Il risveglio di Ophelia

lulù

foto di Fabio Migliano

Cosa può darmi il legno su cui siedo, mentre fuori mi pare che accada..

I primi ad abbandonare la scena, sono stati i tecnici delle luci; ho sempre pensato che il movimento delle luci riflettesse un loro movimento interiore; l’occhio di bue è il concentrarsi di qualcuno ancora in grado di notare il gesto della mia mano sinistra, un solo muovere le dita, il tocco del tessuto del vestito. Sono stati i primi, ed è calato il buio. Le attrici hanno lanciato i veli al di là del palco e sono corse giù. Ho ricordato la loro improvvisazione in cui quei veli venivano squarciati e oltre lo squarcio le ho viste respirare libertà. Come oggi. Come pochi istanti fa.

A chiunque fosse venuto per appropriarsi delle parole della mia scrittrice, è stato detto di cercarle in strada oggi, quelle parole. È stato detto “Sii pietra e scagliati contro il mondo che ti viene contro”. Non li ho seguiti, sono rimasta nel mio teatro.

Cosa può darmi il legno su cui siedo, mentre fuori mi pare che accada..

Eppure oggi in scena, una donna avrebbe agito lo spazio; a me questa pare già una rivoluzione. È la donna, le sue identità frammentate e riprese una ad una; avevamo in testa luci sfocate e il suo corpo come teso ad una costante ricerca di buio. Con lei lo spazio sarebbe stato il Mediterraneo, la negazione affermazione oblio memoria di culture. Avrebbe pregato davanti a stelle e lune musulmane disposte a croci. Avrebbe camminato sulle spiagge di conchiglie di Joal Fadiout. Con fierezza avrebbe indossato il velo, si sarebbe svelata senza timore. La luce sarebbe cresciuta in maniera lieve e quando il palco sarebbe stato tutto davanti ai nostri occhi, il suo solo corpo sarebbe stato i tanti corpi linee di orgiastiche forme. Sarebbe stata una donna migrante e non perché del sud, e non perché del nord ma perché donna di nord e sud; di cos’altro abbisogna la vostra rivoluzione?

Sarebbe stata madre senza attesa e attesa senza venuta. Sarebbe stata quella scrittrice berbera che in una notte nel deserto scrisse : Je me fais Violence pour battre la violence. Sarebbe stata lei Violenza. Avrebbe attraversato Pont des Arts e avrebbe dato fuoco all’ozio senza un obbiettivo. Anche la Tour avrebbe preso fuoco e se ne sarebbe percepito il calore sin sulla collina del Gianicolo, dalla quale avremmo atteso l’alba. Ad uno ad uno avrebbe distrutto ogni ago e le mani che dicono adatte, che dicono adatte per natura a muoversi veloci tra fili e tessuti, sarebbero state libere. Da crolli, dai nuovi bisogni tuoi e miei di vestire ancora e ancora.

Lei sarebbe stata nuda.

Di pane pagano si sarebbe cibata e, danzando, ventagli e corni rossi avrebbe regalato per le strada di una Napoli milionaria, ancora. Ophelia. Lei , Ophelia.

Ophelia ha lasciato il palco; eppure io qui ne indosso le vesti. Riprendo i veli che non potendo restar sospesi, hanno volteggiato giusto il tempo di sentire la porta richiudersi.

Hanno detto che accadrà, che Ophelia deve svegliarsi, che Ophelia deve essere viva per godere dei nuovi giorni. Tempi nuovi.

Seduta su un palco vuoto, di fronte ad un teatro vuoto, li sento. Sento tutti là fuori, stanno vincendo, tutte! Gli uomini hanno paura, gli amanti non hanno paura; penso adesso a questa frase, non ricordo a chi appartenga; ma ricordo chi me ne ha voluto fare dono. Appartiene a lui e adesso a me. Adesso a te. Chi siete allora voi là fuori, in preda alla vittoria? È mai possibile che tutti siate amanti e amiate? E giungono questi amanti coraggiosi, si avvicinano.

Si apre la porta mi pare che siano tornate le luci riempiono gli spazi tra gli spalti le sedie all’aria come prima volano i veli e all’aria pietre e legna tutto mi pare si distrugga le assi del palco appaiono fondi profondi il sipario stracci stracci rossi che cadono su ciò che del palco resta e Otello Otello prende il fazzoletto e non lo dimentica nutre odio anch’egli mi abbandona abbandona la sacralità del palco vive la rabbia, cane infedele! Cane infedele solo a te concedo pausa perché intorno a me non c’è pausa un’onda una bolgia è entrata e profana tutto ciò che vede e tocca ma non è un tocco questa è violenza pura e sola e grido io “questo è un teatro, è da qui che bisogna ripartire” mi deridono non mi ascoltano le mie attrici mi danzano intorno mi circondano come streghe intorno a un fuoco ed io che sono fredda fredda di paura di non comprensione di rabbia che non so più come esprimere perché questa non è espressione “È da qui che bisogna ripartire” lo grido lo grido mi pare tutto una immensa e insensata follia.

Non c’è più nulla da distruggere. Tutto è oramai capovolto. Mi sento sconfitta.

La mia donna migrante, madre senza attesa, mi dice che fuori, ogni cosa è stata presa. Ogni luogo è stato capovolto; si è pronti a far lo stesso col tempo. “Il tempo è morto”, le dico io, “è morto qui ed oggi, è morto assieme ad un sipario in frantumi che non può più segnare inizi”.

Parla la mia donna: “Ognuna di noi sapeva che sarebbe stata ferita; che avremmo dovuto rinunciare a quanto avevamo di caro e caldo. Ma era necessario che il cambiamento fosse totale affinché l’alba sul Gianicolo, potesse risvegliare la tua Ophelia”.

Tace la mia donna. Le città sono completamente rase al suolo e in tanti, seduti in cerchio per riprender fiato, ragionano su nuove forme da inventare. Tra la polvere Ophelia si risveglia ed io con essa.

racconto

Lulù

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