle vetrine sporche dei sexy shop di periferia.
Ogni volta era un’impresa ritornare nella seconda stanza evitando lo scontro con un pettorale marmoreo del proprietario o peggio qualche sbandato messo peggio di noi e pronto a cercare la rissa. Una volta seduto il mio sguardo si perdeva tra i tavoli rettangolari che si alternavano ad altri più piccoli e ovali. Le pareti erano di un’ocra sporco e impregnato di fumo, sudori, odori e paure.

La clientela era composta per lo più da spacciatori, papponi, carabinieri e poliziotti fuori servizio, sbandati come noi alla ricerca della via più veloce che conducesse alla dannazione, trans, tossici, qualche alternativo in cerca d’avventure e una moltitudine di solitudini.

Quando la noia diventava più forte della tequila ci si avviava verso il seminterrato. Si passava oltre un muretto basso che dava su una scala che discendeva nel buio e nelle luci strobo. Oltre il muretto, se si decideva di non scendere di sotto, la stanza superiore proseguiva con tre – quattro tavoli e una porta violentemente illuminata che conduceva a una toilet fatiscente usata per lo più dai trans e da altri clienti per pippare o per rapidi tocchi e semi prestazioni.
Se ci scappava davvero da pisciare conveniva quasi sempre approfittare della fila di bidoni della via nascosti dalle auto in doppia fila.
Scendendo la scala invece si aveva accesso a una sacca buia, una vecchia serie di cantine adibite ad appendice del piccolo girone infernale. Una sacca di fumo e puzza di sudori mista a profumi dolciastri e ricorrenti.
Una sala rotonda con una pedana al centro fungeva da svago per le anime maledette in cerca di contatti fugaci. Un trans italiano e una ragazza sud americana piuttosto rotondetta davano spettacoli tristi fatti di strusciamenti fuori tempo sulla pedana avvinghiandosi al palo. Il dj era un laido 45enne occhialuto e panzuto che non aveva il minimo senso né della musica né del mixaggio e dava scosse cacofoniche ogni qualvolta appoggiava il ventre prominente alla consolle ingabbiata come lui dentro un piccolo ripostiglio. Accanto a lui una donna dalla bocca grande, come quella di un barracuda, beveva un liquido verdastro da un bicchiere da Martini. Anche al piano di sotto c’era un piccolo bancone marron scuro con disegni fatti a mano con lo spray da graffitari ubriachi. Due ragazze dal look tank girl lo gestivano e mentre ci servivano altre birre si baciavano guardandoci con aria di sfida e di provocazione. Dei divanetti scomodissimi e dal color rosso vernice contornavano tutta la sala e ospitavano gente sfatta o coppie in cerca di trasgressione. Infine, al fondo di tutto, la dark room. Una sala illuminata di riflesso dalla già scarsa luce proveniente dalla prima stanza. Un biliardo al centro inutilizzato da sempre. Sul lato l’ombra di due corpi plastificati nel mimare un atto sessuale. Altre ombre voyeuristiche facevano da contorno incuriosite e allo stesso tempo eccitate dal porno reality.

Eppure tutto ciò mi provocava solo più un senso di nausea e solitudine, smarrimento e desolazione. E allora ci aspettava la strada. Le strade notturne di Torino. I lampioni, le facciate liberty alternate con orribili architetture moderne, i viali alberati, velocità e casse della vecchia utilitaria che rimbombavano musica disordinata e confusa quasi come naturale linea disarmonica col posto appena lasciato. L’aria pungente che entrava dai finestrini si schiantava sui nostri volti, sulle nostre sigarette e sulle nostre vite gettando mozziconi di cenere bollente e le nostre speranze nell’aria povera d’ossigeno e di sogni.

Virus1973

9824550-bokeh-notte-citta-luci-astratto

2 pensieri su “Hell is around the corner

  1. si Anna Maria o per lo meno io nel racconto mi sono ispirato ad un locale che esiste (esisteva?!) e che frequentavo ma ti parlo di un bel po’ di anni fa (ahimè ne ho quasi 40…) Quindi, se c’è ancora, non saprei dirti se l’atmosfera è la stessa. Soprattutto c’è da tener conto che ognuno di noi percepisce in modi a volte anche molto differenti locali, luoghi, città. John Steinbeck nel romanzo “Viaggio con Charley ” racconta un aneddoto di quando anni prima era stato nello stesso periodo di un suo conoscente a Praga e che incrociandosi al ritorno verso gli Stati Uniti si stupiva di come la città apparisse completamente diversa agli occhi dei due viaggiatori. Saluti
    Virus1973

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...