QUESTA NOTTE È LA NOSTRA NOTTE

Ci siamo. Le ultime luci del tramonto si affievoliscono e l’esercito di coloro che un tempo erano gli ultimi si riversa nelle strade di quel centro storico che mai è loro appartenuto. I numeri sono incalcolabili, i Palazzi sono circondati: l’esercito nemico, quello dei pretoriani di un potere che nell’arco dei decenni ha perso ogni legittimità, è arroccato, armato fino ai denti, a chiudere gli accessi, a proteggere oltre ogni limite di decenza i privilegi e le proprietà degli affamatori.

La marea umana non ha un punto di concentramento, semplicemente ondeggia a perdita d’occhio riempiendo strade e piazze, dai Fori Imperiali a Termini, da piazzale Flaminio al lungotevere, fino al Circo Massimo e di nuovo ai Fori. Il caos generalizzato è stranamente accompagnato da un silenzio carico d’attesa. I compagni e le compagne dei Comitati Territoriali, che dovrebbero gestire la piazza e definire la strategia, faticano a trovarsi e anche a contenere il nervosismo. Dopo lunghi giri e centinaia di bestemmie, Art riesce a beccare Omar, compagno di tante battaglie, se non tutte. Le sue parole, anche se un po’ retoriche, gli muovono un brivido: “Mancano ancora un po’ di dettagli da definire, ma ci siamo quasi. Fratello mio…questa notte è la nostra notte”.

Tutto era cominciato vari decenni prima, quando una tremenda crisi economica aveva affossato le condizioni di vita della maggioranza delle persone, e insieme ad esse aveva seppellito qualsiasi ipotesi di mediazione tra le classi sociali. Il potere politico ed economico iniziava a perpetuarsi e riprodursi in maniera sempre più autoreferenziale, mentre per le strade delle città la gioventù tradita diventava selvaggia e scandalizzava tutti i residui della vecchia politica “antagonista”. Erano date facili da ricordare, due numeri consecutivi, 14 e 15. In molti quartieri queste date vengono ancora festeggiate con iniziative  e feste in cui i pochi reduci ancora in vita raccontano alle nuove generazioni di quanto ai loro tempi si stesse peggio, perché si subiva passivamente uno sfruttamento che di umano non aveva nulla. Ma raccontano anche con orgoglio la strada percorsa da quei giorni in poi, la strada del riscatto.

Già, perché quei giovani si resero presto conto che far esplodere la rabbia non bastava, che bisognava far del male ai padroni e non solo ai loro sgherri in divisa. Si moltiplicarono le occupazioni di case in tutti i quartieri e in tutte le città, si ricominciò ad alzare la voce nei luoghi di lavoro contro capi e capetti, si intensificò la difesa di ogni territorio contro le prepotenze dei criminali più o meno ripuliti. Si crearono legami profondissimi, e peraltro del tutto naturali, con chi proveniva dalle altre parti del mondo ed era ancor più sfruttato. Proprio da questi fratelli e sorelle si imparò di nuovo che il coraggio e la voglia di mettersi in gioco possono portare a risultati inimmaginabili, fino ad arrivare al giorno d’oggi, in cui il fatto che un tempo si distinguesse tra indigeni ed immigrati appare assolutamente ridicolo. Da lì in poi non ci si fermò più: l’autogestione e il contropotere si espansero a macchia d’olio, grazie anche a istituzioni sempre più arroccate nei loro palazzi a produrre politiche sempre più antipopolari. Interi quartieri delle grandi città, intere città di provincia, interi territori nell’arco degli anni passarono ad un autogoverno pressoché totale, combattendo giorno dopo giorno una vera e propria guerra. Sì, perché il mostro dello sfruttamento non si lascia certo sconfiggere così, senza colpo ferire. I più vecchi raccontano episodi epici e drammatici, e mentre raccontano i loro volti a tratti si deformano per il terrore, altre volte si accendono di un’eccitazione incontrollabile. Il primo secolo del terzo millennio è stato un secolo di violenza e di riscatto, di pianto e di grida di guerra. Come dimenticare le migliaia di morti nel bombardamento aereo del quartiere, interamente occupato, di Torrevecchia? Oppure gli innumerevoli compagni caduti vittime degli squadroni della morte, quelli che un tempo venivano chiamati “fasci” o “soldati di malavita”, uniti in terrificanti formazioni paramilitari? O le varie città di provincia del centro-nord colpite da embargo totale e decimate dalle morti per fame?

Dall’altro lato, non mancavano certo i momenti di gloria: non dimentichiamo che Torrevecchia era stata bombardata perché aveva resistito al tentativo di invasione via terra, con una battaglia strada per strada in cui centinaia di militari erano rimasti uccisi. C’era stata la spettacolare controffensiva contro le nuove e tremende droghe fatte entrare nei quartieri ribelli, e ogni giorno in ogni dove c’erano episodi di resistenza quotidiana sempre più forti. In ogni territorio c’erano fabbriche occupate e posti di lavoro autogestiti, anche se le centrali operative del padronato ancora resistevano nonostante gli scioperi selvaggi e i blocchi.

Ormai, la coscienza del fatto che occorresse riprendersi tutto era ben presente e sedimentata. Ma il nemico era sempre là, assediato ma allo stesso tempo tremendamente ricco e paurosamente forte. Solo che ormai l’accumulazione di forze tra le fila rivoluzionarie è arrivata a un punto tale per cui non solo le istituzioni politiche sono totalmente delegittimate, ma anche i profitti crollano e non si trovano più strade credibili per risollevarli. È il momento dello scontro.

Ci sono già state giornate simili a questa, in cui fiumi di persone si sono riversate nelle strade per tentare di dare un colpo di grazia agli sfruttatori di sempre. Ma è sempre finita con un nulla di fatto: le divisioni e le differenze a livello di strategia non erano certo scomparse dal dna dei compagni! Ci si era sempre ritrovati in uno strano stallo, a metà tra la disorganizzazione e la paura di vincere, al massimo si erano fatti scontri di piazza “vecchio stile”, ma alla fine si era sempre ritornati alle proprie roccaforti con la coda tra le gambe. Adesso la tensione è di nuovo salita, e la manifestazione di oggi è una risposta al coprifuoco totale che il Governo ha cercato di imporre.

Dopo la frase di Omar, Art si scuote dal torpore, e assieme iniziano a radunare tutti i Comitati. Stavolta l’unità di intenti sembra che sia stata trovata. Stavolta si resta in piazza finché quelle merde non se ne saranno andate tutte. E quei palazzi lasciati vuoti nessuno li vuole riempire di una nuova élite rivoluzionaria investita della missione di governare magari in modo migliore, ma comunque dall’alto. “Nel corso dei decenni il nostro modo di intendere il potere lo abbiamo già sperimentato” aveva detto Art durante l’ultima riunione, “perché dovremmo rinunciarci nel momento della vittoria finale?”. Quei palazzi vanno semplicemente liberati dalla feccia umana che li riempie, nulla di più.

Con il calare della notte vera e propria, da tutti i lati comincia l’assalto: all’inizio è un riot che ricorda quelli lontani anni luce, di quelle antiche giornate autunnali. Ma molto più organizzato. Ben presto i reparti speciali della polizia iniziano a sparare, ma ottengono una risposta per le rime, il sangue inizia a scorrere negli spazi tra un sampietrino e l’altro. Gli esponenti dei Comitati si consultano nervosamente in mezzo al boato della battaglia: se si va avanti così potrebbe diventare una carneficina, c’è il rischio di una sconfitta difficile da recuperare. Ma le notizie che arrivano dal campo nemico, soprattutto grazie alla stampa internazionale, provocano una stretta allo stomaco: alcuni membri del Governo sono già fuggiti all’estero, mentre tra i vertici delle forze armate regna il caos e si scontrano strategie differenti. Intanto da moltissime altre città i compagni fanno sapere di aver occupato Municipi, commissariati, siti produttivi. Brividi.

Si iniziano a vedere elicotteri andare e venire dalla zona del Parlamento. Le notizie dicono che ripartono carichi di parlamentari e membri del Governo in fuga. Crederci o meno? In pochi minuti, che sembrano ore interminabili, i rumori della battaglia si affievoliscono moltissimo: cessano gli spari, diminuiscono i lacrimogeni. Fonti certe dicono che il Presidente della Repubblica si trova in volo per gli Stati Uniti, insieme a varie figure di vertice delle forze armate. Per questo le guardie hanno smesso di caricare! Nessuno dà più gli ordini e i cani da guardia del vecchio potere, che tante lacrime hanno fatto versare nel corso dei decenni, non si uniscono certo alla folla, ma si fermano, incapaci di ragionare con la propria testa. Stavolta è fatta. La marea umana invade quella parte di città da cui era sempre stata esclusa, i volti tesi pian piano si distendono in sorrisi increduli. Da domani viene il difficile, si dovranno organizzare le vite di tutti senza più dover ricorrere alla dominazione di alcuni sugli altri. Ma ci si penserà domani. Oggi c’è solo la soddisfazione suprema di aver reso giustizia a tutti gli sfruttati della storia, a tutti i compagni che ci hanno portato via la polizia, il lavoro, la miseria.

La sveglia. La confusione. Pensieri che si accavallano. Lenzuola sgualcite che si muovono.

Un sogno. Un fottutissimo sogno. Art si sveglia e, come accade spesso, resta sospeso per qualche minuto tra la suggestione del sogno e l’impatto con la realtà. E gli girano i coglioni. Per tutto il giorno. Come dopo ogni bel sogno svanito al suono della sveglia.

Ma tutto il resto è vero: stasera si scende in strada. E la giornata è piena degli impegni di un militante in una situazione del genere: le ultime riunioni organizzative, la cura dei dettagli e le ultime indicazioni. Ma ormai il sogno gli ha rovinato la giornata: anche stavolta finirà come le altre, con il ritorno a casa a testa bassa e tanta disillusione, e il ghigno del nemico che canta nuovamente vittoria.

Alla fine arriva la sera, la gente è troppa, Art non riesce a trovare i compagni e il nervosismo aumenta ogni minuto di più. A un certo punto ecco finalmente spuntare il profilo di Omar, che appena lo raggiunge pronuncia una frase che è come un pugno nello stomaco: “Mancano ancora un po’ di dettagli da definire, ma ci siamo quasi. Fratello mio…questa notte è la nostra notte”.

Roma, 16 novembre 2063

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