Profili. ricomponendo un discorso

di Joseph Brant

Capitolo 1 – Acthung Banditen
Ricordo bene quegli anni, sono stampati in questa vecchia testa. Allora eravamo giovani e impertinenti, ma avevamo un po’ di buio dentro. Stavo toccando in quei mesi i 17 anni e una voglia di libertà cresceva sempre più in me. I miei genitori? Due delle prime prede dell’industrializzazione in bassa Valle, mi raccontavano che a quei tempi sembrava l’occasione della vita, e in fondo non avevano mai smesso del tutto di pensarlo, anche se il lavoro era stremante, anche se era ripetitivo e poco gratificante, qualche misero tozzo di pane a casa c’era sempre.
Poi arrivò la guerra, io fin da ragazzo avevo avuto qualche piccolo problema con l’autorità devo ammettere, non è che mi sian piaciuti più di tanto mai i tutori dell’ordine eh. Ma la situazione da noi era veramente particolare. Qualche comunista iniziava a scappare da Torino e a rifugiarsi quissù, nelle fabbriche in bassa Valle ogni tanto si provava a scioperare, ma l’oppressione dei fascisti tagliava le gambe a qualsiasi sussulto. Conobbi un mezzo liberale antifascista, un piccolo borghese un po’ confuso in quei tempi che parlava di rivoluzione, una specie di Gobetti dei poveri, era un ragazzo poco più grande di me che era riuscito ad iniziare l’università e aveva avuto qualche dissidio per il fatto che non aveva preso la tessera del partito. Per fatto mio, io di politica fino ad allora non è che avessi mai capito molto. Certo i neri non mi stavano mica tanto simpatici, ma ero un giovinotto e pensavo più alle belle fomne che ai problemi del paese.
Poi arrivò il ‘43 i tedeschi del baffetto invasero le nostre strade e vennero nelle nostre valli, erano prepotenti, si sentivano superiori, pensavano fossimo dei codardi. Tutti li odiavano, e odiavano ancora di più i cani collaborazionisti, le spie e i maiali fascisti che continuavano a sostenerli. I Torinesi arrivavano a frotte, un po’ per scappare, un po’ per resistere, nascevano sempre più formazioni partigiane, e ogni azione era una festa silenziosa. Io dal canto mio volevo combattere nel mio impeto di diciassettenne e salì su a cercare i “banditi” come li chiamavano i tedeschi. Trovai i compagni delle Brigate Garibaldi, boia faus che uomini!
All’inizio era solo lottare contro l’invasore, ma poi capì che dietro quella stella rossa che vergava il tricolore c’era un mondo diverso, un mondo di liberi ed uguali, un mondo governato dai popoli e non da pochi ricchi, industriali, banchieri e dittatori. E allora un fuoco diverso si accese in quelle mie giovani ossa. E scendemmo a Torino, quando il CLN chiamò l’insurrezione, combattemmo fino alla fine, mentre gli americani stavano a guardare, mentre i cosiddetti alleati stavano a guardare per paura che il potere nella Torino dell’industria fosse operaio! Il 28 aprile la città era nostra, era di noi partigiani, era di noi comunisti, l’avevamo liberata noi col nostro sangue, il nostro sudore. La storia poi prende strane pieghe, forse avremmo dovuto continuare, forse non saremmo qui adesso se non avessimo lasciato le barricate per affidarci alla dirigenza del partito ed alle sue scelte, forse non sarebbe servito a molto, forse… ma ragazzo mio non si vive di forse… Io sono contento di come erano andate le cose, abbiamo liberato il nostro paese, li abbiamo ricacciati indietro, forse avremmo potuto fare di più.
Oggi guardo questa mia valle e dico che sarebbe stato necessario fare di più, purtroppo non è la volontà dei singoli che ci permette di vincere, ma è la forza della collettività. E oggi vedo di nuovo lo scuro aprirsi sopra le nostre teste, “ancora fischia il vento”, eh la conoscete anche voi questa vecchia canzone! Le mie vecchie ossa vogliono suonare di nuovo giovani, la nostra valle è di nuovo sotto attacco, vogliono devastarla distruggerla, vogliono mangiarsi i danè di tutti gli italiani per un’opera inutile, vogliono rubarmi le mie terre, le terre dove sono cresciuto, vogliono abbattere i miei boschi quelli dove ho combattuto, dove ho sentito freddo, dove ho fatto la prima volta l’amore. Sono venuti come allora con l’esercito d’invasione, perché questa valle ribelle, un po’ come me ha qualche piccolo problema con l’autorità, sono venuti ad occupare le nostre vie, ma abbiamo fatto sorgere mille Libere Repubbliche proprio come allora, abbiamo formato i Comitati un po’ come le brigate partigiane, abbiamo fatto sabotaggi e scioperi. La violenza di chi ci invade è tanta, ed ad invaderci è proprio quello Stato che con il sangue e in sudore immolato da molti partigiani è stato eretto, ma che oggi è sordo e crudele. Ma io vecchio come sono, rimbambito come sono, una cosa l’ho imparata, quando un popolo lotta tutto insieme, niente può fermarlo, né i fascisti ieri, né i “tecnici” oggi, né le gli squadristi, né la polizia.
E quando vedo i nostri ragazzi, i nostri figli andare avanti, tagliare le reti, tirar le pietre, rischiare la vita per questa valle, mi ricordano me da giovane quando zompettavo come un camoscio con lo Sten in spalla sui sentieri d’intorno a Exilles. E chissà che un giorno quel vecchio Sten che seppellì aspettando il sol dell’avvenir non debba tirarlo su, per finire l’opera che ormai quasi settant’anni fa abbiamo cominciato.
Mi ritornano alla mente le parole di un vecchio capitano della Brigata così vecchio che me lo ricordo vecchio allora che era stato in Spagna e che ci raccontava di com’era andata lì, diceva che i compagni spagnoli avevano un motto breve e incisivo: No pasaran! Da San Giorio a Giaglione, da Susa ad Avigliana, da Condove a Bruzolo No Pasaran!
Ebbene che lo sappiano tutti i fascisti di ieri, i banchieri di oggi, di qua non si passa boia faus!
Capitolo 2 – Meticcia
Ho quarantatré anni, ventuno di fottuto lavoro quissù, lontano da casa mia, la mia Calabria. Fare il muratore qui al Nord sicuramente è molto meglio che giù. Si guadagna di più e si riesce a campare, e poi in teoria non ci sono cazzi con mafie e maffiette, ma in realtà tutto il mondo è paese. C’ho due figli, dovreste vederli, sono bellissimi, una si chiama Caterina e fa seconda media, l’altro è Giovanni (come suo nonno) ed è sveglio assai, una vera peste. Sono salito quassù che ero poco più di un ragazzino, soldi e lavoro per chi è onesto giù non ce n’erano già allora, figurarsi adesso. E conobbi una splendida valsusina che mi fece perdere la capa. Bella, bella, bella. Da allora sono rimasto in questa valle, che alla fine assomiglia un po’ al mio Aspromonte, anche se è più imponente, più giovane. Soprattutto la gente è molto simile, sti montanari c’hanno la testa dura più d’un montone, però sono molto ospitali e schietti!
E io ormai mi sento valsusino alla fine, e certo la Calabria mi manca, ma vado a trovarla spesso, ogni tanto anche quando dormo, adesso non saprei fare senza la valle.
Non dico che all’inizio sia stato tutto facile, qualche razzista c’era, qualche ignorante diffidente che pensava il sud fosse tutto ‘ndrine e ‘nduja, ma la maggior parte delle persone hanno saputo accettarmi e accogliermi, questo posto c’ha na strana energia. E io qui c’ho piantato radici, c’ho la mia casa a Sant’Ambrogio, con il mio orticello dove ci pianto l’insalata, il pomodoro, e altre cose per la casa. Non ho perso il dialetto della mia terra, ‘mpare casa è sempre casa, ma ho imparato a capire anche quello piemontese, non diresti ma vengono tutti e due dal francese e ci sono delle parole molto simili!
La mia vita certo non è bellissima, ma mi piace, sono felice alla fine dei conti. Ma qua questa vita vogliono cacciarcela. Da quando sono arrivato quassù avevo iniziato a sentire di TAV, all’inizio mi sembrava una roba ininfluente sulla mia vita. Vogliono fare un’altra ferrovia, e che la facciano! Qual è il problema? I miei problemi sono altri. Ma poi tra cazzi e mazzi, iniziarono a capitarmi un paio di volantini tra le mani mentre facevo spesa al mercato. In più sempre più gente intorno a me iniziava a interessarsi della questione, colleghi di lavoro, gente che mi chiedeva di rifargli gli infissi, vicini di casa, ecc ecc. Io boh, in genere sono un tipo un po’ diffidente, ma un giorno incuriosito ho chiesto a una signora con il foulard col treno crociato, ma perché vi opponete al Tav? Lei mi disse: per il futuro dei miei figli! Oh cazzo, ma quindi potrebbe essere un problema anche mio sta Tav, ho pensato, lascia che m’informo un po’… In realtà a me non è che è mai piaciuto leggere tanto, più ascoltare e mi sono ascoltato un paio di convegni. Sempre con in mente un po’ il futuro dei miei figli. Perché io voglio che i miei figli crescano in questa valle, e se lo volevo prima di conoscere sta lotta, ora lo voglio ancora di più.
E mi sono trovato anch’io su quei monti, su quelle autostrade, su quelle barricate, io un uomo pacifico e pacato. C’è chi qua faceva del razzismo, chi diceva che la ‘ndrangheta la portano i calabresi, chi votava Lega, e adesso i vari Bossi, i vari Cota e Maroni sono gli stessi che mettono al servizio la loro copertura politica a quei miei conterranei che speculano e rovinano il nostro territorio, che falliscono e rinascono dal fango, dalla merda di porco dove sguazzano. Eccoli i mafiosi del nord, eccoli qua! Come diceva un certo Gaetano Salvemini: « I moderati del Nord hanno bisogno dei camorristi del Sud per opprimere i partiti democratici del Nord, i camorristi del Sud hanno bisogno dei moderati del Nord per opprimere le plebi del Sud. »
Solo che mo i partiti democratici sono i movimenti che difendono la dignità e la vita di un territorio, i moderati sono i “partiti democratici” e i camorristi sono sempre i camorristi!
Capitolo 3 – Encapuchados
Cazzo con sto titolo, mi sembra di essere il black bloc fasullo intervistato da Repubblica il 15 ottobre! Il temibile guerrigliero addestrato in Grecia e armato di tutto punto. Tutte cazzate, la verità è che sono un ragazzo dei quartieri popolari, ho mollato alle superiori la scuola che tanto facevo un professionale del cazzo e col diploma di sti tempi mi ci potevo pulire il culo e ho iniziato a cercare qualche lavoretto. Porco dio fossi rimasto a scuola a far finta di studiare almeno i miei mi mantenevano per qualche anno in più! Solo che sai che devi fare, ci provi, vai all’ufficio di collocamento, ti iscrivi alle agenzie interinali, spacci il tuo curriculum in giro per mezza Torino, cerchi ganci con gli amici degli amici per qualche sgamo in nero, io non sono manco mai stato buono a vendere in piazza, per cui non potevo neanche darmi all’illecito che tanto mi avrebbero ingabbiato subito! Eh boh, un po’ stai a passeggio, un po’ fai il cameriere in un cesso di bar per 500 euro, un po’ (se ti va bene ormai) ti fai tre mesi in un call-center a sclerare in faccia a casalinghe psicopatiche e vecchi rincoglioniti e un po’ cerchi l’idea per svoltare. Ma tanto che cazzo devi svoltare? Un lavoro fisso otto ore al giorno con uno stipendio da fame e una depressione cronica per il resto della tua cazzo di vita? No grazie. Eppoi tanto con la crisi il lavoro fisso se lo sognano i miei tra un po’ figurati io.
La politica? Boh non è che mi senta di dire di fare politica, diciamo che un mio conoscente di zona girava un po’ centri sociali e robe così, io essendo figlio di operaio c’ho sempre avuto un retroterra rosso, ma non è che abbia mai militato insomma. Ogni tanto andavo ai cortei No Gelmini, anche se non ero più a scuola, per stare un po’ in compagnia, bere qualche birra e stupparsi qualche cannetta quando mi andava. Lo stress di sta vita di incertezze, di individualismo, di ognuno che si fa i cazzi sui e pensa per sé, è veramente fottutamente pesante, ed ogni tanto ci volevano sti momenti di festa, di stare insieme, un po’ diversi anche da quelli delle discoteche dove è tutto un’esibizione di se stessi come se si fosse al supermercato e ci si volesse far comprare dal cliente di turno sfoggiando colori brillanti, scatole accattivanti e slogan rassicuranti… I pavoni no!? Poi io ci vado in disco eh! E faccio pure il pavone! Ma che vuoi siamo figli di questi tempi! Comunque che cazzo dicevo… Ah sì il No Gelmini, poi quando si faceva a pizze con gli sbirri due colpetti li tiravo anch’io, li odio da quando sto in quartiere, e vedendo cosa facevano a studenti e studentesse inermi mi veniva solo voglia di sfogare sta fottuta rabbia ancestrale che c’ho addosso che è nata con me in sto cesso di quartiere, in sta cesso di città, in sto cesso di mondo. Sì era solo sfogare disagio sociale, embè, che c’è di male? Non l’ho fatto io sto mondo, l’hanno fatto tutti i perbenisti in doppio petto che condannano, che dirigono, che reclamano, che si indignano! Io non ho un futuro perché sti schifosi me l’hanno negato, e se per il momento non posso riprendermelo, intanto mi tolgo delle piccole soddisfazioni, qualche piccola vendetta! Affanculo.
Un po’ per questo, un po’ perché sentivo l’odore di una giornata storica sono sceso a Roma il 14 Dicembre. Quello è stato il giro di boa. Da allora piano, piano ho conosciuto qualche compagno in più e ho iniziato a bazzicare a qualche serata nei posti occupati. Con un paio ho fatto amicizia, altri mi stanno un po’ sul cazzo, ma è così che funziona no? A fine primavera poi con alcuni amici di zona abbiamo deciso di fare un salto a vedere chi erano sti No Tav accampati alla Maddalena di Chiomonte. Una situazione incredibile! Vecchietti e nonnine, autonomi, taglialegna, scrittori, anarchici, professori, bolliti che convivevano e stavano insieme con forza ed umiltà, io, mai vista una cosa del genere, una comunità che ti accoglie, che ti porta dentro di sé anche se sei diverso dallo standard, anche se si è tutti diversi. Io quando arrivavo lì mi sentivo scivolare via quella rabbia, quell’incazzatura, quell’incertezza da bestia ferita. Mi sentivo finalmente a casa. Nella mia famiglia, con la comunità che avrei voluto avere intorno. E poi ce l’hanno strappata via st’infami, con i gas, con i manganelli, senza pietà, solo con l’aggressività di chi difende un cane morto che si trascina, di chi difende la cecità del denaro e di chi lo manipola. E quella fottuta rabbia è tornata più forte, più grintosa.
Il tre luglio volevo solo vendicare quel pezzo di libertà, quel pezzo di comunità in lotta che avevano provato a togliermi, a toglierci ma che si è ricostruito e che si ricostruirà sempre in questo movimento. Io c’ero, io volevo tagliare quelle reti, volevo riprendermi quelle terre che ormai erano anche mie, volevo riprendermi quei sorrisi nelle notti stellate, li pretendevo. Io volevo tirare quelle pietre contro chi difende i porci che ci hanno rubato il futuro. Io volevo e l’ho fatto. L’ho fatto e lo rifarò, perché se assaggi il gusto di quello che potrebbe essere, di quello che potremmo fare non puoi più togliertelo dalla bocca. Non puoi più tornare indietro. Tipo pubblicità di Coste Crociere, no? Sdrammatizzo un po’ va!
Però è così e c’è poco da fare, essere No Tav per me non vuol dire difendere il mio futuro, quello me l’hanno già tolto, vuol dire sognare, disegnare, progettare, e conquistarne uno nuovo!
Torno nel mio quartiere con questo nel cuore, e so bene che la Val Susa non può vincere da sola, ma che mille Val Susa li travolgeranno di sicuro!
Vorrei averci una frase ad effetto per finire il discorso, ma non mi viene. Anzi sì, siamo tutti black bloc, ma questo lo sapevate già!

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