Diario di una rivoluzione che ancora deve avvenire?

La corazzata Potemkin era partita con entusiamo dalla sua centrale operativa. Degage, in via Antonio Musa 10, era stata conquistata da poco e scorreva su di noi ancora tanta adrenalina nonostante fossero passate due settimane. Erano duri quei giorni. La centrale era messa bene: luce, acqua, gas, era tutto funzionante..ma mettere in sicurezza il posto e allo stesso tempo continuare a vivere costava fatica. Soprattutto quando cerchi di convincere i tuoi compagni che la partita non si gioca qui e ora…Anche se, poi ho pensato: perchè no? Trovo frustrante il senso di impotenza che attraversa i nostri giorni.

Non ci sono anime che governano il paese da combattere, ma burattini che presagiscono tempi di merda e non troppo lontani. La partita si gioca ora, ma il campo non è fatto solo di basi da conquistare ma anche di accelerazioni e soste: conquistare una base e ricominciare la sfida. Nonostante tutto però, portiamo con noi giorni di gloria. Abbiamo resistito su questa barricata fatta di muri e disagio, abbiamo discusso e scazzato, abbiamo sorriso e urlato. Mani in aria al ritmo dei nostri cori: mille ne abbiamo inventati, nelle notti infinite cercando di smorzare la tensione dell’attesa. La domanda che ci si poneva era costante: che fare? Non avevamo soluzioni, ma pensavamo che determinare le nostre vite fosse un passo in avanti per guardare oltre la nostra precarietà. Abitare insieme e fare politica insieme ha messo direttamente in comunione l’agire fuori e dentro se; quel se troppo spesso rilegato nelle mura private. Ma quando queste si sgretolano e diventano collettive la vita diventa estrema. L’estrema simbiosi di doversi cercare di continuo e riconquistarsi ogni giorno. E se tutto questo continua a darci tanta forza e tanta stanchezza allo stesso tempo, ieri dovevamo uscire per conquistare nuove basi e respirare la stessa aria di chi segue ancora con interesse le vicende di palazzo.

E dunque siamo partiti…

Il Signor Calabrone, perchè onorevole non è, continuava in rete a dare ordini ai suoi calabroni decidendo quando e perchè bisognava protestare, intervenire, prendere parola. In questa primavera Romana gli scooter sfrecciavano urlanti e nessuno di noi aveva ben chiaro dove saremmo andati. Ci stavamo concedendo una pausa dai troppi respiri lunghi e dai cuori impazziti. Cercavamo relax in chi non ha rabbia da organizzare ma solo da lasciare andare. Strani quei giorni, in cui ti svegli e non hai troppa scelta se non organizzarti per organizzarci. Strani, non brutti, strani. Perchè il mondo ti insegna a rinunciare mentre la compagneria adulta non vuole più  spiegarti un metodo,  se ti va bene sta rimurginando il rimprovero del giorno dopo. E invece l’organizzazione ha bisogno di pazienza, di tempo, di un lavoro costante e metodico, di gesti semplici che ordinatamente riconducono ad un unico senso complesso, rivoluzionario di per sè. A Piazza Montecitorio abbiamo trovato tanta gente arrabiata per la rielezione di Giorgino, tanto quanto noi. Sono riuscita a farmi strada e a sgomitare fino in cima per riuscire a vedere che succedeva davanti a quel palazzo incestuoso. Strano a dirsi: non succedeva proprio niente. In quel momento ero parte di una massa di gente attaccata alle transenne che con le mani acchiappava il vuoto, con gli occhi cercava visi sfuggenti e con le voci orecchie sorde, perchè dietro non c’era niente! Quello era un posto per ascoltare blaterale qualcuno, e ormai Calabrone ci aveva rinunciato costretto dalle guardie, e noi:

“Andiamo via! Andiamo via! Andiamo via! Andiamo a riprenderci le strade e le piazze, non rimaniamo inebetiti ad osservare i palazzi! Andiamo via! Riempiamo queste vie di nuova vita e rendiamo questa giornata una nuova giornata di sole! Andiamo via!”

Che qualcuno ci avesse ascoltato? Già! Qualcosa aveva messo in moto i circuiti del movimento in quelle persone che nonostante avessero un principio di rifiuto della delega ancora stavano aspettando che qualcuno gli dicesse come e perchè protestare…ma Calabrone era sparito e si era riconvocato il giorno dopo. Quale migliore occasione per la corazzata per proporre un’altra via all’attesa? Alcuni hanno ripreso il fiato e dall’empasse, hanno guidato la schiera di analfabeti del conflitto verso…Verso cosa? Me lo chiedo ancora…

Io non so cos’è la rivoluzione però forse NOI lo sapremo. Può essere anche un pezzetto da inserire nella storia, come tutti i pezzetti che il nostro passato acquisito ci ha consegnato e che ci trasciniamo pedantemente. Forse semplicemente….perchè non posso stare ferma ad aspettare

e poi:

Perchè lei dorme ancora,

non si è svegliata ha bisogno che qualcuno la rinsavisca e le faccia credere che

si può fare,

Si, si può fare.

Non ha tempo,

non ha fine.

Perchè così come il tempo muta i corpi e gli spazi allo stesso modo muta la percezione e la concezione che abbiamo di lei e le forme con cui vorremmo prendesse vita. Non si prosta all’uomo ma li attraversa tutti, gli uomini e le donne, si nutre della loro creatività e del loro intelletto e della loro forza.

Chi decide quando arriva e quando va via?

Chi decide quando dorme e quando è sveglia?

Sta a noi richiamarla e dirgli che ci siamo per servirla…

Sta a noi chiederle di fare parte della nostra parte.

Sta a noi non farle dimenticare di noi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...