Quando i muri ti raccontano

L’Agnese si svegliò. Aprì gli occhi picturin-2010-2appiccicati e cercò di respirare con il naso l’aria viziata di camera sua. Si vestì con quei vestiti che sapevano di fumo e vodka lemon rovesciatisi addosso, un po’ come tutti i venerdì mattina. Scese le scale sperando di non incontrare sbadati che la notte prima avevano scambiato quell’androne per casa loro e uscì in strada. Quel mondo fuori non le apparteneva più fino in fondo e più passava il tempo più questo sentimento di pesantezza si appropriava di lei. Un passo dopo l’altro, diretta alla fermata del tram per non fermarsi ad annusare il puzzo di angoli cittadini abbandonati a se stessi. Però quella era la sua città, il posto che aveva fatto da sfondo alle sue lotte, ai suoi giorni bui, alle notti di vino fino al mattino, era storia, la sua. Non le importava se puzzava, se le riempiva le narici di smog, se le distruggeva le orecchie con suoni assordanti, se le pestava i piedi, se le rendeva le giornate interminabili. Era la sua città ed era ciò che condivideva con i suoi amici, i suoi compagni. Via Cernaia, via Pietro Micca, Piazza Castello – occhio ai controllori – via Po’, arrivo. Passò davanti a quella che un tempo era l’università. Proseguì oltre. Le piaceva camminare con l’aria tra le ciglia e la prima sigaretta della giornata tra le dita, se la portava alle labbra che vi rimanevano incollate per un secondo di troppo e poi sputava fuori quel fumo un po’ come se sputasse fuori tutto il grigio che aveva dentro per tutto quello che altri stavano decidendo al posto suo.

Ad esempio avevano deciso di trasformare il luogo dove aveva passato più tempo della sua vita in una nave da crociera. L’Agnese scrollò la testa ruvida e pensò contrariata che gli architetti di quel posto avevano sbagliato tutto: un posto fatto per non incontrarsi mai, per girare in corridoi asettici circondati da vetri asettici e da pareti di colori asettici per sedersi su divanetti asettici. Un po’ come quelli che avevano sbagliato tutto progettando una stazione che era fatta apposta per perdere treni e di cui a nessuno importava niente, a parte a chi vuole rendere questa città una vetrina imbellettata come quelle di Natale, quelle con panettoni di plastica e spumanti senza bollicine. Un po’ come quelli che hanno pensato di rendere il lungo fiume un deserto senza luci né musica per dare inizio al produciconsumacrepa. A quel punto l’Agnese si sedette e cominciò a fantasticare, altro che lezione. Vorrei un posto dove le porte si potessero lasciare aperte, dove il prezzo del divertimento non si pagasse, dove le piazze fossero sempre urlanti, un posto dove camminare a testa alta, dove trovare un lavoro per arrivare alla fine del mese, dove le biciclette non le rubano, vorrei un posto dove i freddi palazzi del potere crollassero e al loro posto nascessero posti dove le regole le decidiamo noi, vorrei un’università gratis e senza padroni, vorrei un posto dove vivere libera.

Era sempre stata una sognatrice l’Agnese. Quando era piccola, seduta nel posto dietro della famigliare dei suoi, se ne stava a scrutare fuori dal finestrino sul quale traspariva qualche scritta fatta con l’indice qualche tempo prima, sognava e sognava. Tutte le domeniche pomeriggio saltava in macchina e con in sottofondo la musicassetta di Battisti – Sì, Viaggiare – si partiva alla volta della città. I campi di grano gialli d’estate e scuri d’inverno lasciavano spazio al cemento e ai palazzi della cintura di Torino per poi addentrarsi sempre più in quello spazio senza cielo. Se lo ricorda bene l’Agnese, sentiva un senso di pesantezza che allo stesso tempo la legava indissolubilmente a quel posto. E poi tutto il pomeriggio si passava a giocare con le compagne di giochi della sua infanzia, le sorellecugine, a ridere, a raccontarsi i segreti, a inventarsi nuove vite.

Oggi la sua nuova vita è quella città. Oggi ha dovuto mettere al sicuro in un angolo della sua memoria quei campi di grano e averci a che fare tutti i giorni con quei muri grigi, che poi in fondo così insopportabili non sono più. Quegli spazi senza cielo sono diventati luoghi perché hanno assunto tutto il significato che l’Agnese ha voluto metterci dentro. Luoghi di incontri, di ricordi, di persone, di piedi stanchi, di gole senza voce, di amori fulminanti, di amicizie di una vita intera, di canzoni che sanno di anni ’80. E allora lo sa l’Agnese, quando esce di casa ogni mattina, che se buttassero giù quei muri incisi da anni di storie non le apparterrebbe più nulla. Perché quei muri non racconterebbero più nessuna storia, nemmeno la sua.

EMME

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