A SARÀ DURA. PER LORO!

di Stefano Dorigo

Il grosso del concentramento è sotto il fortino militare di Exilles, da cui partirà il corteo principale in direzione del cantiere dove sorgerà il Treno ad alta velocità. In testa, lo spezzone dei sindaci no tav, con tanto di fascia tricolore a tracolla. Dietro i bambini, con palloncini e cartelloni colorati.

Prima della partenza del corteo principale, un nutrito gruppo di giovani si stacca per dirigersi verso Sant’Antonio. Siamo tra loro.

Il sole splende sulle nostre teste, mentre proviamo a immaginare quanto forte potrà battere sulle zucche vuote chiuse dai caschi blu. I caschi di quelli che ci hanno cacciato dal presidio della Maddalena – la libera repubblica della Maddalena – lunedì scorso. Lacrimogeni quel giorno ne hanno lanciati a migliaia, anche quando era chiaro che non ci sarebbe stata più alcuna resistenza. Hanno continuato sparandoli sulla schiena dei valsusini in fuga, quando fuggivano sui ripidi sentieri dei boschi. Che pericolo possono dare delle persone che già si stanno ritirando su scoscesi sentieri di montagna?

Giunti a Sant’Antonio, il corteo riprenderà lo stesso sentiero che avevano preso i valsusini per fuggire dai gas CS. Non c’importa che sia illegale. Che sia proibito dai trattati di guerra. Che sia considerato un’arma chimica. C’importano gli effetti. E tanti di noi già li conoscono …
Ma intanto si attraversano le strette strade dei paesini di montagna, che di sicuro non hanno mai visto un corteo come questo. È un corteo strano, fatto da gente che solitamente sta nelle metropoli ed è abituata a correre per larghe e inquinate strade.
Oggi percorriamo strade strette, dall’aria pura, accompagnati da altri giovani valsusini che ci fanno strada, ci danno indicazioni su dove proseguire.
Quando la salita dura troppo e più di qualcuno chiede “quanto manca?”, c’è sempre il montanaro, o la montanara che ti batte sulla spalla. A sarà dura. E ridono.
Gente di città.
È vero quanto dice la stampa. C’era gente da fuori.
C’era anche gente da fuori.
Eravamo in tanti, venuti da ogni parte d’Italia, per dare un aiuto concreto a chi da 22 anni si sta battendo per evitare lo stupro di questa splendida valle. Ma non eravamo infiltrati. Non eravamo estremisti esterni. Eravamo.
Invitati.
E a camminare con noi su quelle strade c’erano le genti di quelle valli. E noi loro ascoltavamo, per capire come avremmo meglio potuto aiutarli.
Sembra di stare in gita con gli amici.
A ricordarci la manifestazione c’è un elicottero che volteggia sulle nostre teste.
E allora si prende a cantare gli slogan no tav.
Giù le mani dalla Val Susa.
La Val Susa paura non ne ha.
C’è tanta allegria nelle nostre voci.
Un’oretta di marcia. Ed è Sant’Antonio.
Bisogna però fare in fretta. Qui la marcia si divide in due. Una parte proseguirà per agganciarsi al corteo principale partito da Exilles. Chi vorrà, proseguirà per i sentieri, per arrivare fino ai recinti del cantiere.
I sentieri. Quasi tutti decidono di proseguire per lì. Chi lo fa, sa bene a quali rischi va incontro.
Da quegli stessi sentieri si aveva trovato via di fuga, quando le forse dell’ordine sono intervenute per scacciare via il presidio con una fitta pioggia battente di lacrimogeni cs.
Questa volta non sarà troppo diverso. Useranno il gas, e ne useranno tanto. Per tenerci. Lontani.
Anche se non è nostro intento entrare nella base, ma soltanto avvicinarci alle reti.
Non siamo kamikaze.
Non ce la possiamo fare contro 2000 uomini addestrati alla guerriglia e all’antisommossa. Lo sappiamo. L’obbiettivo è la rete.
Non siamo kamikaze. E non siamo ingenui.
Scendiamo per i ripidi sentieri che siamo già preparati.
Maschere antigas – rudimentali, professionali, comprate al ferramenta, fatte in casa, reperti bellici recuperati ai mercatini – coprono le bocche. A portata di mano occhialini da piscina o da sciatori, per averceli pronti nel momento del bisogno. Così le bottigliette riempite a maalox ed acqua, oppure limoni interi, per proteggersi dai lacrimogeni.
Perché quando pioveranno, il gas ti entrerà dalla bocca e dal naso. Sentendo un pugno che entra nella gola, pronto a strapparti l’intero apparato respiratorio. Ogni volta che tossisci, senti quella mano che tira. Tira. Sempre più forte.
Limoni. Acqua e maalox. Danno un po’ di sollievo. Quando li si passa sugli occhi, li si mastica o sorseggia.
I più previdenti hanno con sé anche i caschi. Se ne cade uno sulla testa può fare davvero male …
Si parte!
Per ogni passo fatto, aumenta sempre di più il rischio lacrimogeni.
L’atmosfera è indescrivibile. Dei guerriglieri metropolitani si sono trovati teletrasportati in un ambientazione da prima guerra mondiale. O da guerra partigiana nei monti.
Ma questo è da battaglia medioevale!
Senza nessuna esitazione, si procede la marcia verso il basso.
A pochi tornanti dallo spiazzo dove terminerà il sentiero, piccoli gruppi finiscono di preparare il proprio equipaggiamento.
Piccoli … sono capannelli di cinquanta-sessanta persone.
Si controlla per l’ultima volta la mascherina sul viso. Che gli occhialini aderiscano bene alla pelle. L’aria non dovrà passare. Il casco ben allacciato. Il maalox in una tasca, il limone nell’altra.
Io cerco tra le tasche un fazzoletto di carta con cui pulire gli occhialini per la piscina dal sudore. Non trovo nulla di buono. Tutto già sporco. Già usato.
Come farò in mezzo al casino?
Cammino, ravanando tra i comparti dei vestiti. Trovo solo un unico, misero, sgualcito fazzoletto di carta.
Dovrò farci molta attenzione.
La fortuna però è dalla mia parte. Al prossimo tornante, a terra, un prezioso pezzo di stoffa.
Ora mi è chiaro perché in guerra certe piccole cose possono rivelarsi vitali.
Senza quello come avrei fatto quando si sarebbero appannati gli occhiali, oppure la terra mi avrebbe impedito la vista? Non puoi metterti a cercare qualcosa per pulire, quando hanno appena lanciato i gas.
Quando l’aria brucerà, dovrò poter prendere subito quel fazzoletto.
Lo metto nella tasca destra della giacca. La bottiglia con il maalox nel tascone destro dei pantaloni, quella con l’acqua a sinistra. Il limone …
Senti, non è che hai un coltello?
Uno sconosciuto compagno a fianco di me mi prende il limone di mano, gli dà una morsicata e si passa la parte aperta sugli occhi. Me lo ritorna.
Ok. Grazie.
Questo va nella tasca sinistra.
Scendo gli ultimi tornanti. Ma nello spiazzo al termine del sentiero già infuria la battaglia.
Vengono sparati soprattutto da destra, dove una cinquantina di metri più in là c’è il recinto del cantiere, con oltre duemila poliziotti asserragliati.
Noi, nel bosco, saremo altrettanti, se non di più.
L’intera manifestazione ha chiamato più di settantamila persone. Noi siamo la punta di diamante.
E devono averlo capito anche loro.
Senza alcun preavviso, partono diretti. Lacrimogeni ad altezza uomo.
Fiiii.
Pack!
Già il primo. Un ragazzino. Cade ferito al ventre.
Quello che ne segue, non è che una naturale reazione.
Ci.
Si.
Incazza.
Da quel lato lì non si avranno più problemi.
Arriva la notizia che il corteo partito da Giaglione abbia liberato la baita. Erano più di diecimila e sono proprio qua dietro. Ma è per lo più un corteo di famiglie. Qualcuno viene a darci una mano, ma il grosso rimane ad allestire un punto di primo soccorso.
Già si contano i primi feriti, mentre gli scontri si sposta verso il lato destro dell’area boschiva.
I numerosi lacrimogeni lanciati vengono presi da vari ragazzi, armati di guanti da lavoro. Li si butta lontano, oppure nel secchio d’acqua portato in gran fretta da un amico mascherato.
O magari. Si prova a tornarli. Al mittente.
Butta qui, presto!
Un ragazzo acconto a me si accascia sul lacrimogeno per provare a raccoglierlo.
È piccolo, ma ne esce tanto di fumo. Per ogni candelotto sparato ce ne sono quattro o sei così.
Manca il primo tentativo, manca il secondo.
Al terso riesce a prenderlo e lanciarlo lontano da sé, verso il costone di rocce davanti a noi. Dove oltre sta il cantiere. Dove oltre stanno i poliziotti.
Poi si accascia. Comincia a tossire forte.
Corro. Verso di lui. Maalox pronto.
Ha la mascherina, gli occhi sono salvi, ma sta tossendo a pieni polmoni. Il limone lo aiuta a recuperare un po’ di aria. Lo mastica e lo sputa.
Cazzo! Mi sono dimenticato di trattenere il respiro. Che razza di coglione …
La bolgia. Prosegue.
Si incita. A continuare. Ad avanzare. Il lato destro.
Alcuni con gli scudi avanzano verso la rete, mentre la polizia dall’altra parte continua a sparare lacrimogeni a ripetizione.
Punta ad altezza uomo. Prende la mira.
Mi passano davanti i primi compagni feriti dai candelotti lanciati direttamente al petto.
Un omone grande e grosso si alza la maglietta mostrandomi il segno viola sotto il pettorale. Che gli sarebbe successo se non avesse avuto quella stazza?
Fate largo fate largo!
Un gruppo di quattro o cinque aiutano un compagno a reggersi in piedi. Il volto è pieno di sangue, il naso è assurdamente grande, così come il taglio che ha sopra.
Porca troia, bastardi maledetti. Sul naso mi hanno pigliato.
Portatelo alla baita.
Dove sta un infermiere?
Un infermiere presto!
Tranquilli tranquilli! Sto a posto …
È lo stesso ferito a calmare i soccorritori.
Passano pochi minuti e la parola infermiere e medico viene urlata a più voci.
Un ragazzo sta disteso sotto una roccia. Gli amici lo aiutano a sorreggere la testa, intanto che gli scoprono il ventre. Un altro candelotto ha fatto centro.
Si resiste per pochi minuti anche se si ha la mascherina e gli occhiali. Chi è là davanti a reggere gli scudi deve avere due coglioni di acciaio a sopportare quell’aria e reggere le cariche degli sbirri.
Quelli avanzano, caricano a manganello teso.
Ma per ogni passo avanti fatto, una pioggia di pietre li fa arretrare fino a dove erano partiti.
Riescono a entrare, ma solo per qualche metro. Poi tornano subito indietro. E la loro fuga. Èsempre molto. Dolorosa.
I sassi che riusciamo a raccogliere e lanciare sono grossi. In risposta a tutti quei cazzo di lacrimogeni che ci lanciano.
Non volevamo certo usare le pietre. Ma voi, cazzo …
Avanti! Attacchiamo! Stanno indietreggiando, stanno fuggendo.
Gli scontri ormai si protaggono da più di due ore. Loro bloccati sul prato davanti alla rete, noi fermi sul limite, tra la vegetazione e la recinzione. Tra gli alberi che si affacciano al cantiere si è come creata una porta su cui convergono quasi tutti gli scontri.Dal punto di vista degli sbirri, che stanno al sole su un largo prato, quella deve come rappresentare il portale che porta alla più oscure delle selve. Una delle anticamere dell’inferno.
Ripetiamo gli slogan no tav, mentre arrivano anche un gruppo di suonatori che sembra uscito dai contro-vertici delle manifestazioni no global dei primi anni 2000. Sono tutti vestiti di rosa e cominciano a suonare i loro tamburi. Danno ulteriore carica a tutti noi, mentre ormai la polizia sembra avere rinunciato ad entrare nel bosco.
Ci avevano provato a passare per i costoni che stanno faccia a noi. Faccia al sentiero.Ma dovevano procedere con attrezzature, scudi, bardati di tutto punto, per una stretta stradina. In fila indiana. Mentre ricevevano ogni cosa dai lati e dall’alto. Solo una volta ci hanno provato e … non è stata una grande idea.
Per loro.
Tra chi rimane lontano dalle prime linee comincia a prevalere la stanchezza. È ore ormai che si prosegue. Sembra diventata una guerra di posizione.
I feriti continuano a essere portati verso la baita, percorrendo un ripido sentiero fatto a terrazzamenti.
A sarà dura.
Ma sempre meglio che passare per strade normali, con la certezza di beccare gli sbirri: giungono le notizie che ogni spezzone della manifestazione è stato attaccato. Sia quello che stava sul cavalcavia, sia quello che stava sotto e si era diretto verso la centrale.
Anche in quella situazione la polizia non ha esitato a sparare lacrimogeni ad altezza uomo, oppure giocando a fare i cecchini. Sparavano prendendo la mira dal cavalcavia, provando a colpire i manifestanti che stavano sotto e premevano sulle reti della centrale elettrica.
Sono appoggiato a una roccia e mi passa davanti un ragazzo dai capelli cortissimi e un profondo taglio sulla testa.
Un altro candelotto?
‘Fanculo. Hanno cominciato a sparare proiettili di gomma.
Pezzi di merda. Con quelli a Parigi hanno fatto perdere l’occhio a un ragazzo di sedici anni.
Ci si preoccupa delle persone che hanno fermato. Se stanno facendo tutto questo a noi, che siamo liberi, che cosa accadrà a chi viene preso?
Ne hanno preso qualcuno?
Pare una decina, ma non siamo sicuri.
Teniamo duro ancora per un po’, poi ce ne andiamo.
La polizia tenta un ultimo, estremo tentativo per irrompere nel piazzale del bosco.
Grottesco, sale dall’oltre la vegetazione il rumore di un cingolato.
I ragazzi delle prime file si fermano. Come. Pietrificati.
Si rimane tutti all’ascolto. Questo rumore diventa sempre più forte.
I motori, forti e potenti, coprono ogni altro tipo di suono, catturando l’attenzione di tutti i sensi. Anche i lacrimogeni vengono ignorati.
Brrrrrrr
Si ode il rumore di quel bestione che comincia a fare mille manovre, rendendo ancora più cupi i suoi suoni.
Tra i fumi bianchi e densi degli ultimi lacrimogeni sparati, spunta la sagoma.
Una ruspa.
Una maledetta ruspa. Con tanto di pala meccanica in funzione!
Dajeeee!
Sotto ragazzi!
Ma vaffanculo! A noi non ci spaventa più niente. Tutti quanti raccolgono una pietra e prendono ad attaccare il biblico mostro che sta provando a cacciarci dai nostri boschi.
Se doveva servire da copertura alla carica di un plotone di carabinieri, non sta sortendo l’effetto sperato.
Gli sbirri rimangono indietro. Guardano, mentre il mostro viene circondato e fatto bersaglio di mille sassi.
L’operaio che lo manovra è dentro. Terrorizzato: che cazzo mi hanno mandato a fare?E per lui non possono nemmeno lanciare i lacrimogeni, altrimenti ci muore lì. Soffocato.
Il mezzo s’impantana tra quel miscuglio di alberi, rocce e fango. Dopo pochi minuti è costretto a rientrare.
E noi ormai siamo quattro ore che teniamo d’assedio la Maddalena.
Sono quattro ore che continuano ripetutamente gli scontri in questo pezzo di bosco, anticipando gli scontri alla centrale e sul cavalcavia, dove ormai infuriano anche lì da un paio di ore.
L’obbiettivo minimo è stato raggiunto da pezzo. Era impensabile riuscire a rioccupare il cantiere della Maddalena. Abbiamo ripreso la baita, il punto più vicino al cantiere, e abbiamo tenuto d’assedio per quattro ore gli oltre duemila poliziotti che sono asserragliati dentro.
Si può anche provare a rientrare a gruppi compatti e ricongiungersi con il resto della manifestazione.
In testa la bandiera NoTav.
Alcuni rimangono di copertura nello spiazzo, mentre il resto scende fino alla baita prendendo la via scoscesa dei terrazzamenti. Il percorso ordinario passa troppo vicino all’autostrada con sopra la polizia pronta a sparare lacrimogeni dall’alto.
La via del ritiro non è che uno scambiarsi continuo di aneddoti sulla battaglia in mezzo a quel bosco.
Un candelotto mi è passato poco così dalla testa.
Sarà che sono piccolino, ma vedevo gente a fianco a me colpita dai lacrimogeni, chi cadeva perché colpito dai proiettili di gomma. A me nulla … che c’avevo? L’aureola?
Santi. Non posso che chiamare santi che quelli che reggevano gli scudi là davanti. Se non fosse stato per loro ci avrebbero travolto.
Macchè, bravi voi. Sembravate demoni impazziti: non stavate mai fermi. Sempre a cercare i lacrimogeni da rilanciare alla polizia, o a recuperare quanti più sassi.
Io non ho visto nessuno che si sia tirato indietro per aiutare gli altri. Si gridava maalox o acqua e spuntavano decine di mani pronte.
Ma ci sono anche commenti amareggiati, di occasione perduta.
Io avrei voluto andare verso le prime linee ma sono rimasto sempre isolato dal mio gruppo, anche perché erano quasi tutti senza maschera. Non mi sembrava troppo prudente avanzare da solo, non conoscendo nessuno lì davanti.
Sarà per la prossima.
Alla baita ci si può finalmente riposare.
La gente mangia finalmente il primo panino. Molti non hanno messo in stomaco nulla da stamattina e sono già le quattro e mezza.
Pesano le lunghe marce, i lacrimogeni respirati, le quattro ore ininterrotte di scontri. E c’è ancora da camminare. Per ritornare in paese.
Meglio rifocillarsi, recuperare un po’ di forze.
Gli amici si sono distesi su uno spiazzo, sotto gli alberi.
Un compagno del sud ha resistito a tutto il casino con solo il fazzoletto No Tav al volto.
Ma come diavolo hai fatto?
Chiudevo gli occhi e trattenevo il respiro quando c’era bisogno.
Sei un pazzo.
Una ragazza di Torino è attaccata da dieci minuti al cellulare. Rompre all’improvviso il silenzio.
Tremonti sta incazzato con Maroni. Dice che ha speso troppo per la sicurezza del cantiere.
Dai! Tremonti uno di noi!
Ma dalle altre parti com’è andata?
Il corteo che era sul cavalcavia è stato subito attaccato non appena si stava avvicinando alle vecchie barricate del presidio. Gli sbirri hanno subito sparato lacrimogeni ad altezza uomo.
Ma come? Senza preavviso?
Subito e diretti.
Ma non avete visto il matto che avanzava verso gli sbirri con l’ombrellone giallo del benzinaio. Mentre gli idranti lo centravano, i compagni e le compagne si mettevano dietro a lui per poter tirare i sassi.
E tutta la gente che appoggiava chi stava nelle prime file? Passavano le bottiglie d’acqua, facevano girare i limoni. Battevano sui guardrail per incitare gli altri ad andare avanti.
Il vecchietto che urlava: fategliela vedere a quei mafiosi!
Però ragazzi … È STATO BELLO?
Poco distante da noi delle bambine, la più grande avrà dieci anni e guardano verso l’autostrada. È distante. Ma là sono concentrati tutti i poliziotti.
Parla con le altre.
Sono dei delinquenti.
In coro cominciano a cantare, con le loro voci d’angelo.
Poliziotti delinquenti. Poliziotti delinquenti. Poliziotti delinquenti.
Sorrido.
È da tutto il giorno che vedo situazioni surreali.
Una mia amica mi dice che su uno dei muri dei paesi della Val di Sua ci sta una scritta molto chiara.
Benvenuti sbirri. Benvenuti in Vietnam.
Io non lo so, se la Val Susa sia il Vietnam ed il cantiere della Maddalena sia Saigon. Di sicuro qui c’è un occupazione militare. Straniera.
Di sicuro qui. Non siamo più in Italia.
O almeno. Si tratta di un’altra Italia.

E il comunicato stampa del sindacato di Polizia Cosip, dove si rivendicano gli spari di lacrimogeni ad ALTEZZA UOMO:

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