Precariantifa

di Nicolette

“Vivere in un mondo senza evasione possibile, dove non restava che battersi per un’ evasione impossibile”
Victor Serge

05.45
Bip.bibip.bibibip.bibib..
Si, si, t’ho sentita. Spegniti cazzo, che Sara si sveglia..
Biribiribiribiri…stonf.
Sveglia dimmerda, ogni mattina più presto. Via di strappo dalla sicurezza amniotica delle coperte, senza darsi il tempo di realizzare che fuori dal letto fa un freddo schifo perché guarda caso, si è di nuovo rotto il riscaldamento.
E poi è tardi.
Al buio fino al bagno, tanto la strada la conosce a memoria.
Una mano sale alla mascella indolenzita.
Sospira. La solita storia.

Davanti allo specchio storce la bocca, già pensando a quello che direbbe il suo capo –chepenserannoiclientisetipresenticosì, iltuoèunlavoroacontattoconlepersone, laspettoèimportante,ecc ecc. Un altro po’ e inizio a sentire le voci nella testa si dice, sarei davvero da manuale.
Sorriso storto allo specchio, che non ricambia in modo troppo convincente.
Beh, grazziaddio esiste il fondotinta, e l’intima convinzione che se lo stendi abbastanza bene oltre alle occhiaie nasconderà anche lo schifo per questo lavoro di merda…
Dai, che è tardi. Sicuro.
Manco la luce c’è, fuori. In compenso ha piovuto e promette di fare lo stesso in giornata.
Paola si stringe nella sciarpa, sfancula il chihuahua incazzoso dei vicini –quanto volentieri tirerebbe una scarpata a quel topo- e si avvia verso il centro.
Dai che è tardi,non ci vuole mica una scienza, un piede davanti all’altro e concentrati sulle cose importanti.
Oggi sei pure da sola, Sergio è in vacanza con la moglie e quindi devi restare fino a chiusura-e fare pure gli ordini degli affettati, non dimenticarti come sempre scrivili prima, quanto ai soldi se va bene te li prendi su a fine serata, altrimenti te li da lui quando torna, domani, dopodomani..
Come al solito, ti chiamerà dicendo che ritarda altri due giorni e tu dovrai annullare tutti gli impegni, del resto è così che funziona,no? Sei lì a chiamata.
Il che significa che quella chiamata del cazzo tu la aspetti tutto il giorno, che non hai più una vita e non riesci a dormire la notte senza digrignare i denti.
E all’ennesimo commento, all’ennesimo insulto, all’ennesima laida battuta pensi ai tuoi amici che quelle rare volte che riuscite a sedervi davanti a una birra danno ormai sempre le stesse notizie, son due mesi che non mi pagano, sono rimasto a casa, la formazione non è retribuita..
…Un bel respiro profondo,e…
Buongiorno signore, cosa le posso dare?

Ma lasciamo perdere queste cazzate, sono già le sette, è tardi, e c’è l’uomo delle brioches che aspetta, ti fa sempre correre ma come fai ad odiarlo, è un disgraziato tale e quale a te che alle cinque del mattino spediscono a far le consegne.
Quindi sorriso anche a lui, il primo di una serie infinita, prendi il pacco con una mano e con l’altra stai già aprendo il bar. Buona giornata! E intanto chiudi la porta, l’ultimo quarto d’ora in cui hai il lusso di rimanere sola è quello in cui pulisci tutto, metti le brioches a scaldare..
Quando arrivi a buttare la spazzatura, come al solito è tardi e ci sono già due persone che aspettano, sai anche bene chi; le guardie giurate della facoltà, nella fattispecie i marpioni del turno di notte, sbirri mancati che tentano di impressionare qualunque cosa sia dotata di un paio di tette raccontando come sono veloci e bravi a sparare, tutti impettiti e con le mani sul cinturone come gli sceriffi dei film degli anni 90.
Ogni mattina, due caffè e mezz’ora di banfate su quanto sono indispensabili per la sicurezza della città.
Sicurezza.
Quanto fa ridere quella parola, o meglio l’interpretazione che ne è stata data, le cose che in suo nome si sono fatte.
Perché poi, ognuno nelle parole ci vede un po’ quello che vuole e quando questo qualcuno è quello che comanda basta un attimo, e la parola stessa diventa in districabile da quello che, nella pratica, lui vi fa corrispondere, spalleggiato dai media che insegnano come pensare,anzi alle volte ti evitano pure lo sforzo,bontà loro. E quindi l’uso comune di questa parola può arrivare a tradirla, come succede per la sicurezza, pensa Paola. Vedere macchine della polizia e camionette dell’esercito che attraversano a passo d’uomo la città cariche di frustrati in divisa pronti a sfogarsi con venditori ambulanti, studenti o semplicemente persone che stanno fuori dalla stazione più a lungo del previsto (previsto da chi?) non la fa sentire affatto sicura.
Sotto attacco.
In guerra.
Schifata.
Quello sempre.
Sicura, manco per sbaglio.

Scuotendo la testa guarda l’orologio per l’ennesima volta. Le undici.
Ora non è più tardi, anzi, è sempre troppo presto ogni volta che gli occhi si posano sulle lancette, mentre davanti al bancone si alternano
Un caffè SCHIUMATO, non macchiato mi raccomando, voglio solo la schiuma del latte
Signorina si sbrighi, ho una lezione!
E sai che m’ha detto quella stronza? Che non mi può vedere…
Io quest’esame non lo passerò mai. Hai mica qualche appunto?
Si, è vero, avevo detto marmellata, ma ho cambiato idea..

All’improvviso, sui vetri.
Sbam.
Paola si gira-evita per poco di annaffiarsi con un cappuccino- e li vede.
Tre, tutti vestiti di nero, cappucci alzati.
Stanno sulla porta ed evidentemente non sono un belvedere, perché un paio di ragazzine con la borsa di Hello Kitty tirano dritto dopo una veloce occhiata.
Ne arrivano un altro paio.
E allora, non si beve in questo bar? Cinque prosecchi!
Allora Paola si sposta sul bordo del bancone, le mani sui fianchi.
Non lo vedete che ho da fare? Aspettate, come tutti gli altri!
E ride.
Tira fuori una bottiglia e i bicchieri –servitevi da soli fanecchi, non sono mica qui a perdere tempo io!- e intanto pensa per fortuna ci sono loro. I miei compagni. Che passano qui tutti i giorni, a cercare di scroccare caffè e panini, ad abbracciarmi e farmi ridere.
Ma c’è qualcosa di strano oggi, dietro i sorrisi le facce sono tese e gli occhi vigili.
È successo qualcosa?
Come, non sai nulla? Se n’era parlato ieri in assemblea…
No, me ne sono andata prima, come al solito… lo sai che la mattina mi alzo.
Dovrebbero arrivare i fasci, in facoltà. Quelli che hanno picchiato Giulia e Carlo settimana scorsa, li conosciamo bene. Si sono dati appuntamento tra una mezz’oretta per un presidio contro le violenze ai loro militanti, ste merde. E Giulia ancora sta all’ospedale.
Marco abbassa gli occhi.
Pugni stretti fino a vedere le nocche sbiancare.
Vieni con noi?
Sguardo fisso in un punto imprecisato intorno al sopracciglio destro di Marco.
Come faccio, sono incasinata qui, non mi sostituisce nessuno e devo restare fino a sera….fatemi sapere come va…

Li segue per un attimo con lo sguardo mentre si allontanano, compatti e guardinghi, verso il portone.
E cerca di ignorare la stretta allo stomaco che si fa sempre più forte.
Un altro respiro profondo, l’ennesimo, tre tazzine in una mano. Il rifugio nei gesti quotidiani, automatici, che permettono di non pensare.
L’acqua calda sulle mani, il sapone…
Flashback.
Quattro anni prima. Giovane militante entusiasta di un collettivo studentesco, si lavava la colla dalle mani dopo il suo primo attacchinaggio.
Dai ragazzi, devo andare, mi aspettano a casa…
Asociale di merda, cazzo ti frega, un’altra birra la puoi bere, tanto lo sappiamo tutti che vai a far rapporto in questura..
Vaffanculo!
Risate, spintoni.
Sarà incoscienza dei diciott’anni, o rifiuto di farsi intimidire –e cosa vuoi farti accompagnare, ci abiti solo tu da quella parte, fai allungare a tutti la strada-
sarà che quando le cose succedono di corsa due settimane sembrano una vita, e i racconti degli altri compagni diventano sempre meno nitidi –non è neanche buio, cosa vuoi che succeda, sei pure arrivata da poco, chitticonosce-
sarà che pensi sempre che a te non può toccare mai- c’hai addosso qualche simbolo? no. spillette,
magliette? No. E allora??
E poi vuoi mettere, quanto ti senti coraggiosa a sorridere a chi ti dice di stare attenta- o cazzo.
Cazzo cazzo cazzo.
Corri.
Vaffanculo vaffanculo vaffanculo.
Corri!
Dove vai, stronzetta?
Scarponi.
Troppi, troppo vicini.
Se chiudi gli occhi non sta succedendo davvero.
Quella storia che ad un certo punto non senti più male, è una troiata pazzesca.
Gli occhi sono rimasti chiusi ancora a lungo, dopo che se ne sono andati, e con la lingua nel buio controllava di avere ancora tutti i denti.
Pronto? Sono io. Vienimi a prendere ti prego.

Ma tu che dici che ha? Postumi da sbronza?
Ma dai, non la vedi? Son due ore che sta lavando una tazzina e manco la guarda, secondo me s’è presa qualcosa.
Vabbè, a questo punto andiamocene, cazzi suoi se non paghiamo, siam qui da una vita..

La cosa nello stomaco continua a mordere, attacca le viscere.
Paola.
Giulia. Carlo.
Francesca. Sabrina. Giorgio.
Sebastiano. Angela. Luigi.
Nicola.
Dax.
Valerio.
Un giro di chiave alla porta, due bottiglie vuote di birra nelle tasche, trecento metri fatti quasi di corsa.
Un cenno, uno sguardo, una mano sulla spalla. Non c’è bisogno di parlare.
Loro con me, io con loro.
Come sempre.
Stringo spasmodicamente la bottiglia. Le viscere in fiamme.
Andiamo.

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