Questo è l’attimo in cui una goccia infrange le regole di un viaggio mentale

Inciampando sulla neve dei suoi ricordi più tristi,Snow Derry viveva in un labirinto fatto di alti palazzi, pioggia che scrosciava da grondaie al sapore di ruggine e lune che si specchiavano in una pozzanghera di diamanti rosa. E non potendo toccare le stelle lassù, Derry sognava le vie ricoperte di petali e di pallidi spettri usciti dai suoi capelli ricoperti di rami e laghi glaciali. Derry aveva gli occhi del colore del mare e della cenere, e dalle sue labbra si poteva leggere tutta la malinconia per un mondo di vetro andato in frantumi troppo presto. Gli alti monumenti rinfrescati dal profumo della pioggia senza fine fissavano le ali di incenso di Derry. I tetti e le case gemevano nel corso della notte senza significato. Lavando ogni suo peccato di fronte alla finestra, Derry fumava lentamente, e le lente boccate si intrecciavano nelle sue sopracciglia, fissando ricordi che non le appartengono. Le sue dita pallide succhiavano l’energia della terra. Le città cadono, e le rovine giacciono su cumuli fumanti di fango pronti a catturare i fulmini caduti troppo in fretta. Esplosioni di frammenti calpestati da un arcobaleno, e Derry corre veloce sotto i portici stillando lacrime di
whisky. E a Derry sembrava che l’intera città ridesse di lei, quella città avvolta dalle nuvole che trasudava di passione, e dalle porte osservava e penetrava i segreti più intimi della gente, che le bruciavano dentro come un tramonto sull’orlo dell’abisso. Lei era fuori da tutto ciò. Niente più fate che ballano al ritmo di una danza irlandese e niente più canzoni sussurrate all’orecchio di amanti in riva al fiume. Solo la sporca soffitta di questa città si apriva come un ventaglio a fisarmonica per partorire una fenice nata dall’alba. Le ragnatele coprivano il sole. La sua stanza, esposta al vento dell’est, richiamava la solitudine di un deserto. E quando la sigaretta era solo più uno scherzo della memoria, il cuore di Derry batteva regolarmente, e il nido del mondo veniva devastato da sciacalli. L’oceano profondo dell’anima implorava perdono. Le labbra di Derry chiedevano di camminare prima che una brezza notturna oscurasse l’ultima canzone di un lp che girava sul piatto. Un cartello stradale abitato da gabbiani e lumache era abbandonato lungo un’autostrada, e Derry sprofondava nella sabbia in movimento, estasi e penitenza, tensione e movimento frenetico. Sbadigliò una preghiera e poi riprese a fumare sigarette di marca francese e bere caffè freddo. La mattina, un velo sugli occhi impediva di vedere la nebbia che lentamente si alzava, trasformando gli oggetti in ombre scure senza contorni. Vegetiamo ricercando qualcosa che non troveremo mai, o che ci è già sfrecciato accanto senza che ce ne accorgessimo. Lunghi, monotoni, incomprensibili dialoghi sulla musica jazz che proviene dagli anfratti del corpo di Derry. Ogni angolo della sua carne rifletteva il vasto cielo. Derry parlava agli alberi strangolati dal cemento, ricercava l’amore che sgorgava da una chitarra, leggeva Kerouac e Fante, Rimbaud e Proust con sottofondo il rumore di una cascata di piume, e intanto scappava, fuggiva. Invisibile alla gente. Appoggiandosi la mano sulla fronte, aspettava di venire inghiottita. D’un tratto, un brivido fatto di stelle di rugiada di cobalto, si impossessò di lei. Era come un urlo di dolore primaverile proveniente dalla parte più nascosta della city, che non aspettava altro di scavare dentro di lei. Il profumo di echi lontani, pungenti come una notte passata su una barca sul Liffey e bianchi come una spiaggia della Normandia, dove Derry aveva lasciato la sua coscienza in rivolta. Alberi autunnali costeggiavano la Grande Strada a forma di insetto, e Derry era chiusa nella sua torre di cloroformio che salutava il cielo opaco al di là dei canti dei poeti, addormentandosi senza pensieri e senza frasi, chiudendo le palpebre da sognatrice senza più direzione e ostacoli. Dovete sapere che Derry dialogava con la sua mente nella zona sud della città, dove emergevano oasi di smarrimento collettivo, e lande desolate come un campo di battaglia. Danzando tra stanze nude ricoperte di granchi, ripercorreva gli ultimi istanti di veglia prima del Grande Sonno. I polmoni respiravano il caldo che imprigionava la società ormai da anni. Era come vento, erano ricordi dimenticati, era il nulla, era la fugacità e la presunzione della vita, era un abbraccio sincero a chi aveva perduto nel corso dell’esistenza. A ottobre nacquero le prime clessidre, segno dei giorni a venire., e Derry con le sue dita affusolate incrociava vuoti simulacri e decadenti, lune tristi, donne ai bordi delle strade con le loro gambe scoperte dal sapore orientale, vedeva dune spazzate via da un colpo di tosse, nuotava tra la marea verginale. E sulle colline ai margini della periferia, la luna vegliava su tutte le sue creature. E poi una sera accadde. Proprio mentre il cielo le chiese di baciarla e la pioggia di sposarla, Derry capì. Capì che che questo luogo la stava mangiando e digerendo, e le luci dell’arcobaleno disperse in una moltitudine di vite parallele e di piccoli gesto quotidiani non l’avrebbero salvata. Il punto non è cambiare solo la coscienza, ma stravolgere il mondo. Un lento ma inesorabile ballo di nomadi proveniva dal confine della città. Dimenticare tutto quello che sei e che la vita ti offre, essere la damigella della notte e seguire le radici di un bosco sotterraneo che si snodano lungo i tuoi occhi meccanici. Sii come uno specchio di verità proiettato senza intervallo sullo schermo. Presto Derry, dai un bacio fugace, scendi le scale che sembrano ponti di carta e apri quella porta che separa il teatro dalla vita. Un soffio d’aria balla con le tue guance al ritmo delle onde interiori. Derry si trovò così davanti alla strada che bruciava, socchiuse gli occhi per farli respirare e si immerse nella via dominata da auto frenetiche e semafori spenti. Tenendo lo sguardo fisso per terra, mosse i primi passi, rincorrendo le vecchie note di una canzone proveniente dalla stazione. Attenta ai suoi movimenti, con i capelli come fili elettrici che ricadevano sulle spalle d’avorio, si aggirava per le macerie. Il luogo che aveva conosciuto non esisteva più, la sua voce era una tempesta che fendeva l’aria. Le radio tacevano, gli orologi andavano all’indietro, una vecchia zingara prediva il non futuro. Derry ride, e poi piange, e lancia petali, gocce di vino e lampi.
Barricate di neve cadono, fiori esausti crescono nel disordine cosmico. Ancora un giorno, ancora un grido. Seduta su un’altalena, Derry prese un vecchio quaderno nero e cominciò a scrivere. Per cent’anni aveva composto poesie e fiabe sotto un lampione, con le vene nude al rintocco della mezzanotte. Queste sono le ultime righe, l’altalena è vuota, l’erica si arrampica sui muri silenziosi, si sente solo il freddo e la rabbia di una generazione esplosa in minuscoli soli. E prima di buttare queste pagine nel fuoco del deserto che avanza, mi piace ricordare Derry, e la sua bocca che rompe un vetro di candele ubriache, riversando tutta se stessa nella città dei sogni a forma di corallo.

Snoopy

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