Le strade primitive

Fin dall’inizio ognuno di noi, ed io in particolare, sapeva come sarebbe andata a finire. Quand’eravamo ancora dei ragazzini, i calzoni corti e le gambe sudicie dopo una giornata di avventure fra le strade della campagna, ci arrampicavamo come lucertole sugli antichi terrazzamenti di pietre che delimitavano i vigneti. Poi correvamo come pazzi su e giù per le contrade. Seduti sull’uscio squadrato di casa, i vecchi ci guardavano tranquilli masticando fra i denti i bocchini consumati delle loro pipe. Aspettavamo che i frati passassero per l’antica strada dei Rönle, quella che portava al piccolo convento in Val Clarega. Che gusto provavamo a sputargli addosso! Miravamo alle loro teste come fossimo cecchini, appollaiati sui rami degli alberi che davano sulla strada. Zito era il più bravo, ché beccava sempre la chierica. Quegli omaccioni lardosi ogni volta si adiravano come oche che fischiavano tanto aggressive ma, come diceva mio nonno, erano solo buone a farsi tirare il collo. Strillavano:
– Ai vostri genitori lo andiamo a dire, ai vostri genitori!
Allora Zito, dall’alto, rispondeva:
– Vai a trovarli alla casa del popolo, i miei genitori! – e lanciava un altro grosso grumo di catarro giallo in faccia al frate. Spesso incappavamo in un pasticcio di eventi che ci agguantavano le caviglie e ci trascinavano in un pantano di guai. Allora sì che, un po’ da tutti, arrivavano di quei ceffoni da far uscire gli occhi dalla coppa. Però nessuno di noi ebbe mai ripensamenti sulle nostre bravate, e una volta finite le botte eravamo ancora fuori sui prati, a scorticarci le ginocchia.
Inutile dire che il nostro paese, incastrato com’era fra le valli di quelle montagne spigolose e severe, non attirava le simpatie dei forestieri che transitavano per di là. Più si andava a Nord e più ci si avvicinava alle terre di scienziati, musicisti, pittori e letterati. Ecco perché passavano tanti viaggiatori che volevano andarci. Ah, che grande sogno erano quei paesi per tanti! Gli anziani lo ripetevano come se fossero stati l’uccellino dell’orologio a cucù che, a intervalli regolari, ricordava a tutti lo scorrere delle ore:
– Non restar contadino ignorante! Fila in quei posti e studia, studia, studia…
A noi non fregava un accidente di quei luoghi. Noi esploravamo i boschi e la montagne attorno al nostro paesino e tanto bastava. Suvvia, ora non si cominci a recitare il solito copione ormai sgualcito del vecchio moralista! Noi avevamo tutto il nostro mondo da perdere. Voglio vedere se voi avete mai visto quei dannati folletti rossi e sfacciati cacciarsi nei pollai a portar via le galline. Un giorno Zito e Danda vollero anche provare ad acciuffarne uno, giusto per fargliela pagare!, ma quello non si fece più vedere. Tuttavia lasciò un pensierino ai due: nessuno dei nostri genitori ci credette, però tutti noi fummo fervidamente convinti che i calamai trovati nelle giacche di Zito e Danda, la domenica che qualcuno mise l’inchiostro nell’acquasantiera, era stata quella canaglia a ficcarceli. Quante, quante ne passammo! E poi che dire di quella volta in cui sentimmo ridere nel bosco? E di notte, per di più! Uno sghignazzo che sembrava più una porta ammuffita coi cardini arrugginiti che si socchiude scricchiolando malvagia, o uno specchio che si infrange sordamente in mille e più pezzi. Che ci crediate o no, le Strie esistevano eccome. E in quelle notti senza luna, senza stelle e sotto alle nuvole che si spostavano rapide nel cielo, sospinte febbrilmente dal vento, si potevano trovare nei loro anfratti fra le rocce pelose di muschio, intente a girare in calderoni ramati maleodoranti miscugli di putridumi ribollenti. Con il suo volto incorniciato da una barba nera e folta, lo zio di Zito ci disse di fare attenzione ai funghi, soprattutto a quelli più stravaganti: erano i loro strambi sgabelli, e se glieli avessimo rubati da sotto al naso, le Strie si sarebbero certamente vendicate. Disse che avevano fatto diventare matto suo padre, tanto che divenne solito a mettere lo zucchero nella minestra e il sale nel caffelatte. Strie a parte, divertente fu anche il giorno in cui Aleida volle buttare la mia minuscola cagnetta dentro a Bocca Pagòts e poi andare a recuperarla, tutto per avere una scusa per entrare in quella grotta preistorica dimenticata dal buon Dio: ero divenuto subito furioso e quasi minacciai a buttare lei medesima giù in quel buco cieco e buio. Gli altri riuscirono ad acquietarmi, soprattutto Celia, la quale spesso rabboniva le persone con quelle sottili parole gentili con cui solo le donne – o le ragazzine – si distinguono. Alla fine mi divertii io stesso a calarmi là dentro e a fare la conoscenza di tutti quei ragni smilzi e quegli scuri scorpioni, e per di più anche la mia cagnetta non sembrava spaventata, anzi.
Allora ogni tanto mi sentivo ardere. Sentivo crepitare dentro di me una fiamma che non comprendevo appieno, ma che in me avrei riconosciuto sempre meno, man mano che divenivo adulto: mi prendeva il petto e scendeva e saliva, faceva formicolare le cervella e tremare le ginocchia. Il piacevole gusto dell’avventura di gruppo era quello. Restare in quella scapestrata combriccola di contrada. E poi qualcuno si azzarderebbe anche a dire che si deve crescere, che bisogna piantare i piedi in terra, sennò poi alla prima folata di vento si vola via? Beh, dicevo e dico sempre io, meglio svolazzarsene via per aria e andare a sbattere per i quattro punti cardinali che restare fermo come un fossile a sorbirsi le ere geologiche, e lasciarsele sedimentare addosso; se così fosse saremmo allora salvi, ma già morti da un pezzo, con uno o due metri di terra nera e molle che ci si intrufola nelle membra, come larve bianche e viscide nelle patate marce.
Mio nonno mi raccontava sempre di quel nostro paese, incastonato nel cuore di valli dai nomi antichi e di monti dalle creste aguzze e altissime, che da molto tempo sfidavano impassibili le intemperie del mondo e, soprattutto, il consumarsi del tempo. Un grumo di contrade sorte disordinate su declivi scoscesi. Mentre parlava animatamente con la sua voce stentorea, le parole vibravano nell’aria riscaldata dalle fiamme nel caminetto. Ascoltandolo rapito dalle sue storie, io adoravo restarmene lì a giocherellare con il tappo di sughero profumato e umidiccio di vino rosso, le dita mi odoravano di noci e bucce di mandarino. Nella stanza aleggiavano calore, fumo e polvere, tutti mescolati in un unico manto d’aria tiepida che andava a intorpidire garbatamente i pensieri e a solleticare le narici. Il nonno finiva sempre col narrare che le nostre montagne dovevano essere state lavoratrici indomite e risolute. E belle, per di più, bellissime. Però questo purtroppo nessuno poteva affermarlo con certezza, perché gli uomini non hanno la vita e la memoria dei giganti. Mio nonno significava davvero molto per tutti noi ragazzi: lui stesso ci invitava a non scorrazzare per la vallata in cerca di guai, ma in realtà quei suoi discorsi celavano spassionate esortazioni a correre fino a che le gambe ce lo avessero permesso. Nei suoi occhi profondi ornati di ciglia e rughe riuscivo a leggere immense leggende e storie lontane. Per noi avere una persona che ci insegnasse a vivere in armonia con la gente del paese era un vero dono, infatti i nostri padri viaggiavano da Agosto a Giugno, con le cassette sulle spalle stracolme di cucchiai e zufoli di latta, ciabatte di cuoio e taglieri di tasso. Tutti ninnoli da vendere in paesi e villaggi distanti, arroccati su gole, o distesi lungo sponde di laghi e versanti di monti. Però inutile nasconderlo: sapevamo come sarebbe andata a finire, ognuno di noi ne era consapevole. Perché, di lì a pochi anni, avrei incontrato lo spetto del Broken.
Fu allora che i primi peli cominciavano intrepidi a ricoprirmi il mento, e nessuno di noi si arrampicava più come una lucertola sulle pareti delle grotte più inquietanti o sugli alberi per sputare ai frati. In quel periodo cambiarono molte cose, troppe, e forse più grandi di noi. Arrivarono gli ingegneri, i politici e gli architetti dei paesi del Nord. Ci vennero a portare insolite richieste d’acquisto di quei nostri terreni, e dal momento che nessuna delle nostre famiglie aveva la più pallida idea di che cosa fossero gli atti notarili o le ingenti somme di denaro, quelli si presero la responsabilità di fare tutto da soli. Ci dissero che si trattava della pubblica utilità, e io ho un ricordo interessante di quei tempi: un giorno, un ragazzone imberbe e ben vestito ci convocò tutti nella piazza principale, quella di San Ezechiele. Ci chiese se volevamo passare dalle stalle alle stelle, tutto infervorato e con una voce tremante. In quel momento il vecchio Boit, uno dei più anziani e rispettati abitanti della Clarega, alzò la voce e disse seriamente:
– Giovine, no! Mi è appena morto il vitello e non posso venire in quel posto!
Il giovanotto si mise le mani rosee tra i capelli chiari e brillanti. Esasperato enunciò fieramente che, il lavoro duro, lo avrebbero fatto loro del Nord: tutte le nostre genti acconsentirono totalmente privi d’interesse, ma non prima d’aver già cominciato a svuotare la piazza accelerando il passo.
– Tanto i dottori sanno quel che fanno – dissero in molti.
Allora presero a progettare dighe e gallerie per i treni, trivellando voraci nei ventri delle montagne. In poco tempo, quando i nostri padri ritornarono dai loro vari viaggi, spaccarono ad accettate le cassette da mercanti, le bruciarono nel focolare e, esaltati, i tecnici del Nord li assunsero come operai dalla dubbia professionalità. In un primo momento non capii nemmeno cosa stesse succedendo, sentivo solo le mine che saltavano da una parte all’altra delle valli, osservavo le recinzioni spinate inerpicarsi sui terreni per delimitare i cantieri, ascoltavo gli antichi faggi dalla corteccia lattiginosa che rovinavano gemendo al suolo. Per un motivo o per l’altro cominciai a vedere sempre più di rado i miei grandi compagni di giochi: Danda andò a lavorare alla costruzione dell’acciaieria nel fondovalle, Turi decise di recarsi a studiare al Nord e se ne partì senza neanche salutare. Alcune delle nostre ragazze, fra cui Celia, si sposarono con gli ingegneri del Nord. Molti della mia età, ed anche i più piccoli videro ciò come un vero affronto e, per un breve periodo, presero a scagliar sassi contro alle lucide automobili nere dei signori, le quali sfrecciavano sulle calde strade appena asfaltate. Ma fu solo per poche settimane. D’altro canto, la fine più triste, la fece Zito: restò sepolto sotto a una frana provocata da una mina, mentre andava per castagne sotto a un livido cielo d’un pomeriggio autunnale. In quel punto, nella gola del Vazò come la chiamavano i valligiani della Clarega, dicevano che stessero costruendo la diga più grande del mondo e non era ammissibile che un misero ragazzo del posto si aggirasse in una zona di tale interesse. Quelli del Nord si adirarono come poche volte avevamo visto i nostri genitori infuriati per le nostre bravate: affermarono che non s’era tenuto abbastanza alla larga dal cantiere, e che voleva sabotare le ruspe e le trivelle. Tuttavia, ho sempre saputo che questo non era vero, perché Zito era il ragazzo più sveglio e in gamba che conoscessi. Io fui preso da una tristezza infinita, non uscii più di casa per un po’. La gente delle contrade, in particolare, non diceva né faceva nulla. Ricordo che gli stessi anziani che ci suggerivano di andare al Nord per “studiare, studiare, studiare” ora, additando chi stava issando i tralicci della corrente elettrica, dicevano:
– Non vai ad aiutare? Resta ignorante, ché il progresso scansa gli scansafatiche!
– E che stanno facendo? – rispondevo io, e loro ci pensavano un po’ su.
– Non importa, ma lavora! – gridavano infine.
Fu allora che scappai. Fuggii via a gambe levate. No, non mi si chieda di parlarne molto, anche perché ho molta poca memoria di quei momenti, e sappiate soltanto che è per questo motivo che sto raccontando questa storia. Però ricordo bene l’odore di grasso sul cuoio degli scarponi, infilati bruscamente con una rabbia saltata fuori da chissà dove, e le dita rattrappite addentate dal freddo. Ricordo la nebbia che mi accolse fuori dalla porta di casa, e mio nonno che pochi istanti prima mi aveva parlato, solo dopo aver sistemato l’ennesimo pezzo di legna nel focolare fuligginoso. Ho davvero troppe cose da dire su quella sera. Posso riassumerle in una sola parola: nebbia. Nebbia fra i pensieri infiniti che mi si accalcavano nelle tempie, pulsanti, come alla ricerca di un’inesistente uscita di sicurezza. Nebbia sopra agli abeti e i carpini, intricata fra i loro rami, fra le fronde bagnate dalla pioggia. Nebbia sulla strada, dietro e di fronte a me. Una nebbia che inghiottiva i suoni. La solitudine più completa. Ecco forse perché non ricordo molto, ecco forse perché di lì a pochi giorni, percorrendo sentieri dimenticati dall’uomo, incontrai lo spettro del Broken. La nebbia. E non è per niente un mio rimpianto se ricordo poco o niente di quella sera, come non lo è e non lo sarà mai il mio essere fuggito. Però, ecco ciò che mi devastò l’anima di dentro: non aver rammentato le parole di mio nonno. Questo tuttavia lo capii in seguito: non fui in grado di ricordare perchè ancora i folletti e le Strie, le lucertole e le formiche rosse, le ginocchia scorticate e tutti i nostri giochi non avevano ancora il loro vero nome. E allora compresi che fin dall’inizio sapevamo come sarebbe andata a finire, noi tutti, ragazzini senza esperienza, con storie insignificanti sulle esili spalle. La storia di un gruppo, e poi specialmente del nostro gruppo, terminava quando si era costretti a guardare ai sogni di uno, più che alla magia delle avventure di molti. Mentre mi allontanavo scrutando il sentiero in mezzo all’aria cinerea, gli aghi di pino smorzavano sul suolo lo stanco rimbombo dei passi.

Sicuramente più interessanti di questa ci sono ben altre storie al mondo, se però la si vuol capire un po’ più a fondo, sarà bene che ascoltiate dello spettro del Broken. Vi risparmio tutto quel che riguarda i viaggi che feci, la gente che incontrai, i posti che vidi. Non si tratta di niente di originale, e molte persone saprebbero certo raccontare meglio di me. Quanto tempo fosse trascorso dalla mia fuga è molto difficile saperlo, sta di fatto che m’ero molto allontanato dal mio paese, diretto verso Est. Dicevano fossero zone pericolose e da evitare: un po’ per l’assoluta mancanza della presenza umana e per il clima che si considerava molto rigido e inospitale, un po’ per tutte le strane belve che affollavano quelle aride e cupe zone collinari e per le strane leggende che circolavano su quei luoghi. Si credeva vi fossero scuri ometti barbuti con un monociglio biondo i quali afferravano le gambe dei viaggiatori e li tiravano sottoterra, per piantare alberi nodosi imitanti le pose di gente disperata che si contorceva; zanzare che pungevano gli animali la notte e, al mattino, la bestia si trasformava in zanzara e la zanzara diveniva quello stesso animale, ma assetato di sangue e con una spirotromba al posto della lingua; razze strambe di ornitorinchi amanti dello shanghai, ma giocato coi lombrichi e le coratelle dei daini; alberi e rocce che cambiavano di posizione per fare smarrire i poveri viandanti distratti; funghi spilungoni che passavano il tempo a comporre versi di singolare poeticità e che, quando sentivano giunto il loro momento, facevano harakiri con i primi bacchetti capitati sotto mano, dando prova di risoluto stoicismo. Si capiva che la mia curiosità per quei luoghi, se non forse condivisa da tutti, era ben motivata.
Giunsi in quelle zone scortato dalla nebbia. L’acqua dentro alla borraccia, ben fissata al di fuori dello zaino, canticchiava oscillando contro al metallo ad ogni mio passo. I vestiti sciupati e gli scarponi consunti mi puzzavano sicuramente, ma oramai mi ci ero fatto l’abitudine. Da tanto tempo non vedevo il mio volto riflesso, e sapevo che dovevo avere un aspetto sicuramente malridotto, con i capelli impiastricciati di terra e sudore, le gote nere di fuliggine. Tenevo le mani cacciate nelle scarselle del giubbotto, lievemente infreddolito. Mentre il silenzio mi assorbiva completamente i pensieri, stavo attentamente in guardia: quei luoghi mi destavano un profondo senso di insicurezza, come se nella nebbia non fossi stato completamente solo. Eppure, lanciando occhiate nervose a destra e a sinistra, non riuscivo a scorgere alcuna presenza. Sentivo soltanto la più pura solitudine, una stregoneria che nella nebbia poteva aggirarsi per secoli attorno ad un unico cuore.
Infine lo vidi. Ancora non sapevo che cosa fosse, e in seguito mi raccontarono che lo chiamavano spettro del Broken, l’ombra più temuta in assoluto dagli uomini, la quale compariva solo quando ci si trovava completamente soli con sé stessi, e mai in compagnia: anche per questo, la sua effettiva esistenza era ancora discussa, e chi affermava d’averlo incontrato spesso veniva preso per pazzo. Lo Spettro del Broken se ne stava immobile e muto a qualche metro davanti a me. Un’ombra grigia infissa nella nebbia, una fosca sagoma di uomo senza volto né altro di distinguibile: aleggiava sopra al terreno bagnato, sopra ai lucidi fili d’erba tremanti. In quel momento, non trovai alcun coraggio di muovermi e rimasi senza fiatare a esaminare quel che mi appariva davanti. Ricordo ancora perfettamente i lembi di foschia che mi danzavano attorno in quel luogo sinistramente estatico. Era come se il cuore mi sbattesse nel petto, tirando pugni nervosi. Poi, raccolsi un po’ di forza d’animo e chiesi:
– Chi sei tu?
Dal momento che quell’ombra non accennava minimamente a muoversi, gridando ripetei la domanda, irrequieto. Non l’avessi mai fatto: in un batter d’occhio sentii ogni mio brandello di vigore, ogni certezza e sicurezza che mi aveva accompagnato fino a quel giorno, ogni mia timida volontà disgregarsi in un gorgo turbinoso di terrore. Cominciai a immedesimarmi in quella figura, nella sua oscurità, cominciai a sentirmi parte di essa, completamente consumato senza compassione. E allora mi vidi in un oceano enorme, immenso, sconfinato e nero come la pece: sentivo quel mare abissale respirare con impeto sotto di me, mentre le gambe si agitavano a vuoto, in preda al panico. Cercavo di tenermi aggrappato ad un molle pezzo di legno, lo graffiavo ansimando, lo arpionavo come se avessi avuto artigli aguzzi al poste delle unghie. Mi ero perso in un vuoto infinito che sentivo crescere nel petto a divorarmi l’anima. Avevo trovato l’oblio e smarrito tutto il resto, fra cui la direzione per la strada di casa. Quando ritrovai il mio corpo, mi scoprii accasciato e sfinito fra l’erba delle colline dell’Est, mentre la nebbia si diradava e lo spettro del Broken se ne andava via.
Naturalmente, ognuno è libero di credere o meno a quel che sto raccontando. Arrivati a questo punto, sento che sia necessario fare un precisazione, poiché immagino che, a ragione, si cominci lievemente a dubitare della mia sincerità. A tavola, per farmi mangiar sempre tutto, mio nonno diceva che le briciole di pane venivano ognuna dal tocco più grande, e col coltello le raccoglieva in righe ordinate sulla tovaglia per poi cacciarsele in bocca. Ho sempre pensato che fosse lo stesso per le cose e la loro veridicità, per le nostre ferme certezze e ferree abitudini, le quali vengono cercate con rigore da tutti gli uomini, ostinatamente. Tremando con coperte di lana sulle spalle o davanti agli stenti d’un fuoco, camminando su versanti di montagne sconosciute attorniato da turbinanti fiocchi di neve, oppure sprofondato in lunghi sonni dentro a notti nere d’inchiostro, durante quel mio viaggio, imparai una cosa molto importante. Non ci sarà mai un qualcosa di umano che, per quanto grande, possa farsi carico di consegnare la verità agli uomini: avessimo almeno quella memoria per ricordare se, sul serio o no, le montagne furono lavoratrici forti e bellissime. Figuriamoci se poi saremmo in grado scovare qualcosa di perfetto. Ecco perché imparai che ogni briciolo di storia ha la sua dignità, il suo splendore, la sua verità. E dovetti capirlo viaggiando per anni e anni, poiché avevo troppo spesso ignorato, in modo sciocco, quella smisurata sapienza che traspariva dagli insegnamenti di persone più mature di me, come mio nonno.
Di quel che accadde in seguito non è importante sapere molto. Se si esclude lo spettro del Broken, nelle terre dell’Est non incontrai nessuna creatura tra quelle indicate dalle leggende. Viaggiando senza sapere dove, imparai a memoria il ritmo dei passi su strade sassose, ascoltai il vento dell’Ovest che sorreggeva soffici profumi, storie e cantilene scordate, provenienti da popoli e deserti d’oltreoceano; vidi le brughiere d’erica percorse da sterminate mandrie di caribù, marciai mentre davo ascolto al crudo crocchiare del ghiaccio sulla terra nera della steppa, assodata dalla tramontana. Ero senza casa e senza famiglia, ero senza un mestiere, non possedevo nulla che non fossero le vesti, gli scarponi logori, le mani sporche: non avevo niente e non avevo nessuna pretesa di avere qualcosa. E questo adesso, ad anni di distanza, lo invidio.

Poi scoppiò la guerra civile. Scoppiò violentemente anche nella nostra regione, e la notizia mi arrivò relativamente tardi, dal momento che lo venni a sapere solo sei mesi dopo in una bettola che puzzava di aceto e alghe nella provincia del Rogeenland. Molti giovani delle mie zone, nascosti nelle fitte boscaglie delle valli che ben ricordavo, avevano imbracciato le armi contro quelli del Nord che erano giunti tanti anni prima, accusandoli addirittura di sfruttamento nei loro confronti. Quella notizia mi costrinse a riflettere: non sapevo che anno fosse, che età avessi o chi fossi diventato lungo le strade dei miei viaggi, ma soprattutto mi tornò a tormentare quell’ardore giovanile che tante volte m’aveva fatto formicolare budella e pensieri. In un sera di Maggio, mi trovai a camminare lungo le strade del porto nella cittadina in cui sostavo. I capelli unti e crespi mi dondolavano sulle spalle coperte dal tabarro, il vento secco e la salsedine mi facevano pizzicare gli occhi rossicci da ubriaco. Allora alzai lo sguardo verso il cielo: lo scoprii blu, profondamente blu e terso, percorso da gabbiani e da nuvole gonfie e arancio. Sentii quell’impeto bruciante che mi scalciava lo stomaco come fosse un bambino, e fui pervaso da un senso di serenità che non provavo da anni. Sapevo benissimo cosa dovevo fare e cosa avrei fatto.
Impiegai alcuni mesi per tornare al mio paese. Riguardo la guerra civile, correvano voci di tutti i tipi. Dicevano che i ribelli avessero eletto il Generalissimo capo partigiano della guerriglia contro i lealisti del Nord, e che fosse un uomo proprio della Clarega. Dicevano che l’insurrezione avrebbe non solo cacciato via gli invasori benvestiti che in altri tempi avevano prospettato il progresso per la pubblica utilità, ma che in seguito avrebbe anche instaurato lo stato ideale. Uno stato assoluto senza precedenti, senza violenze o soprusi, senza alcuna invidia fra le persone, dove chi non avesse un raccolto con sufficienti sementi da piantare l’anno seguente avrebbe potuto affidarsi a banche specializzate, dove tutti lavorassero per gli altri, perché così tutti ricevessero il necessario, ottenessero il desiderato, possedessero tutto il voluto… su quale dovesse essere questo stato immaginario o come lo si dovesse costruire, però, nessuno di coloro che interpellavo sapeva rispondermi con precisione, e ognuno lo descriveva con personale interesse, come se per ottenere veramente qualcosa bisognasse guardare al pensiero di un solo individuo. A proposito di questo, io stesso avevo incontrato un pazzo, mentre mi avventuravo verso l’Est: mi restò per bene in mente, perché girava completamente nudo, parlando alle nuvole e alle rocce, senza pretendere risposta. La prima cosa da lui detta quando gli chiesi se non si accorgeva che niente gli prestava ascolto o gli dava risposte, fu:
– Se tutti pensassero a dare, non ci sarebbe più il problema di ricevere! – e, ogni volta che lo ripeteva, sorrideva sinceramente.
Ma io volevo combattere contro chi aveva provocato la mia fuga, chi aveva seppellito vivo Zito, chi aveva trivellato nelle mie montagne. Ero agguerrito e bramoso di sparare. Per questo, quando mi si parlava della guerra civile, della guerriglia partigiana e della rivoluzione, le parole, quello straordinario strumento che l’uomo si inventò quando cominciò ad additare le cose sempre di meno, mi infondevano passione ed esaltazione. Allora, mentre tornavo al mio paese, mi offrivano riparo per la notte nelle stalle e dormivo accovacciato sul fieno morbido, profumato e impregnato del sudore delle capre, con i grilli che saltavano sulle gambe e i topini affamati che si avvicinavano alle mie orecchie – io, ormai abituato, pure nel sonno li scacciavo con gesti automatici, involontari. E sognavo di riabbracciare i miei compagni, sognavo di partecipare alla guerra, di ritrovare mio nonno, di vedere trionfare i valligiani nella lotta contro la gente del Nord, la quale era venuta senza permesso a comprarci la terra, i boschi e le montagne. Semplicemente sognavo di tornare.
Ma il mio paese non lo rividi mai più. No, perché l’unica cosa rimasta com’era prima della mia partenza erano i lineamenti spigolosi delle montagne lì attorno, quelle lavoratrici indomite, amanti di mio nonno, le quali scrutavano ancora più severe ciò che era potuto accadere: le cose più terribili e quelle più insensate. I vari borghi delle mie zone, soprattutto quelli più in quota, erano stati tutti abbandonati da molto tempo ormai, e tutta la gente si era stipata nel fondovalle in autentici blocchi di cemento che chiamavano città. La cosa particolare era che a molti pochi interessava della guerra: certo, sapevano che poteva arrivare un razzo o che ogni tanto esplodeva una bomba lungo la strada che si stava percorrendo, ma era comunque percepita come una realtà distante. Molti, troppi, parteggiavano per i ribelli, certo, ma si limitavano a stentate approvazioni masticate fra i denti, passando rapidamente a discutere delle varie mode importate dal Nord. Si respirava un forte disinteresse in città, alimentato soprattutto dalle trottole di terracotta. Infatti, se i pochi guerriglieri antisistema si erano imboscati più ad alta quota, verso i boschi di castagni, pini e abeti, e quasi verso alle zone dei pascoli e delle malghe – era là infatti che infuriava molto cruentamente la guerra – la cittadinanza del fondovalle, per paura o per i propri comodi, era rimasta ancorata alla quotidianità, malgrado fosse così orribilmente straziante, ogni tanto, vedere i lealisti fare a pezzi i ribelli catturati o i bambini che lanciavano aeroplani di carta verso i mezzi militari. Tutto per colpa della corrente di quelle famose trottole.
Le trottole di terracotta erano un’invenzione del Nord. Quando arrivai in quello che era stato il mio paese, ora città, mandrie di marmocchi con visi che sembravano precocemente invecchiati cercarono subito di convincermi a comprarne. Io non avevo denaro, poiché poche volte lo avevo maneggiato, quindi oltre a trattarmi con disprezzo, mi sputacchiarono contro un’infinità di improperi, dicendo che non ero minimamente degno di usufruire del loro straordinario gioco. All’inizio non me ne curai molto, volevo soltanto ritrovare visi che mi fossero familiari, anche se tutto era ormai irreversibilmente cambiato, per sempre. Sicuramente era stata anche colpa mia, mi ribadivo, perché ero scappato, ma ero anche tornato per riscattarmi. Poi vidi quella esagerata frenesia generale: il gioco delle trottole era divenuto il passatempo più atteso da tutti. Ognuno poteva fare affidamento ad una infinita riserva di quegli aggeggi che conservava nelle scarselle. Si giocava per le strade, in casa, mangiando, lavorando; si giocava la sera, il mattino, spesso si rinunciava addirittura al sonno pur di provarne l’ebbrezza. Chi perdeva gli scontri, le corse o i lanci delle trottole di terracotta doveva subire impensabili estremi di ferocia per pagare il pegno dovuto, e sarà meglio dimenticare le idiozie che osservai. Basti pensare che vidi un’intera famiglia, legata ad un razzo lealista, partirsene in aria per andare a fare cucù ai partigiani sulle montagne. Tutto ciò era un modo per trascurare la guerra, per sorvolare i problemi, per scordarsi della fatica; era un modo per trovare un senso alla vita, ora che le sorgenti, le api e le farfalle gialle, i caprioli e i mercanti se ne erano andati per sempre.
Quelle trottole rapivano terribilmente la popolazione. Il perché di questo era la loro stessa natura: erano state costruite appositamente per sembrare la più eclatante magia di tutti i tempi. Durante il gioco ognuno poteva sognare il mondo che voleva, poteva rivivere la vita come la si respirava prima che arrivassero i politici del Nord. Doveva essere bellissimo veramente. Fui anche tentato di rubarne qualcuna, ma i militari controllavano la cittadinanza, fermamente vigili. Con le trottole di terracotta tutto il resto si dimenticava: le gallerie per i treni che avevano squarciato l’intimità delle montagne, diffondendo nell’aria sostanze che gli scienziati chiamavano amianto e piombo; la diga del Vazò che era crollata assieme alla sponda sinistra del bacino, maciullando nell’acqua e nel fango più di duemila valligiani; la guerra civile che lasciava brandelli di bambini al suolo. Con le trottole invece si sognava. Si sognavano i mondi ideali che ognuno desiderava, le utopie da raggiungere, si sognava che i partigiani vincessero la guerra, si sognava di prevalere contro la disumanità dilagante. Le utopie erano luoghi irraggiungibili, mi dicevano, ostentando un infantile realismo di cui facevano mostra alla fine del gioco: non dovevo affannarmi nel cercare i ribelli per dargli aiuto a combattere e resistere. Tanto le cose sarebbero andate come dovevano andare, perché tutto il mondo era così scontato, quindi dovevo piantare i piedi per terra, smettere di girovagare come un pezzente e disilludermi. In poche parole, avrei dovuto ciucciare la manna di quelle malvagità, lasciandomi sedimentare le ere geologiche addosso. Già, però attraverso le trottole di terracotta – e di questo me ne resi conto solo molti anni dopo – le stesse utopie divenivano persino irrealizzabili, e non solo irraggiungibili, perché si veniva costretti a fantasticare con quello stesso strumento che faceva sì che le proprie aspirazioni non si avverassero e restassero sogni, e solo sogni.

Solamente dopo alcune settimane, riuscii ad arruolarmi in una squadra partigiana imboscata nella Val Clarega. Venni a sapere le cose più atroci. All’inizio dell’insurrezione Danda era morto, colpito da una sventagliata di mitraglietta in pieno petto, mentre tentava di dirigere alcuni civili verso il fondovalle. Fra loro c’era anche mia sorella, ma quando chiesi se si fosse salvata, nessuno volle rispondermi. Mi riferirono di mio nonno che, nel primo giorno di bombardamento aereo per stanare i ribelli, si coricò, non prima d’aver spento il fuoco nel caminetto. Fu irremovibile e non prestò ascolto a nessuno, perché quando lo scongiurarono di scappare insieme ai compaesani per non lasciarci la pelle, lui disse:
– Io resto a dormire, e non c’è da aver paura. Se proprio devo, allora morirò. Domani ci sarà comunque da aprire le finestre alle stalle delle vacche, e ci sarà comunque da portare il mangime ai colombi, alle galline.
Fu peggio di una cannonata che mi spezzasse a metà. Non solo lo avevo perso e non avrei più sentito la sua voce stentorea, ma non avrei neanche più potuto sapere cosa mi disse quella sera, prima di fuggire. Dov’erano Turi, Celia, Aleida? Dov’erano finiti i ragazzini più giovani di noi che giocavano a campana nel riverbero del tramonto? Dov’erano le bestie che bisognava portare alla ricerca di maggese anche in Estate, la stagione sacra per le vacanze di quelli del Nord? Dove era finito quel vento che portava l’odore di fumo dei focolari nelle giornate invernali? Mi abituai presto alle esplosioni assordanti dei missili che radevano al suolo intere zone abitate, seguite dal raglio terrorizzato e convulsivo di qualche asino nei centri di raccolta del fondovalle. Se fossi stato più giovane, sarei scappato ancora. Ma questa volta non potevo.
In quella guerra di merda, l’unica cosa per me positiva fu conoscere Tina. Era una donna viaggiatrice e coi modi un po’ bruschi della gente di montagna. Lei sola mi tenne compagnia una volta firmato l’armistizio e ristabilito il sistema precedente alla guerra civile. La incontrai nel mio piccolo distaccamento, di cui era l’unica donna: indossava una camicia spiegazzata da uomo, aveva i fianchi forti e gli occhi decisi, veniva dall’altopiano sopra alla Valle del Vazò. Quando la vidi per la prima volta stava parlando della diga. Era stata una giornalista straordinaria, aveva parteggiato per la gente delle nostre montagne, per i suoi compagni di lavoro nei campi. Una delle poche persone che avessero avuto il coraggio di opporsi alla prepotenza degli ingegneri che stavano riempiendo quel bacino. Molti valligiani sapevano che la roccia sulla sponda sinistra del lago avrebbe ceduto, una volta che vi si fosse infiltrata l’acqua: non servivano competenze geologiche universitarie, asservite peraltro alle logiche di quelli del Nord e della loro diga, bastava semplicemente un po’ di buon senso. Prima che la montagna e la diga crollassero, facendo sparire dalla faccia della terra una mezza dozzina di paesi e qualche migliaio di persone fra la Clarega e il Vazò, Tina fu costretta a scappare, perché aveva cominciato ad essere braccata come una preda dagli aguzzini dei politici e dai militari stessi. Allora aveva trovato rifugio e protezione in quella stramba formazione di partigiani, uno più pidocchioso dell’altro, sempre armati fino ai denti, pieni di favi sotto alla ascelle sudate e con profonde occhiaie scure che inghiottivano gli occhi. Erano uno più malconcio dell’altro, faticavo a credere che riuscissero ancora a reggersi in piedi, ma moltissime volte li vidi fare cose di cui nemmeno un uomo nel pieno della salute e delle forze sarebbe stato capace. “Siamo il malato che porta il santo”, li si sentiva proferire spesso. Strano, direste dal momento che, e in seguito ve ne spiegherò il motivo, avevano facce cupe e ombrose. Tuttavia Tina, quella donna, era semplicemente la più bella che avessi mai visto. Non sapevo cosa fosse l’amore prima di allora, non mi ero neanche mai chiesto cosa fosse, preso com’ero a contemplare la mia solitudine. Ma non tardai a riconoscerlo. Mi incantò quella sua grazia, una bellezza che ostentava dignità, che parlava della fatica e delle tribolazioni della gente; il suo profilo di donna che ricordava gli orizzonti neri e lontani verso cui ero andato in altri tempi. E fu allora, a causa di tutti quei momenti di guerra e di stenti, forse proprio dopo aver incontrato Tina, dopo aver vissuto assieme a quei ribelli che divennero come fratelli di sangue, e per aver trovato le risposte fra le crode e le fronde degli alberi, che in seguito ritrovai lo Spettro del Broken.
Fra i partigiani, uno lo chiamavano il Genio. Sovente lo si sentiva disquisire della rivoluzione, culturale o armata che fosse, con i suoi pidocchi (egli li conosceva uno ad uno, con tanto di nome e soprattutto cognome, tanto per riconoscere tutte le loro infinite generazioni). C’erano poi i fratelli Tartacröte, scuri in viso: questi se ne stavano sempre in disparte, le spalle incurvate e i parabelli bene imbracciati. Non sopportavano i discorsi di politica e, in tutte le pause di qualsivoglia discorso, enunciavano ogni santa volta:
– Eh, la cambia. Ovvio che non si può continuare così. Vedrete… La cambia, la cambia.
Cosa dovesse cambiare però, rimase sempre un mistero. Poi il Compagno Terranova, profondo confidente del comandante, un intellettuale che divenne presto mio amico. Egli riusciva a conciliare i discorsi teorici e puramente astratti delle utopie e degli ideali con semplici gesti e comportamenti sobri, come quando gli chiesero, scherzosamente, se avesse mai pensato di tornare a vivere nel fondovalle con le trottole di terracotta, ed egli sbraitò:
– Piuttosto di menarmela con quegli affari, vi giuro, faccio il bidet alla mia cagna.
C’era Cenzo, e lui sì che merita qualche parola: anche lui era pazzo. La sera, si slacciava le braghe davanti al fuoco di bivacco e, col culo all’aria, scoreggiava con gran lena per poi ustionarsi le chiappe e bruciarsi la peluria. Nessuno poteva non ridere e tutti lo amavano, perché quel suo squilibrio non tratteneva sempre i suoi momenti di illuminazione, durante i quali scriveva nel suo taccuino amabili poesie e aforismi pungenti. Buttava giù anche canzoni, ma le lasciava cantare e suonare colla chitarra al fratello di Danda, che avevo ritrovato dopo tutti quegli anni, e quando strimpellava con dolcezza, risentivo tutti i venti che mi avevano accompagnato viaggiando, rivedevo tutte le ragazze più belle delle terre lontane che avevo visitato. E Vasudi!, l’indiano che ci parlava ogni santo pomeriggio del Buddha e dell’importanza dei naviganti nella storia dell’umanità, chissà perché poi proprio traghettatori o barcaioli; c’erano il partigiano Strappa che cucinava la più buona polenta dei vari distaccamenti sparsi su tutto il fronte – e gli ufficiali rivoluzionari venivano anche dall’altra parte della valle per assaporarla, addirittura rischiando la vita – e Boji, uno che amava le verdure cotte e odiava i discorsi sulla rivoluzione, entrando spesso in discussione col Genio e i suoi pidocchi. E infine, il comandante. Questo divenne molto amico mio e di Tina, che nel frattempo c’eravamo avvicinati l’uno all’altra – io le raccontavo le storie dei miei viaggi, lei ascoltava con pazienza, gli occhi acquosi bene attenti ad ogni mio gesto e ad ogni mia parola, se mai le parole potevano esser visibili. Il comandante, invece, come se fosse stato il fratello maggiore che non ebbi mai, lo vedevo attanagliato dalle catene di una solitudine terribile, quasi tragica, bene stretta attorno al cuore.
Nascosti dentro alle gallerie scavate dai partigiani, tutti schiacciati l’uno con l’altro in un ammasso di cenci, stracci e fucili, dopo il rancio quotidiano – e spesso facevamo anche cinque o sei giorni a pane e acqua – chiacchieravamo fino a notte inoltrata. Tina si sorbiva tutti i discorsi perversi e vogliosi degli uomini senza batter ciglio, molte volte accanto a me. Fu in una di quelle occasioni che il comandante ci raccontò la sua storia e una breccia si spalancò nella sua prigione di abbandono. Fra una sigaretta e l’altra egli ci spiegò di come fosse nato nella zona più degradata della regione al confine con le terre del Nord, fra baracche, criminali morti di fame, bambini che stentavano a sopravvivere ai lati delle strade. Era cresciuto con due fratelli, una madre puttana e un padre che restava di guardia alla porta di casa con un mitra imbracciato, mentre moglie e figli cenavano. Sovente sentiva il padre ripetere: “Noi siamo la polvere che il governo continua a spazzare sotto al tappeto. Siamo sporcizia, siamo feccia, e siamo solo buoni a farci ingozzare di letame, mentre loro devono dormire nei baldacchini d’oro e velluto. Ma un giorno saremo in troppi da tenere sotto tiro”. Nel frattempo, questo era vero, il governo muoveva solo la lingua e non un solo dito per sanare la situazione di quelle zone, e senza dubbio otteneva grandi vantaggi da ciò. E quando due ragazzini di dodici e quattordici anni entrarono in casa loro per rubare qualche briciola di pane, i kalašnikov ammazzarono padre, madre e fratelli del comandante, il quale riuscì a scappare dalla finestra con la gola ferita, inzuppato del sangue dei genitori. Durante la notte, fuggì via, piangendo come un disperato, quasi strappandosi i polmoni per gli spasmi e ingoiando le lacrime disgustose che gli scrosciavano sulle guance. Ma quella fu anche l’ultima volta in cui pianse: una collera cancerogena, un’ira silenziosa e mutamente bramosa di una vendetta viscerale gli si infilzò nel petto, nello stomaco, nei lineamenti del viso, nelle spalle, nelle braccia ossute e nervose, nelle parole. Gliela si poteva leggere negli occhi metallici, quella voglia di strappare le budella ad ogni singolo uomo di quel governo plutocratico. Ma fu solo e sempre una rabbia impotente.
– Su la testa, comandante! Siamo ribelli e non ci arrenderemo! – dissero molti compagni alla fine del racconto. Tutti riponevano grande fiducia nel comandante. Il fuoco crepitava illuminando i nostri volti smagriti. Il comandante raschiò col coltello il fondo della gamella, poi alzò lo sguardo e rispose:
– Ribelli. Ribelli ci chiamano. Ma se un popolo chiama in questo modo un gruppo di persone che pretendono solo una vita dignitosa, una vita senza trottole o altre diavolerie varie di cui si sente il bisogno ogni santa volta che si va a cagare, beh, quello è un popolo schiavo.

Nebbia. Quando il sole si leva nel cielo e comincia a scaldare le valli, la nebbia si dirada, si dissolve. Ci furono diversi raggi di luce nel mezzo di quella guerra maledetta, e nell’oscurità più profonda ogni misera favilla può elargire un’enorme speranza. Fu per questo che incappai di nuovo nello spettro del Broken? Non voglio ricordare quel giorno, non ne varrebbe la pena. Mi trovai da solo fra le pietre preistoriche nelle cime delle montagne, sembravano uova di dinosauro. Forse avanzavo in avanscoperta, forse m’ero allontanato in solitudine per un bisogno antico che, assieme a quell’ardore giovanile, tornò a farmi tremare le ginocchia. Era molto freddo. Una nebbia che ben ricordavo mi investiva con frenesia, stringendomi al suo seno. I ricci castani e ghiacciati che mi dondolavano sul capo portavano tutta la mia storia. È straordinario pensare a come quell’ambiente mi inghiottisse l’anima e i pensieri: no, non c’erano ornitorinchi malvagi né ometti barbuti con un monociglio biondo, né le Strie o i folletti rossi, perché ero solo con me stesso. E allora, dopo istanti infiniti, lo vidi lì di fronte a me, identico a tanti anni prima, ma probabilmente molto meno pauroso. Senza più dubbi o ripensamenti, chiesi ancora:
– Chi sei tu?
E come nell’eco di una lontana nenia dimenticata, in una smisurata preghiera d’amore, e non di morte, udii dopo tanto tempo una voce stentorea che parlava di costruire qualcosa di fecondo, e di fare ciò a partire dalle briciole più insignificanti.

Quel conflitto proseguì per molti anni, ma alla fine i giochi politici prevalsero perfino sullo spirito rivoluzionario dei pochi partigiani restati fedeli alla causa dei ribelli: dopo bestialità, dopo morti, bombe e miserie, ebbero la meglio le trottole di terracotta, addirittura regalate da quelli del Nord a molti nostri amici. Restammo io e Tina. La nostra squadra, forse affascinata dalle storie che spesso raccontavamo, ci seguii. Mancava il Genio. Era stato anche lui arrostito con i suoi pidocchi filosofi da un lanciafiamme, durante l’ennesimo rastrellamento lealista. Mancavano le giornate senza fumo e puzza di amianto e piombo. Mancava Cenzo che si era gettato da un dirupo per non finire fucilato, il suo taccuino non lo trovammo mai più. Sentivo, sentivamo, stavolta di nuovo tutti assieme, che non valeva la pena di tornare a giocare, non in quelle città dominate dalle trottole di terracotta, e soprattutto dopo aver trovato ciò che cercavamo in un ombra paurosa che non avrebbe più avuto nulla a che fare con noi. Io avevo rammentato le parole di mio nonno. Sapevamo come sarebbe andata a finire. Lo sapevamo soprattutto in quel momento. Non sarebbe mai finita, mai, fino a che fosse rimasto qualche povero diavolo a lottare per quelle splendide verità di cui mi parlava mio nonno. E mentre la nebbia si diradava un volta per tutte, lo spettro del Broken se ne andò via, per sempre.

Nelle città del fondovalle, invischiate nell’inferno delle trottole di terracotta, c’erano alcuni poeti. Questi molto spesso venivano condannati al plotone d’esecuzione per certe loro affermazioni. Infatti, nei loro versi ermetici e disperati usciti dal rifugio dell’alcol, annunciavano la morte di Dio, proprio così!, e questo non poteva certo essere accettato da quei grandi e fedeli uomini di chiesa, un tempo frati scalzi con la chierica sporca di sputo, che assistevano quelli del Nord, militari e politici. Di certo collaboravano con loro per rendere più umani gli scopi della guerra che avevano portato. Questi dicevano invece che Dio era vivo e vegeto, soprattutto suo Figlio, e per ricordarlo tutte le sante domeniche si accingevano comunque ad ammazzarlo. Malgrado ciò, io non sapevo chi fosse quel buon Dio a cui, in pessime situazioni, mi ero rivolto poche volte e con la sola pura volontà di ricevere, e mai di dare qualcosa. Lo avevo bestemmiato tanto, questo sì, ma se fosse esistito sul serio non cercai mai di capirlo. E quando tornai al distaccamento, dopo aver visto per l’ultima volta lo spettro del Broken, solo allora capii. Avevo cercato me stesso in bettole balorde e nelle brughiere attraversate dai caribù, e mi trovai poi nella nebbia della solitudine. Già, dove potevo essere altrimenti? Sta di fatto che spesi una vita intera per scovare le chiavi che mi avrebbero aiutato nella mia ricerca. Potei trovare quelle chiavi, quel Dio morto e poi risorto e crocifisso per altre mille volte ancora, non nei diamanti, nel cemento e nelle chiese di quelli del Nord, ma nel fango, fra persone pazze e con storie per niente scontate sulle spalle robuste; erano in un gruppo di ribelli che odoravano di fumo di sigaretta, di pantano e stanchezza, nel ricordo perpetuo di dita che sapevano di noci e bucce di mandarino. E, soprattutto, nella memoria delle parole di un nonno, solito a sistemare la legna e le braci nel focolare e a elogiare quelle montagne bellissime che, sì, tanto tempo prima erano state lavoratrici davvero forti e belle.

Venne firmato l’armistizio. Una sera, quando tornai al distaccamento con Tina, decidemmo di partire, ora che conoscevamo la strada di casa. Ricordo che un vento di fine Maggio passò a scompigliarci i capelli e a rasserenarci lievemente gli animi. Ricordo che nella notte, lassù nel cielo buio, miliardi di stelle ridevano brillando. Volevamo solo dire addio ai nostri compagni e al comandante: lui era intelligente, sapeva come sarebbe andata a finire, sia laggiù nel fondovalle con le politiche del Nord, sia fra me e Tina e fra tutti i ribelli, sia con tutto il resto. Sapeva anche come reagire di conseguenza. Con nostra grande sorpresa, egli ci aveva preceduto e se ne era già andato, non prima però di lasciare a Vasudi una lettera per noi. Eh, già: quella vecchia volpe era proprio furba. Mentre prendevamo la strada per Est, io lessi a Tina quelle brevi righe che il comandante ci aveva dedicato:
“Nella vita ci si può perdere nel deserto o nella nebbia. Poco male, l’importante è che poi si riconosca l’errore, e non si consumi la propria esistenza diventando a propria volta cieca solitudine. E se mai non riuscirete a scuotervi da soli, ricordate: voi che vivete, cos’aspettate di migliore?”

Alberto Zanella

partigiani1

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